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Attualità

Zonzini (Rete): “Apprezziamo il passo indietro del governo” sulla conversione dell’irredimibile: “Ci auguriamo che non cambi la linea”

Giovanni Zonzini (Rete) interviene al comma 21 del Consiglio Grande e Generale, dedicato alla variazione al bilancio di previsione dello Stato e degli enti pubblici per l’esercizio finanziario 2026. Di seguito l’intervento integrale.

Giovanni Zonzini (Rete): Chiedo chiarimenti al segretario di Stato Gatti, che ha la delega alle Finanze, su un tema molto specifico, ma che credo sia molto rilevante per la gestione del nostro debito pubblico.

In particolare, mi riferisco all’emendamento soppressivo dell’articolo 3, comma 1, con il quale si fa un passo indietro sulla conversione dell’irredimibile in titoli di Stato ordinari, quindi non più irredimibili, ma con scadenza a cinque anni.

Nella prima lettura del progetto di legge di variazione di bilancio, il governo aveva proposto di emettere 50 milioni di euro di debito in più attraverso l’emissione di titoli di Stato e di utilizzare quei 50 milioni per ridurre, per un pari importo, presumo, il titolo di debito pubblico irredimibile che è attualmente nell’attivo di Cassa di Risparmio.

Faccio un breve riepilogo per chi non conoscesse bene la vicenda. Il titolo irredimibile è stato una soluzione trovata all’inizio della scorsa legislatura per coprire il buco di bilancio che era emerso, o forse era stato fatto emergere, in Cassa di Risparmio con il bilancio del 2017.

Ricordiamo tutti quella perdita mostruosa di 534 milioni di euro. Il titolo irredimibile è di fatto un titolo di Stato che produce un interesse dell’1,5% all’anno per Cassa di Risparmio, ma che non ha scadenza e quindi, in linea di principio, la quota capitale potrebbe non essere mai restituita.

Questo significa che il valore di quel titolo di Stato irredimibile non è il suo valore facciale, perché non vi è nessuna scadenza per la restituzione del capitale, ma questo non significa che sia carta straccia, in quanto produce una rendita annua dell’1,5%.

Dal punto di vista dello Stato, quel debito è in qualche modo il miglior debito che ci sia, perché ha un tasso di interesse basso, più basso di quello che riusciamo a ottenere collocando i nostri titoli sul mercato, e al tempo stesso non ha una scadenza per la sua restituzione, in quanto è irredimibile.

Dal nostro punto di vista era una mossa poco intelligente, in questo momento, andare a sostituire un debito di 50 milioni di euro sul quale paghiamo l’1,5% e di cui non dobbiamo restituire la vera sorte con 50 milioni di debito che ci costano, credo, il 3,5% e che dovremmo restituire, mi pare, fra cinque anni.

Mi fa piacere che sia arrivato questo emendamento soppressivo da parte del governo, che evidentemente si è reso conto che non era forse una mossa particolarmente furba, però vorrei capire dal segretario alle Finanze quali siano gli intendimenti.

Questo emendamento rappresenta una nuova linea del governo, quindi quella di rimandare in questa fase la conversione del titolo irredimibile in titoli di Stato ordinari, anche perché il nostro bilancio pubblico in questo momento è pressato e, se guardiamo nella prospettiva di medio termine, ricordiamoci delle obbligazioni BNS che andranno in scadenza?

Oppure è soltanto una scelta momentanea e poi il governo tornerà sui suoi passi, cosa che non mi auguro?

Comunque, apprezziamo il passo indietro del governo, esplicitato attraverso questo emendamento soppressivo, e ci auguriamo che non cambi la linea, in quanto a noi sembra assolutamente fuori luogo e sconveniente, in questo momento non facile per il bilancio dello Stato, andare a convertire 50 milioni di euro di titoli irredimibili, di cui non dobbiamo restituire la vera sorte e sui quali paghiamo l’1,5%, per sostituirli con titoli di Stato con scadenza a cinque anni e interesse del 3,5%.

Vorrei quindi un chiarimento sui motivi che hanno condotto il governo alla presentazione dell’emendamento soppressivo dell’articolo 3, comma 1, e anche su quali siano gli intendimenti del governo in futuro in merito al titolo irredimibile.

Se la rendita divora il salario – di Giovanni Maria Zonzini