Un post contro i musulmani, il dibattito sull’accoglienza dei palestinesi e una comunicazione online che, secondo Matteo Zeppa, tende sempre più spesso a deformare parole e fatti per alimentare paura e risentimento. Il consigliere di Rete torna sull’intervento pronunciato in Commissione e lancia un allarme sul clima politico e sociale della Repubblica in una intervista esclusiva per Insider.sm.
Zeppa, che cosa l’ha colpita maggiormente del post contro i musulmani e perché ha deciso di portarlo in Commissione?
“Quello è soltanto uno degli ultimi episodi.
Da alcuni blog emergono frequentemente posizioni molto forti e lontanissime dal mio pensiero. Ho voluto parlarne in Commissione perché considero quanto accaduto sintomatico di un fenomeno sociale più vasto: oggi vengono espressi pensieri di una durezza estrema senza che quasi nessuno si scandalizzi.
Io stesso, per i miei atteggiamenti in Consiglio, posso essere considerato sopra le righe e non sono certo una persona che si scandalizza facilmente. In questo caso, però, credo sia necessario prendere posizione.
Dichiarazioni di quel tipo vengono utilizzate per ricostruire una realtà e orientare l’opinione pubblica. Non è la prima volta che accade.
Era già successo, per esempio, parlando della violenza di genere, quando qualcuno sostenne che a San Marino non fosse necessario affrontare il femminicidio perché da anni non se ne registravano casi”.
Nel suo intervento ha parlato di un “periodo molto buio”. Si riferiva allo scenario internazionale oppure anche a San Marino?
“A entrambi. Attraverso i social viviamo di riflesso ciò che accade nella società che ci circonda.
Ogni giorno siamo raggiunti da notizie di cronaca nera e di guerra. Sono appassionato di storia e so che certi fenomeni sono ciclici: proprio perché si sono già verificati, dovremmo essere capaci di riconoscerli.
Questi atteggiamenti e queste dichiarazioni ricordano dinamiche già vissute in altre epoche.
Ogni volta si cerca di stabilire se ci troviamo davanti alla libertà di pensiero oppure a qualcosa di diverso. Il ruolo istituzionale che ricopro mi impone di dirlo chiaramente, anche se questo dovesse farmi perdere credibilità agli occhi di chi alimenta tali fenomeni: onestamente non mi interessa rientrare nelle simpatie di questi soggetti.
Non mi è mai riuscito rimanere asettico: quando ritengo necessario prendere posizione, lo faccio”.
Chi l’ha criticata sostiene che il suo intervento rappresenti un tentativo di censurare opinioni diverse. Dove passa il confine tra la condanna di determinati messaggi e la libertà di espressione?
“La libertà di pensiero deve essere difesa: ognuno può dire e scrivere quello che vuole. Il problema nasce quando questa libertà viene impiegata per ledere la dignità e la libertà degli altri.
Non basta mettere un punto interrogativo alla fine di una frase per sottrarsi alle conseguenze di ciò che si afferma.
Quando si diffondono pensieri che attaccano intere etnie o gruppi religiosi, per me non siamo più davanti alla libertà.
Bisogna assumersi la responsabilità di ciò che si dice, senza giocare continuamente sull’ambiguità”.
Alcune ricostruzioni pubblicate dopo il suo intervento le hanno attribuito riferimenti che sostiene di non avere mai fatto.
“È stato preso il mio discorso, destrutturato e ricostruito secondo una finalità precisa.
Mi sono stati attribuiti riferimenti a persone che non ho mai nominato e alle quali non avevo neppure pensato.
L’audio del mio intervento è disponibile e può essere ascoltato da chiunque.
La libertà di espressione non può diventare la libertà di attribuire agli altri parole mai pronunciate. In Commissione ho parlato del rafforzamento dell’estrema destra in Germania e del rischio rappresentato da determinati fenomeni politici. Il resto è una costruzione”.
La vicenda si intreccia con le polemiche sull’arrivo a San Marino di alcuni palestinesi. Che cosa è accaduto?
