Proseguono gli appuntamenti con la rubrica di approfondimento curata da Michele Muratori, capogruppo di Libera, dedicata all’analisi dell’attualità politica, delle principali sfide istituzionali e dei temi di maggiore interesse per la Repubblica di San Marino.
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A dieci anni esatti da quel referendum, il ricordo di quelle ore resta nitido, ma il paesaggio che si è posato sul Regno Unito dopo la sbornia elettorale è tutt’altro che trionfale.
Quando i tabelloni confermarono il sorpasso del Leave con il 51,89% dei voti contro il 48,11% del Remain, spinti da un’affluenza che toccò il 72,2% secondo i dati della Electoral Commission, per mezza nazione sembrò l’alba di un’emancipazione epica.
Lo slogan dipinto sulla pancia dell’ormai leggendario autobus rosso scarlatto, Take Back Control, prometteva di riprendersi le chiavi di casa, regalare 350 milioni di sterline alla settimana alla sanità pubblica e chiudere i rubinetti dell’immigrazione europea.
Era una retorica potente, ma la realtà si è dimostrata priva di qualsiasi poesia.
Guardando indietro con la prospettiva di un intero decennio, appare evidente come quel voto abbia rappresentato un punto di non ritorno per la democrazia occidentale.
Quella campagna elettorale è stata il primo vero grande esperimento in cui le strategie di comunicazione digitale e le fake news hanno manipolato in modo strutturale l’opinione pubblica.
La promessa dei 350 milioni di sterline a settimana per il sistema sanitario si è rivelata una finzione contabile smentita subito dall’Office for National Statistics, il quale chiarì che il contributo netto reale, al netto dello sconto storico e dei rientri per agricoltura e regioni, oscillava appena tra i 170 e i 190 milioni, come documentato nelle analisi sui trasferimenti finanziari.
Una cifra del tutto marginale di fronte al vuoto economico aperto successivamente nel Paese.
Anziché inaugurare una stagione di ritrovata efficienza, la Brexit ha innescato un decennio di profonda instabilità politica e paralisi istituzionale.
La difficoltà di conciliare gli slogan con i vincoli dei negoziati internazionali ha consumato una classe dirigente dopo l’altra.
Il Regno Unito ha visto avvicendarsi ben sette Primi Ministri in dieci anni, da David Cameron a Theresa May, passando per le parabole di Boris Johnson e il breve governo di Liz Truss, fino a Rishi Sunak, Keir Starmer e l’attuale esecutivo.
Questa perenne emergenza politica ha azzerato ogni visione strategica di lungo termine, trasformando la gestione dello Stato in un continuo esercizio di contenimento dei danni.
Sul piano economico, le proiezioni diffuse attraverso le sintesi dell’impatto economico della Brexit e le analisi del National Institute of Economic and Social Research tracciano il quadro di una sofferenza strisciante.
Il mancato accesso al mercato unico ha tagliato il potenziale di crescita del PIL di circa quattro punti percentuali a lungo termine, sottraendo circa 40 miliardi di sterline l’anno alle casse pubbliche.
I costi amministrativi e i controlli doganali gravano sulle imprese per circa 7 miliardi all’anno, mentre la promessa di blindare le frontiere ha prodotto un paradosso clamoroso.
Con la chiusura dei canali di mobilità europei, la carenza di manodopera nei settori strategici ha spinto l’immigrazione netta dai Paesi extra-UE a toccare cifre record vicine ai 700.000 ingressi annui, come attestato dalle statistiche ONS sulla migrazione internazionale.
L’impatto più profondo si avverte tuttavia sul terreno della collocazione geostrategica.
Per decenni il Regno Unito ha esercitato un’influenza globale agendo da ponte naturale tra Washington e il continente europeo.
Venuto meno l’ancoraggio alle istituzioni di Bruxelles, è crollata anche la centralità del rapporto con gli Stati Uniti.
La speranza di compensare la fuoriuscita dal mercato unico con un canale commerciale preferenziale con la Casa Bianca è rimasta lettera morta, travolta dai mutamenti delle priorità americane.
Senza più il peso specifico di un tempo all’interno dell’Unione e privo di una sponda oltreoceano, il Regno Unito si ritrova oggi estromesso dai grandi blocchi decisionali della politica mondiale, fuori dall’UE e dentro nient’altro.
Non sorprende che la percezione dei cittadini si sia ribaltata.
Le indagini e le pubblicazioni del European Council on Foreign Relations indicano che oltre il 57% dei britannici considera oggi l’uscita un errore e più del 60% la giudica un fallimento complessivo.
Tra i giovani compresi tra i 18 e i 24 anni, la percentuale di chi vorrebbe rientrare nell’Unione supera il 70%, a testimonianza di una frattura generazionale sempre più marcata.
A dieci anni da quella notte elettrizzante, la lezione lasciata dalla Brexit è spietata.
Nel contesto globale del ventunesimo secolo, la sovranità intesa come isolamento non produce indipendenza, ma solo un lento e inesorabile scivolamento verso la marginalità.
