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Attualità

Dallo “Yes We Can” al “Make America Great Again” – La Gen Z di fronte al voto e l’incognita dell’astensionismo americano (di Michele Muratori)

Proseguono gli appuntamenti con la rubrica di approfondimento curata da Michele Muratori, capogruppo di Libera, dedicata all’analisi dell’attualità politica, delle principali sfide istituzionali e dei temi di maggiore interesse per la Repubblica di San Marino.

Dallo slogan Yes We Can alla stagione del Make America Great Again, la partecipazione delle nuove generazioni si conferma uno dei fattori decisivi per comprendere la traiettoria politica e la tenuta democratica degli Stati Uniti.

Nel settembre del 2014, parlando al vertice sul clima delle Nazioni Unite, Barack Obama pronunciò un monito destinato a definire la responsabilità generazionale della Gen Z, ricordando come quella fosse la prima generazione a sentire l’impatto dei cambiamenti climatici e l’ultima in grado di intervenire con efficacia (Obama UN Speech).

In quelle parole risuonava la spinta ideale che nel 2008 aveva portato il 66% degli elettori under 30 alle urne, garantendo ai Democratici un margine di 34 punti percentuali e trasformando la transizione ecologica, i diritti civili e il multilateralismo nei pilastri della coalizione progressista.

Oggi, di fronte alle imminenti elezioni di metà mandato, il quadro appare decisamente più articolato, rendendo la sfida per la maggioranza al Congresso una prova fondamentale sulla capacità del campo progressista di mobilitare nuovamente l’elettorato giovanile di fronte al programma e alla visione della destra guidata da Donald Trump.

La distanza tra l’eredità dell’era Obama e l’impostazione del movimento conservatore rispecchia una spaccatura profonda nell’idea stessa di sviluppo del paese.

Se da un lato la piattaforma democratica ha puntato sugli investimenti nella transizione ecologica e sugli accordi internazionali, dall’altro la linea di Trump ha riaffermato la centralità delle risorse fossili e il ridimensionamento delle regolamentazioni ambientali.

Tuttavia, l’idea di una Gen Z uniformemente orientata a destra appare smentita dai dati d’opinione.

Le rilevazioni dell’Harvard Youth Poll evidenziano infatti come, nel voto generico per il Congresso, i Democratici conservino un vantaggio rilevante di ben 17 punti tra i giovani registrati, a dimostrazione di come le priorità sociali ed ecologiche mantengano un forte radicamento nella maggioranza delle nuove generazioni.

La vera insidia per il campo progressista risiede nella frammentazione del consenso e nella crescente disillusione verso la politica tradizionale.

A differenza delle generazioni precedenti, la Gen Z muove i propri passi in un ecosistema informativo profundamente polarizzato, dove la fruizione delle notizie e il dibattito pubblico si svolgono quasi esclusivamente attraverso le piattaforme digitali e i social media.

In questo spazio virtuale, l’entusiasmo sistemico per le grandi narrazioni collettive è stato gradualmente sostituito da un attivismo più fluido ma anche più esposto all’affaticamento informativo e al disincanto, dove l’algoritmo tende spesso ad alimentare il risentimento e la sfiducia anziché la partecipazione costruttiva.

A rendere ancora più complesso il quadro interviene un’evidente divaricazione di genere all’interno dello stesso blocco generazionale.

Se tra le giovani donne e le studentesse universitarie le battaglie sui diritti riproduttivi, sulla tutela del pianeta e sui salari dignitosi mantengono margini di preferenza a sinistra superiori ai 19 punti, l’impatto dell’inflazione e del costo della vita ha aperto varchi significativi per la retorica conservatrice tra i giovani uomini, in particolare tra coloro che non possiedono un titolo di studio universitario.

Questa spaccatura rivela una doppia velocità nelle priorità dell’elettorato under 30, dove le questioni identitarie e i diritti civili si intrecciano con la crescente preoccupazione per la stabilità finanziaria e le prospettive di mobilità sociale.

Al tempo stesso, la dinamica demografica evidenzia l’incrinarsi di alcune lealtà storiche tra i gruppi sociali.

Pur rimanendo la generazione più etnicamente diversificata della storia americana, il voto giovanile all’interno delle comunità afroamericane e ispaniche non garantisce più un sostegno monolitico al Partito Democratico, mostrando segnali di insofferenza di fronte alle difficoltà economiche quotidiane.

Persino tra i giovani che dichiarano difficoltà finanziarie personali, oltre la metà esprime perplessità sulle politiche protezionistiche e tariffarie della destra, temendone le ripercussioni sul proprio potere d’acquisto nel lungo periodo, ma la percepita mancanza di risposte incisive da parte delle istituzioni alimenta la spinta verso l’astensione.

È in questa complessa dinamica che si giocano gli equilibri delle imminenti Midterm.

Per la strategia repubblicana l’obiettivo principale non è necessariamente la conversione ideologica della Gen Z, che in gran parte esprime riserve sulla linea della destra e sul negazionismo climatico, bensì il suo progressivo disimpegno dal voto.

Un calo dell’affluenza giovanile, che nelle consultazioni di metà mandato tende storicamente ad attestarsi attorno al 27%, finisce per avvantaggiare la base elettorale conservatrice, tradizionalmente più matura e disciplinata nell’affluenza ai seggi.

Al contrario, nei passaggi elettorali in cui la partecipazione giovanile ha raggiunto livelli elevati, l’elettorato under 30 si è rivelato la forza determinante nel contenere l’avanzata delle candidature di destra nei distretti chiave.

Dall’entusiasmo della stagione dello Yes We Can al pragmatismo del contesto attuale, la consapevolezza delle nuove generazioni sull’importanza della rappresentanza politica rimane un fattore primario.

In questo appuntamento con les urne, l’orientamento della Gen Z e la sua capacità di superare l’astensionismo non rappresentano soltanto una variabile elettorale per il Partito Democratico, ma il vero indicatore della tenuta dei valori progressisti nel futuro della democrazia americana.

Dallo “Yes We Can” al “Make America Great Again” – La Gen Z di fronte al voto e l’incognita dell’astensionismo americano (di Michele Muratori)