“Anche in quel caso alcune parole sono state scomposte e rimontate.
Il segretario agli Esteri Luca Beccari aveva risposto a una mia comunicazione, con la quale chiedevo quale fosse la situazione.
A San Marino sono arrivati due studenti palestinesi attraverso l’Università.
Non è mai stato annunciato l’arrivo imminente di altre trenta persone. Esistono un decreto e una delibera del Congresso di Stato, rispetto ai quali Rete è stato l’unico gruppo a chiedere alcune modifiche. Al momento, inoltre, fare uscire delle persone da Gaza è estremamente difficile.
Eppure, da quelle parole è stata costruita una rappresentazione completamente diversa, quasi esistesse un piano già pronto per portare decine di palestinesi sul Titano”.
Lei ha difeso Beccari nonostante vi troviate spesso su posizioni politiche differenti.
“Politicamente io e Beccari siamo su posizioni diverse, ma questo non significa che debba utilizzare contro di lui una ricostruzione falsa.
Lo stesso era già accaduto nel dibattito sull’Europa, quando gli era stato attribuito di avere definito ignoranti i cittadini. Io ero presente e posso dire che non pronunciò quelle parole. Avrei potuto cavalcare politicamente quella polemica, ma non sarebbe stato corretto.
La contrapposizione politica non può giustificare la falsificazione dei fatti”.
San Marino rivendica storicamente una tradizione di accoglienza. Perché, a suo giudizio, l’ipotesi di accogliere dei palestinesi ha generato reazioni tanto accese?
“È una domanda che dobbiamo porci.
Abbiamo accolto gli ucraini senza assistere a una presunta sommossa popolare.
Quando si è parlato dei palestinesi, invece, si è creato immediatamente un clima differente. La storia dei nostri nonni e l’accoglienza assicurata durante la guerra vengono ricordate continuamente.
Quella memoria, però, deve tradursi in comportamenti coerenti anche nel presente”.
Secondo lei, dietro questa narrazione potrebbe esserci una strategia politica o elettorale?
“Sì, ne sono convinto.
C’è un’area che dice no ai palestinesi, no all’Unione europea e no a tutto ciò che permetterebbe a San Marino di uscire dal proprio isolamento.
È la paura sulla quale si alimenta il nazionalismo. Nei periodi geopolitici più difficili, se non si opera una distinzione chiara, si rischia di diventare quasi autarchici, guardando soltanto al proprio piccolo spazio e chiudendosi verso l’esterno.
San Marino, però, con i suoi 61 chilometri quadrati, non è nelle condizioni di isolarsi. Intravedo quindi un progetto politico, anche se non so se riuscirà effettivamente a concretizzarsi”.
Recentemente ha denunciato anche un possibile problema di riservatezza nelle istituzioni. Che cosa è successo?
“Mi riferivo sia a pratiche inerenti il Consiglio dei XII che alle richieste di residenza in Commissione Esteri, dove vige nel primo caso la riservatezza e nel secondo la segretezza.
Può capitare che io mi astenga o voti contro, ma sono soltanto uno dei quindici componenti e spesso la pratica viene comunque approvata.
Il problema è che, nonostante le sedute siano riservate, qualcuno evidentemente riferisce all’esterno chi ha espresso perplessità e che cosa ha detto. Un mese dopo l’approvazione di alcune pratiche, sono stato contattato da una persona che sembrava conoscere la posizione da me assunta durante la seduta”.
Ha interpretato quel contatto come una pressione?
“Le pressioni non mi preoccupano e non mi hanno mai condizionato.
Non ho risposto al messaggio e continuo a svolgere il mio ruolo secondo coscienza.
La questione seria è un’altra: come ha fatto quella persona a conoscere ciò che avevo detto durante una riunione riservata?
Se quanto avviene in quelle sedi viene riferito all’esterno, allora esiste un problema istituzionale.
Sono in Consiglio da quindici anni e continuerò a presentarmi con la faccia e lo sguardo dritti. Semmai sono altri ad abbassare lo sguardo quando mi incontrano”.
