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Attualità

Il vincolo di mandato con cui Motus Liberi chiede 50.000 euro a Michela Pelliccioni è la stessa pratica che il Consiglio d’Europa ha già bocciato, e San Marino siede in quel consesso dal 1988

Domani Motus Liberi ha citato in giudizio la consigliera Michela Pelliccioni, uscita dal movimento il 16 luglio 2025 e rimasta in aula da indipendente di opposizione, chiedendole fino a 50.000 euro di danni per aver violato l’articolo 24 del proprio statuto: quello che impone ai suoi eletti il vincolo di mandato. Prima udienza il 24 settembre 2026, causa civile 241/2026, davanti al Commissario della Legge Isabella Pasini: non era mai successo a San Marino.

Ma il punto che nel dibattito sammarinese manca è un altro, ed è il più pesante: quel vincolo non è una clausola tecnica opinabile, è una pratica che il Consiglio d’Europa ha già esaminato e bocciato — e San Marino ne fa parte dal 16 novembre 1988.

Il documento esiste, è pubblico e non lo ha scritto questo giornale.

Nel rapporto del 2009 sul mandato imperativo, la Commissione di Venezia — l’organo del Consiglio d’Europa che detta gli standard costituzionali del continente, e a cui aderiscono tutti gli Stati membri, San Marino compreso — ha concluso che il principio che vieta il mandato imperativo, o qualunque altra forma di privare politicamente un rappresentante del proprio mandato, deve prevalere come pietra angolare del costituzionalismo democratico europeo.

Nei pareri sull’Ucraina, dove la Costituzione consentiva al partito di far decadere il deputato che cambiava gruppo, la stessa Commissione ha usato una parola sola: deplorevole. Perché quel meccanismo, scrive, mette il gruppo parlamentare al di sopra dell’elettorato.

Non è una posizione editoriale: è lo standard del club di cui facciamo parte.

Ed è anche lo standard del club a cui stiamo bussando con l’Accordo di associazione, cioè esattamente il tema su cui questa rottura è nata.

E allora a cosa serve la pluralità in aula?

Se il mandato appartiene al partito, il Consiglio Grande e Generale non è composto da sessanta rappresentanti: è composto da cinque o sei deleghe con sessanta braccia alzate. Il voto non si conta più per teste, si conta per simboli. Il cittadino continua a scrivere un nome e un cognome sulla scheda — e a San Marino il nome sulla scheda è tutto — ma quel nome, una volta seduto, non risponde più a chi lo ha scritto.

C’è poi la domanda che nessuno ha voglia di fare a voce alta: e la coscienza?

Un partito, nell’arco di una legislatura, può cambiare linea. Può sostenere per anni un percorso e poi frenare. In un sistema a mandato vincolato, chi resta fedele alla posizione per cui è stato votato diventa il traditore, e chi segue l’inversione a U diventa il leale. È la responsabilità politica capovolta: il partito è libero di cambiare, l’eletto no. E se un movimento prende una deriva, il rappresentante ha due opzioni: restare dove non crede più, oppure andarsene e pagare.

Qui sta il punto che rende questa causa una questione di sistema, non una vicenda personale.

A San Marino il consigliere non è un politico di professione.

È un dipendente privato, un dipendente pubblico, uno studente, un pensionato: gente che continua a fare il proprio lavoro e riceve un gettone di presenza per le sedute. È scritto negli atti del Consiglio, non è una nostra ricostruzione. Una richiesta da 50.000 euro rivolta a una persona così non è un contenzioso tra pari: è una cifra che, per chiunque viva del proprio stipendio, si misura in anni.

E il deterrente, si badi bene, non colpisce chi è già uscito. Colpisce il prossimo. Da oggi, qualunque consigliere sammarinese che si trovi in disaccordo con la propria segreteria fa un calcolo che prima non doveva fare, e in quel calcolo compare un numero. Questo è il danno vero, e non lo ripara nessuna sentenza.

Onestà intellettuale, però, fino in fondo.

Quella clausola Pelliccioni l’ha votata, presente all’assemblea del 31 maggio 2022, davanti a un notaio.

È il punto più forte del partito e sarebbe disonesto nasconderlo.

E anche la sua contromossa — chiedere alle Istituzioni di accollarsi la difesa fino a 50.000 euro — merita una discussione seria, non un applauso automatico: si apre un capitolo su chi paga cosa che il Consiglio non può liquidare in cinque minuti.

Il partito, dal canto suo, sta esercitando un diritto che la legge gli riconosce: chiedere i danni per la violazione di un patto interno. Nessuno qui lo mette in dubbio.

Ma una cosa può essere legittima e insieme sbagliata. Che la si possa fare non significa che si debba, e non significa che il Paese debba trovarla normale.

Il 24 settembre un giudice stabilirà se un accordo privato può reggere contro una libertà pubblica.

Il resto lo decide la politica, e non ha bisogno di aspettare la sentenza: un movimento che si è messo la parola Liberi nel nome sta chiedendo a un tribunale di far pagare a una donna il fatto di esserlo stata.

Il conto è di 50.000 euro. Il prezzo, invece, lo paghiamo tutti.