I corsi di formazione gratuiti non sono tutti uguali. Se li paga una fondazione, un ente pubblico o un fondo per la formazione, il gratis è un servizio. Se li regala l’azienda che poi vende qualcosa, il corso è una vetrina, e chi si siede in aula è un cliente da conquistare.
Il fenomeno cresce ovunque, e arriva sempre più spesso anche a San Marino.
Ci sono corsi gratuiti di marketing, di social, di vendita, di contabilità, di sicurezza informatica, di intelligenza artificiale. Ci sono webinar, serate, «masterclass» e percorsi con l’attestato finale.
La promessa è sempre la stessa: imparare un mestiere nuovo, o fare meglio il proprio, senza spendere niente.
È vero, nessuno chiede soldi. Ma qualcuno paga sempre.
Il docente, la sala e le ore di preparazione hanno un costo. Per questo la domanda giusta non è «quanto costa», ma «chi paga».
Quando paga una fondazione, i ruoli sono chiari.
La fondazione mette i soldi, la società di formazione viene pagata per insegnare e chi partecipa impara. Chi insegna ha un incarico preciso e deve rendere conto a chi lo paga. Il programma lo decide chi finanzia, e lo decide pensando a chi sta in aula.
Vale lo stesso per un ente pubblico, per un’associazione di categoria o un sindacato che formano i propri iscritti, e per i fondi che in Italia pagano la formazione dei dipendenti. È gratis per te perché lo paga qualcun altro.
E si sa chi è.
Quando il corso lo regala un’azienda, chi paga e chi vende sono la stessa persona. L’azienda non incassa niente dal corso, quindi deve rifarsi dopo. Le strade sono tre.
La prima è vendere. Il corso serve a farsi conoscere e a raccogliere contatti, e prima o poi arriva la proposta: il software, la consulenza, il percorso «avanzato» che stavolta si paga. Non è illegale e non è uno scandalo. Ma è marketing, non formazione.
La seconda sono i dati. Nome, mail, telefono, che lavoro fai, il sito della tua attività. Prima ancora di aver imparato qualcosa, hai consegnato la tua scheda cliente.
La terza è legarti a uno strumento. Chi vende un prodotto insegna il suo prodotto. Esci sapendo usare quel programma o quella piattaforma, non sapendo scegliere quella giusta per te. Succede anche con i corsi gratuiti dei grandi gruppi tecnologici: ottimi per imparare i loro strumenti, inutili per capire se ti servono davvero.
E poi c’è un costo che nessuno mette in conto: il tempo, che per chi manda avanti un’attività è la cosa più cara di tutte.
Una serata a guardare qualcuno che fa vedere cose belle non cambia il lunedì mattina. La formazione si misura il giorno dopo. Se torni al lavoro e fai meglio qualcosa che prima facevi peggio, il corso è servito. Altrimenti hai visto uno spettacolo.
Anche l’attestato va letto bene: vale quanto chi lo firma.
Prima di iscrivervi, fate quattro domande.
Chi paga? Se la risposta è «nessuno», la risposta vera è «voi, in un altro modo».
Chi organizza? Ragione sociale, sede e codice operatore economico devono essere scritti (e perlomeno esistere), non cercati.
Chi insegna? Ci vuole un nome e un cognome, con un mestiere che si possa verificare.
Cosa succede dopo? Se c’è qualcosa da comprare, meglio saperlo prima di sedersi.
Il lavoro cambia in fretta, e di formazione ci sarà bisogno sempre di più, a San Marino come altrove.
Proprio per questo bisogna chiedere sempre chi la paga.
Quando il gratis lo offre chi vende, il prezzo arriva dopo.
