San Marino ha già ridotto le sue banche da dodici a quattro, quasi sempre per fallimento. Forse è arrivato il momento di farlo per scelta.
Di recente ho avuto modo di parlare con un dirigente che, in passato, ha ricoperto un ruolo di vertice in una delle principali banche di San Marino ancora attive.
Molto candidamente, gli ho chiesto un parere professionale su un pensiero che mi accompagna da anni: San Marino dovrebbe fare un’operazione per unificare le sue banche.
Lui, in privato, mi ha confermato che potrebbe essere una strada assolutamente percorribile: “Una grande banca come gruppo statale e una banca privata sarebbero sufficienti per San Marino.”
La nostra analisi non si è spinta molto oltre. Ma a titolo personale, pur non avendo le migliori competenze in materia, vorrei fare qualche considerazione in più.
Lo sanno anche i muri
Ormai anche i muri sanno che San Marino ha un problema con le sue banche. Crisi, salvataggi, ricapitalizzazioni pagate dallo Stato, una cartolarizzazione di sistema per smaltire i crediti deteriorati: negli ultimi quindici anni ne abbiamo viste parecchie.
Il 19 ottobre San Marino ha firmato l’Accordo di Associazione con l’Unione Europea. Qualcuno dice che darà alle nostre banche la possibilità di operare fuori territorio, risolvendo buona parte dei problemi.
Altri non ne sono così convinti. E qualche motivo ce l’hanno: l’accesso al mercato unico dei servizi finanziari non sarà automatico. Procederà per comparti, dopo le verifiche su regole, vigilanza e solidità del sistema, con un percorso che può durare fino a quindici anni (Insider).
C’è poi un dettaglio di cui si parla meno. Le porte, quando si aprono, di solito si aprono in entrambe le direzioni. Se le banche sammarinesi potranno guardare all’Europa, è ragionevole aspettarsi che prima o poi le banche europee guardino a San Marino.
E anche una banca italiana di taglia media gestisce un attivo che è un multiplo dell’intero sistema sammarinese, fermo a 4,4 miliardi a fine 2025 (BCSM).
Va anche detto, però, che un mercato piccolo e già abbondantemente servito come quello sammarinese potrebbe non risultare abbastanza attrattivo per una banca italiana. E questo ci porta alla nostra prossima questione.
Una questione aziendale, prima che bancaria
Personalmente posso offrire solo una prospettiva aziendale. Che però vale per le banche come per qualsiasi altro tipo di impresa.
In un territorio e in un mercato piccolo come San Marino, ci sono troppe banche. Forse reduci di un passato fin troppo roseo, quando la raccolta arrivava quasi da sola e soprattutto da oltre confine. Nel 2008 valeva 14,5 miliardi, con più del 60% in mano ai non residenti; oggi vale circa la metà, 7,3 miliardi, e i non residenti sono sotto il 10% (Insider).
Quel mondo non c’è più. Il mercato si è dimezzato, le strutture molto meno.
Quando un settore si trova in questa situazione, di solito l’industria si consolida. In gergo si chiama M&A, Merger & Acquisition: fusioni, quando due società diventano una, e acquisizioni, quando una compra l’altra. Succede nelle telecomunicazioni, nei supermercati, nelle compagnie aeree. E succede, eccome, nelle banche.
La logica è semplice. Una banca ha costi fissi altissimi che non dipendono da quanti clienti serve: consiglio di amministrazione, collegio sindacale, direzione generale, compliance, antiriciclaggio, risk management, internal audit, sistemi informatici, segnalazioni alla vigilanza. A San Marino tutto questo esiste in quattro copie, per un Paese di poco più di trentamila abitanti.
Mettendo insieme due o più banche, quei costi si pagano una volta sola: sono le famose economie di scala. In più si somma il capitale, e una banca più grande può finanziare progetti più grandi, assorbire meglio le perdite e presentarsi con più credibilità a investitori, agenzie di rating e, da adesso, a Bruxelles.
E con l’allineamento alle regole europee quei costi fissi sono destinati a salire. Ogni nuova regola andrà applicata, documentata e controllata quattro volte.
Il consolidamento c’è già stato. Nel modo peggiore
A dirla tutta, San Marino un consolidamento lo ha già fatto. Le banche erano dodici, oggi sono quattro: Cassa di Risparmio, Banca di San Marino, Banca Agricola Commerciale e Banca Sammarinese di Investimento (Milano Finanza).
Il problema è come ci siamo arrivati.
Non con fusioni pianificate, ma con crisi, liquidazioni e salvataggi. Asset Banca è finita in liquidazione coatta e le sue attività e passività sono passate a Cassa di Risparmio (decreto 2017). Banca CIS, poi diventata Banca Nazionale Sammarinese, è uscita dal sistema bancario ed è stata trasformata in società di gestione (BCSM), lasciando più di un risparmiatore scottato.
Gli ex vertici, intanto, sono finiti a processo per la gestione della banca, con condanne per l’ex direttore e l’ex vicedirettore (Corriere Romagna). E proprio in queste ore, nel processo per associazione a delinquere, sono arrivate altre otto condanne in primo grado (Insider).
