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Attualità

Violenta, picchia e minaccia l’ex compagna: condanna definitiva a 4 anni e 11 mesi per un personal trainer di Riccione

Quattro anni e undici mesi di carcere per aver violentato, picchiato e maltrattato l’ex compagna. È diventata definitiva la condanna nei confronti di un personal trainer riccionese di 49 anni, riconosciuto colpevole di una lunga serie di violenze ai danni della donna con cui aveva una relazione sentimentale.

La parola fine è arrivata giovedì 22 ottobre dalla terza sezione penale della Corte di Cassazione, che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa dell’uomo, rappresentata dall’avvocato Stefano Caroli. Per il 49enne si aprono ora le porte del carcere: la pena è definitiva e, per la natura dei reati, non è prevista la sospensione ordinaria dell’esecuzione.

Maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale, lesioni personali, percosse e minacce. Sono i reati per i quali l’uomo è stato condannato. Una vicenda fatta di botte, umiliazioni, gelosia e continue imposizioni, con la compagna che, secondo quanto ricostruito durante il processo, si era ritrovata a vivere in un rapporto segnato dalla paura e dal controllo.

Tra gli episodi più pesanti c’è quello del 10 novembre 2020. Tutto nasce da una discussione apparentemente banale, la scelta di un abbonamento Internet per la casa. La lite degenera. L’uomo impedisce alla compagna di andarsene, la trascina in camera da letto, le strappa i vestiti e la costringe a subire un rapporto sessuale, nonostante lei pianga e lo supplichi ripetutamente di fermarsi.

Durante quella violenza, il 49enne pronuncia anche una frase che finirà al centro del processo: «Mi sembra di stuprarti». Parole che lo stesso imputato riconoscerà di aver pronunciato.

Ma non c’è soltanto quell’episodio. La relazione, secondo quanto accertato dai giudici, era diventata una continua imposizione di regole e divieti. Lui pretendeva di controllarle il telefono, decideva come dovesse vestirsi, con chi potesse uscire e quali fotografie pubblicare sui social.

Anche i rapporti con le amiche e con i familiari erano sottoposti alle sue pretese.

Persino gli spostamenti quotidiani dovevano fare i conti con la volontà del compagno.

E quando scoppiavano le discussioni, si arrivava anche alle mani.

Il 12 gennaio 2021, durante una lite, l’uomo spinse violentemente la compagna fuori dall’abitazione. La donna cadde, riportando una frattura all’osso sacro e una prognosi di trenta giorni. Poco più di un mese dopo, il 14 febbraio, un’altra aggressione le provocò lesioni al braccio sinistro.

Nel corso della relazione si verificarono anche ulteriori episodi di percosse e minacce. Tra queste, una particolarmente pesante: l’uomo arrivò a minacciare di ustionarle il volto con una piastra rovente.

A ricostruire quanto accaduto sono stati il racconto della vittima e una serie di elementi che hanno trovato spazio nel processo. Certificati medici, testimonianze, messaggi, registrazioni audio e persino un diario personale nel quale la donna aveva annotato gli episodi vissuti durante la relazione.

Elementi che hanno permesso ai giudici di ricostruire una storia di violenze fisiche, sessuali e psicologiche, nella quale la gelosia si era trasformata in una pretesa di controllo su ogni aspetto della vita della compagna.

Il primo verdetto era arrivato il 26 settembre 2024 dal Tribunale di Rimini, con il collegio presieduto dalla giudice Adriana Cosenza e composto anche da Luca Gessaroli ed Elisa Giallombardo. Nel dibattimento era intervenuto anche il pubblico ministero Luca Bertuzzi.

La condanna era stata poi confermata dalla Corte d’Appello di Bologna il 28 gennaio 2026. L’ultimo tentativo della difesa di ribaltare la decisione si è fermato davanti alla Cassazione, che ha chiuso definitivamente la vicenda giudiziaria.

Per la donna, costituitasi parte civile e assistita in tutti i gradi di giudizio dall’avvocato Mattia Lancini del Foro di Rimini, è stato riconosciuto anche un risarcimento di 16.300 euro.

«La mia assistita, prima di trovare il coraggio di denunciare, aveva soprattutto paura di non essere creduta», commenta l’avvocato Mattia Lancini.

«Il processo ha dimostrato che la credibilità di una persona non si misura dalla sua fragilità, ma dalla serietà con cui vengono verificati i fatti. Il suo racconto è stato sottoposto a un rigoroso vaglio e ha trovato conferma in una pluralità di riscontri indipendenti.

Per lei si chiude una vicenda profondamente dolorosa, ma soprattutto si consolida una fiducia nella giustizia che, all’inizio di questo percorso, temeva di non poter trovare. Ed è questo, prima ancora della pena inflitta, il significato più importante della decisione».