Proseguono gli appuntamenti con la rubrica di approfondimento curata da Michele Muratori, capogruppo di Libera, dedicata all’analisi dell’attualità politica, delle principali sfide istituzionali e dei temi di maggiore interesse per la Repubblica di San Marino.
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Nella tradizione narrativa e filosofica il filo rosso è l’elemento invisibile che connette eventi, persone o contesti all’apparenza slegati, rivelando la presenza di una trama comune.
Nelle teorie di Carl Gustav Jung questo filo rappresenta l’emergere dell’inconscio collettivo, ossia un substrato profondo di archetipi, paure e bisogni condivisi che si attiva simultaneamente in luoghi diversi, traducendosi in reazioni analoghe di fronte a un medesimo trauma o stravolgimento esistenziale.
È proprio questo tracciato invisibile che sta attraversando la geografia politica dell’Europa, da occidente a oriente, unendo piazze apparentemente distanti e diverse per contesti e rivendicazioni.
Le strade delle grandi metropoli europee sono tornate a riempirsi dei volti di ragazzi e ragazze appartenenti alla Generazione Z.
Dalle grandi capitali dell’Unione Europea fino alle regioni dei Balcani orientali, le mobilitazioni hanno assunto un’intensità tale da richiedere un’analisi che vada oltre la cronaca spicciola o il mero resoconto degli scontri di piazza.
Sebbene le motivazioni scatenanti differiscano a seconda delle peculiarità locali, emerge una matrice comune che ruota attorno a un profondo senso di incertezza verso il futuro e al ridimensionamento delle aspettative di mobilità sociale.
Nelle città francesi la tensione sociale si è riaccesa attorno al nodo del costo della vita, del lavoro e delle riforme economico-sociali.
Vedendo studenti e giovani lavoratori affiancare i sindacati tradizionali o muoversi in comitati spontanei, la protesta ha toccato picchi di forte conflittualità, sfociando in duri scontri con le forze dell’ordine nei quartieri centrali di Parigi e nei principali hub universitari.
Al centro della rivendicazione francese c’è la percezione di una perdita progressiva di potere d’acquisto, l’aumento dell’inflazione e la contestazione di un modello di sviluppo economico ritenuto sbilanciato, dove l’ingresso nel mercato del lavoro formale appare sempre più gravoso e meno garantito.
In Italia la mobilitazione ha trovato i suoi catalizzatori principali nella crisi dell’accessibilità abitativa, nell’adeguamento delle infrastrutture scolastiche ed universitarie e nella contestazione delle politiche governative in materia di istruzione e precarietà lavorativa.
Le manifestazioni in città come Milano, Roma e Torino hanno registrato momenti di forte tensione, segnati purtroppo anche da episodi indegni di devastazione, saccheggi e violenze che vanno fermamente condannati e distinti dalle intenzioni della piazza.
Occorre infatti tracciare una linea di demarcazione netta tra la stragrande maggioranza dei ragazzi scesi legittimamente in strada per far valere i propri diritti e quei gruppi di malintenzionati o frange violente, tra le cui fila si contava persino la presenza di giovanissimi di appena 11 e 12 anni, che hanno strumentalizzato il corteo per creare disordini e colpire le attività economiche cittadine.
I giovani italiani pongono l’accento sul divario tra la formazione accademica e le opportunità reali del mercato dell’occupazione, denunciando un sistema di contratti a termine o di tirocini non retribuiti che ritarda indefinitamente il raggiungimento di un’autonomia economica e personale.
Spostandosi nella penisola iberica la Spagna condivide molte delle criticità italiane, ma le declina in un dibattito incentrato soprattutto sulla crisi degli alloggi e sulla precarietà occupazionale giovanile.
A Madrid e Barcellona l’aumento vertiginoso dei prezzi degli affitti è spinto dalla turistificazione e dalla gentrificazione, processi che riqualificano i quartieri popolari ma finiscono per espellere i residenti storici a vantaggio di ceti più abbienti e visitatori.
Questo fenomeno ha reso quasi impossibile per gli under 30 lasciare il nucleo familiare d’origine.
Le proteste, che in diverse occasioni sono sfociate in tensioni e sanzioni per blocchi stradali, mettono in discussione la sostenibilità del modello economico urbano contemporaneo, chiedendo interventi regolatori sul mercato immobiliare e maggiori garanzie per l’impiego giovanile.
Il contagio del dissenso ha progressivamente coinvolto anche il Belgio, dove la capitale Bruxelles e centri accademici come Liegi sono stati teatro di imponenti cortei studenteschi sfociati in scontri con le forze dell’ordine, con blocchi della circolazione e l’uso di idranti e lacrimogeni per disperdere la folla.
In questo contesto i giovani protestano contro la manovra sui tagli all’istruzione pubblica, i rincari delle tasse universitarie e l’aumento generale del costo della vita nelle città dell’Europa nord-occidentale.
Parallelamente in Grecia, ad Atene e Salonicco, le piazze giovanili sono tornate ad infiammarsi contro i progetti di riforma del mercato del lavoro, la deregolamentazione degli orari e la progressiva privatizzazione dell’insegnamento superiore, denunciando condizioni operative che rischiano di precludere l’accesso agli studi per i ceti meno abbienti.
Particolarmente significativa è poi la situazione in Albania, dove le piazze di Tirana hanno evidenziato una dinamica di dissenso che trascende i confini dell’Unione Europea pur condividendone le radici profonde.
Le proteste nel Paese sono nate nei mesi scorsi per contestare i controversi progetti immobiliari promossi da Jared Kushner, genero dell’ex presidente americano Donald Trump, mirati alla realizzazione di lussuosi resort turistici sulle coste albanesi e nelle aree protette.