È il consolidamento versione Titano: si aspetta che qualcuno affondi e poi si raccolgono i pezzi. Spesso con i soldi dei contribuenti. Cassa di Risparmio, per dire, è stata ricapitalizzata dallo Stato con un titolo sovrano irredimibile per coprire le perdite accumulate durante la crisi (Segreteria Finanze).
La domanda, quindi, non è se San Marino avrà meno banche. È se ci arriverà per scelta o per incidente.
I conti nel 2026: meglio, ma non abbastanza
Per onestà, una precisazione. Chi pensa che le banche sammarinesi siano ancora sull’orlo del baratro sta guardando i dati di qualche anno fa.
I crediti deteriorati pesavano il 61,3% nel 2019, oggi il 14,7% (Insider). A giugno 2026 i deteriorati lordi sono scesi a 162 milioni, la raccolta ha toccato 7,275 miliardi, oltre un miliardo in più rispetto a due anni prima (Tribuna Politica). Buone notizie quindi.
Però il patrimonio netto dell’intero sistema bancario vale 361 milioni (Tribuna Politica). Tutte e quattro le banche insieme. E il Fondo Monetario Internazionale, a giugno, ha messo nero su bianco che restano vulnerabilità pregresse significative, con una capitalizzazione ristretta e una redditività debole in alcune banche, e che serve più efficienza sui costi (Libertas).
Tradotto: il paziente è uscito dalla terapia intensiva, ma non è pronto per la maratona. E la maratona europea è appena cominciata.
Un Sistema Bancario Sammarinese
Se a tutto questo aggiungiamo che le banche sammarinesi non sono ancora del tutto fuori pericolo, la creazione di un Sistema Bancario Sammarinese (SBS) mi sembra una strada percorribile. Forse anche quasi ovvia.
L’idea, nella versione del mio interlocutore, è semplice: un grande polo a controllo pubblico e, accanto, una banca privata. Il primo garantisce stabilità, servizi di base e credito a famiglie e imprese. La seconda tiene viva la concorrenza ed evita che il sistema diventi un monopolio di Stato.
Non è fantascienza. Lo Stato controlla già Cassa di Risparmio. Banca di San Marino è controllata per circa il 90% dalla Fondazione Ente Cassa di Faetano (Milano Finanza), che sta trattando la cessione della maggioranza a un nuovo socio (San Marino RTV). Le pedine, almeno in parte, sono già sulla scacchiera.
E non sono l’unico a pensarci. A settembre il PSD ha scritto che non deve essere un tabù ragionare su strumenti in cui risorse pubbliche e private concorrano, nel rispetto delle regole europee, a operazioni di consolidamento (Tribuna Politica). Perché il mercato, da solo, non sempre costruisce la soluzione migliore per un sistema piccolo come il nostro.
C’è anche un argomento molto pratico. Con l’Europa, le banche dovranno comunque rinnovare i propri sistemi informatici: tanto vale farlo una volta, non quattro.
I possibili intoppi
Il primo intoppo è umano. Tenderei a pensare che alcune persone, come sempre, preferirebbero far affondare la barca piuttosto che affidare i remi a qualcun altro. Lo diceva già Cesare, uno che da queste parti è passato: meglio essere il primo in un villaggio che il secondo a Roma. Ogni fusione significa meno poltrone, e in un Paese piccolo le poltrone sono poche e molto ben difese.
Poi ci sono quelli tecnici. Fondere bilanci fragili non crea una banca solida, quindi prima va fatta pulizia degli attivi. Stato, fondazione e soci privati vanno messi d’accordo sul prezzo. E c’è il personale: in un Paese di trentamila persone ogni esubero ha un nome e un cognome.
Infine, un polo bancario pubblico va tenuto lontano dalla politica. Lo stesso PSD ammette che in passato il rapporto tra politica e banche è stato troppo stretto (Tribuna Politica). Governance indipendente e nomine trasparenti non sono un dettaglio: sono la condizione.
Scegliere o subire
Non sono un banchiere e non pretendo di avere la soluzione in tasca. Ma da consulente vedo un mercato che si è ristretto, strutture rimaste quasi le stesse e un’Europa che sta per alzare l’asticella.
San Marino ha già perso otto banche, quasi sempre nel modo più caro. Oggi ha qualcosa che prima non aveva: conti un po’ più in ordine, un accordo europeo firmato e qualche anno di tempo davanti. Il momento di scegliere, invece di subire, forse è proprio questo.
E se un’operazione del genere andasse in porto, bisognerebbe avere il coraggio di farsi anche un’altra domanda: con due sole banche, serve ancora una Banca Centrale così com’è?
Abolirla (forse) non sarebbe possibile, perché l’Europa ci aprirà le porte solo dopo aver verificato la solidità della nostra vigilanza (Insider). Ma una struttura pensata quando le banche erano dodici potrebbe diventare più snella, o comunque più ridimensionata ed economica.
Resta da capire se qualcuno è disposto a passare i remi.
Nicholas Perpiglia
