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Attualità

America First, e poi? – Quello che il video di Will e ISPI ci dice sull’America del 2026

Nel video “America First: la fine dell’ordine mondiale?”, realizzato da Globally — il progetto nato dalla collaborazione tra Will e ISPI — si pone una domanda che sembra tecnica, da addetti ai lavori, e che invece riguarda direttamente la vita di chiunque, anche a migliaia di chilometri da Washington: l’America First di Trump è una parentesi, o è il nuovo modo in cui gli Stati Uniti staranno nel mondo?

A distanza di più di un anno e mezzo dall’inizio del secondo mandato, i fatti permettono di rispondere con più precisione di quanta se ne avesse a gennaio 2025. E la risposta che emerge non è rassicurante né per chi tifava per la rottura con l’ordine liberale del dopoguerra, né per chi sperava in un suo rapido ripristino.

La promessa e il conto

America First nasce come promessa doppia: meno impegni all’estero, più forza a casa. I dazi dovevano essere lo strumento che teneva insieme le due cose — proteggere l’industria americana, colpire i concorrenti, e nel frattempo far cassa per ridurre un deficit federale che nel 2025 ha sfiorato i 1.775 miliardi di dollari. Otto mesi dentro il 2026, il conto comincia a diventare leggibile. L’aliquota tariffaria media effettiva ha toccato il 6,6%, la più alta dal 1969, e le stime indicano un costo aggiuntivo di circa 900 dollari per famiglia americana nel corso dell’anno. Non è la Cina a pagare i dazi, come ripetuto nei comizi: è chi fa la spesa a Cleveland o a Tucson.

C’è poi un dettaglio che nei discorsi sovranisti raramente trova spazio: a febbraio 2026 la Corte Suprema ha stabilito che l’amministrazione ha ecceduto i propri poteri usando l’emergenza economica per imporre dazi senza passare dal Congresso. Il potere esecutivo più muscolare degli ultimi decenni si è scontrato con un limite istituzionale interno — la prova che “l’America First” non è un monolite, ma un progetto che deve fare i conti con i contrappesi che la stessa Costituzione americana prevede.

Un potere che riconosce i propri limiti

Il video di Globally insiste su un punto centrale: l’unilateralismo di Trump non è solo rottura, è anche — paradossalmente — un modo per l’America di misurare quanto può davvero ancora imporre. E qui il 2026 offre un indizio interessante: diversi osservatori notano che i più recenti cambi di tono della Casa Bianca su alcuni dossier internazionali non nascono da un’improvvisa vocazione diplomatica, ma da un più realistico riconoscimento dei limiti della potenza americana, anche in vista delle elezioni di midterm di novembre. È una lettura che ridimensiona il racconto della forza illimitata: la superpotenza che ridisegna l’ordine mondiale a proprio piacimento, in pratica, negozia, arretra, ricalibra — proprio come qualunque altro attore internazionale con vincoli reali.

Il paradosso interno

Ed è qui che il ragionamento del video tocca il nervo più scoperto: la politica estera “America First” doveva essere la garanzia di un ritorno di benessere interno, e invece l’indice di gradimento di Trump ha toccato un nuovo minimo a luglio 2026, proprio mentre cresce il divario tra la Casa Bianca e la sua stessa base elettorale, alimentato da un costo della vita che resta alto. Per l’elettorato che ha creduto nella promessa, il termometro non è il PIL o il numero di accordi commerciali rivendicati: è il prezzo della benzina alla pompa, sensibile a ogni tensione nello Stretto di Hormuz o a ogni attacco a una raffineria dall’altra parte del mondo — la prova plastica che anche una potenza che dice di volersi ritirare dal mondo resta comunque dentro le sue catene di interdipendenza.

Perché dovrebbe interessarci

Si potrebbe pensare che tutto questo sia un affare interno americano. Non lo è. Per settant’anni l’ordine internazionale — con tutti i suoi difetti, le sue ipocrisie, i suoi doppi standard — si è retto sull’idea che gli Stati Uniti fossero disposti a pagare un prezzo per garantirlo: alleanze, basi militari, istituzioni multilaterali, un dollaro come architrave del commercio globale. Se quella disponibilità viene meno, o diventa transazionale — un favore per un favore, un dazio per un dazio — non si tratta solo di un cambio di stile alla Casa Bianca. Si tratta di chi riempirà gli spazi lasciati vuoti, con quali regole, e a beneficio di chi. La Cina osserva. Il Sud globale osserva. E l’Europa, l’Italia compresa, è chiamata a decidere se continuare a considerare la protezione americana una rendita di posizione acquisita, oppure cominciare a costruire, sul serio, un’autonomia che finora è rimasta più uno slogan nei discorsi che una politica.

Il video pone una domanda aperta, e ha ragione a lasciarla tale: non sappiamo ancora se l’America First sia un incidente di percorso della storia americana o l’inizio di una nuova normalità. Ma i segnali del 2026 — un potere che si scontra con i propri limiti istituzionali, un elettorato che si sente tradito dalla propria stessa promessa, un mondo che nel frattempo si riorganizza senza aspettare Washington — suggeriscono che la domanda giusta non è più “l’ordine liberale finirà?”. È: con che cosa lo stiamo già sostituendo, e chi sta scrivendo le nuove regole mentre noi guardiamo altrove?

Fonti

ISPI – America First: la fine dell’ordine mondiale?

Globalist – Trump e il midterm 2026

Reason – Trump’s tariffs will cost each American household $900 in 2026

IndexBox – Trump Tariffs 2026