Questa operazione è stata duramente criticata dai manifestanti come un simbolo di speculazione e di svendita del territorio voluta dal governo.
A questa mobilitazione iniziale si è rapidamente saldata la rivolta della Generazione Z, dando vita a un movimento dal carattere prioritariamente politico ed istituzionale.
Gli studenti sono scesi in strada per denunciare i fenomeni di corruzione endemica, la mancanza di trasparenza nella gestione dei fondi pubblici dedicati all’istruzione e la carenza di prospettive che da anni alimenta un forte flusso emigratorio verso l’Europa occidentale.
Gli scontri verificatisi attorno ai palazzi del potere e all’Università di Tirana testimoniano una spaccatura tra una gioventù che chiede riforme strutturali e standard europei di governance e un sistema politico percepito come autoreferenziale.
Mettere a confronto le proteste della Generazione Z con la stagione storica del Maggio 1968 offre una chiave di lettura cruciale per comprendere la trasformazione dell’idea stessa di contestazione.
Il Sessantotto fu una rivoluzione culturale ed esistenziale guidata dall’ottimismo di una generazione figlia del boom economico.
I giovani di allora scendevano in piazza sorretti da una solida impalcatura ideologica e da un forte senso di efficacia politica.
L’obiettivo non era correggere le falle del sistema, ma sovvertirlo e ridisegnare la società da cima a fondo, espandendo i diritti individuali, abbattendo il patriarcato e smantellando le gerarchie tradizionali.
Il Sessantotto guardava al futuro con la convinzione che il domani sarebbe stato intrinsecamente migliore del presente.
Le manifestazioni odierne della Generazione Z si muovono all’interno di una cornice radicalmente diversa, segnata da quello che i sociologi definiscono un ribaltamento dell’orizzonte temporale.
L’elemento caratterizzante delle piazze attuali non è la costruzione di un’utopia ideologica, ma la difesa da un regresso materiale immediato.
La Generazione Z non protesta per proiettare la società verso un ideale astratto, ma per difendere le proprie condizioni di sussistenza ed evitare che il presente e il futuro peggiorino ulteriormente.
Se i manifestanti del Sessantotto contestavano l’omologazione della società del benessere da una posizione di relativa sicurezza economica, i giovani di oggi lottano per accedere a quello stesso benessere, ormai percepito come un privilegio inaccessibile.
Un’altra differenza fondamentale risiede nella forma organizzativa, nei canali informativi e nella narrazione politica.
Mentre il Sessantotto e i decenni successivi si nutrivano di stabili quotidiani di partito, saggistica teorica, assemblee permanenti e collettivi strutturati, il movimento odierno vive in un ecosistema informativo totalmente frammentato e privo di intermediari tradizionali.
La Generazione Z si informa in modo orizzontale e decentralizzato attraverso piattaforme digitali, social network, canali Telegram, creators e formato video breve.
Questo ecosistema filtra la realtà attraverso algoritmi che premiano la viralità e l’impatto emotivo immediato, scavalcando del tutto il ruolo del giornalismo tradizionale e delle strutture di partito.
Questo nuovo modello informativo rende la protesta attuale estremamente rapida nella mobilitazione e capace di superare i confini nazionali in poche ore, permettendo a rivendicazioni nate in una città di risuonare simultaneamente in tutta Europa.
Al contempo, tuttavia, rivela una forte fragilità nella sintesi e nella durata politica.
L’informazione algoritmica, rapida e iper-concentrata, genera picchi di attenzione travolgenti ma anche una rapida saturazione.
Senza leader riconosciuti, giornali di riferimento o partiti in grado di canalizzare questa circolazione virale di notizie in una piattaforma programmatica strutturata, il malessere rischia di esaurirsi nella reazione istintiva del presente senza trasformarsi in progetto di lungo periodo.
L’interpretazione di questo fenomeno rimane oggetto di un articolato dibattito pubblico e politico.
Da un lato gli osservatori e i sostenitori dei movimenti sottolineano come la rabbia di piazza sia l’esito fisiologico di decenni di politiche economiche che hanno scaricato il peso delle crisi finanziarie e strutturali sulle coorti generazionali più giovani.
In questa prospettiva la protesta viene vista come un atto di partecipazione civica e di legittima difesa del contratto sociale da parte di chi vede contrarsi i propri diritti fondamentali.
Dall’altro lato la ferma condanna di ogni forma di violenza, degli scontri di piazza e dei danneggiamenti urbani si impone come una necessità non solo per la tutela dell’ordine pubblico ma per la sopravvivenza stessa del dissenso.
Le degenerazioni violente finiscono infatti per oscurare la legittimità delle istanze portate avanti, trasformando la rabbia in cieco vandalismo e offrendo una facile scorciatoia a chi preferisce ridurre una complessa questione sociale a un semplice problema di sicurezza.
Se i canali istituzionali e di rappresentanza formale devono rimanere il luogo privilegiato del confronto, la scorciatoia dello scontro fisico svuota di significato la protesta e ne compromette la credibilità agli occhi dell’opinione pubblica.
Il panorama che emerge dalle piazze europee evidenzia quindi una sfida cruciale per le democrazie occidentali, dove la capacità di comprendere le cause profonde del disagio giovanile e di dare risposte concrete alle aspettative delle nuove generazioni rappresenterà uno dei parametri fondamentali per la stabilità e la coesione sociale.
In fondo seguire quel filo rosso significa sciogliere quel nodo prima che la rabbia delle piazze diventi l’unica lingua rimasta per parlare al futuro.
