Proseguono gli appuntamenti con la rubrica di approfondimento curata da Michele Muratori, capogruppo di Libera, dedicata all’analisi dell’attualità politica, delle principali sfide istituzionali e dei temi di maggiore interesse per la Repubblica di San Marino.
Esiste un aspetto al centro del progetto europeo che spesso sfugge alle critiche più preconcette, ovvero che l’Unione non nasce per uniformare ma per far cooperare le diversità. Lungi dal rappresentare quella cintura di forza burocratica che molti denunciano, l’UE si è affermata come un solido spazio politico di pace e cooperazione, concepito per unire le forze, rafforzare la presenza sui mercati mondiali e disinnescare le storiche tensioni tra nazioni. Questo sforzo unitario non impone un modello unico. A casa propria, nell’esercizio quotidiano della propria sovranità statale, ogni Paese continua a decidere in autonomia sugli aspetti decisivi della vita pubblica. L’esame oggettivo del funzionamento delle istituzioni europee e dei dati internazionali conferma che l’Europa delle regole è un’Europa delle asimmetrie fisiologiche, un ecosistema dove la cooperazione continentale e il rispetto delle identità nazionali non sono principi in conflitto ma le due facce della stessa medaglia.
Pensiamo al mercato unico attivo dal 1993, che ha ridotto le barriere interne, e all’accordo di Schengen del 1995, capace di garantire la libera circolazione senza controlli di frontiera in ben 25 dei 27 Stati membri, con le sole eccezioni di Irlanda e Cipro. Accanto a queste conquiste strutturali, il cammino europeo procede affrontando le sfide di un’Unione in evoluzione, dove la sovranità giudiziaria, le polizie e i sistemi fiscali mantengono ben salde le loro specificità nazionali. L’adozione dell’euro in 21 Paesi, arricchita dall’ingresso della Bulgaria dal 1 gennaio 2026, e gli strumenti storici di risposta finanziaria e solidarietà europea testimoniano una capacità di reazione straordinaria, pur nella coesistenza con le valute di Polonia, Svezia, Danimarca, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania. Sul piano fiscale permangono differenze significative tra le architetture nazionali, con aliquote nominali sulle società che variano dal 9 percento dell’Ungheria al 35 percento di Malta. Un quadro eterogeneo che ha spinto le stesse istituzioni europee a un dibattito aperto su come coniugare la competitività dei singoli territori con l’armonizzazione delle opportunità per le aziende e le tutele per i lavoratori.
All’interno del bilancio comunitario, dove 9 Paesi risultano contributori netti e 18 beneficiari, si evidenzia il ruolo della Polonia come primo beneficiario netto e dell’Ungheria tra i primi in proporzione al PIL, pur a fronte dei fondi congelati per le passate violazioni del governo Orbán dello Stato di diritto e del grande impegno umanitario profuso dalla Polonia nell’accoglienza di quasi un milione di profughi ucraini dal 2022.
Anche di fronte alle crisi internazionali più complesse, l’Unione Europea dimostra una crescente capacità di forgiare risposte condivise, pur misurandosi con la pluralità delle sensibilità nazionali. Nella gestione del sostegno all’Ucraina, se gli aiuti finanziari viaggiano stabilmente attraverso il bilancio comune in proporzione al PIL, la fornitura di armamenti vede differenti impegni da parte dei singoli Stati, dalla Danimarca che destina oltre il 3 percento del PIL all’Italia ferma allo 0,14 percento, dall’Ungheria che sceglie di non inviare armi alla Germania che si conferma il principale donatore con circa 22 miliardi di euro secondo il Kiel Institute Ukraine Support Tracker.
Su un piano analogo, l’approvazione unanime di ben 21 pacchetti di sanzioni contro la Russia ha fatto crollare la quota di gas russo in Europa dal 45 percento al 12 percento, e sebbene nel 2025 siano stati corrisposti 12,6 miliardi di euro per le forniture, la rotta verso l’indipendenza energetica rimane tracciata.
Nel grave quadrante del Medio Oriente, la ricerca di una posizione comune si riflette nel riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di 16 Paesi membri e nel dibattito sulla proposta della Commissione di sospendere l’accordo commerciale con Israele, respinta dal Consiglio il 21 aprile 2026 anche per il voto contrario di sette Stati tra cui Germania e Italia, che rappresentano un terzo della popolazione europea.
Sul fronte della sicurezza e della difesa, l’assenza di un esercito europeo unificato e la presenza di 27 forze armate differenti, con quattro Paesi esterni alla NATO, confermano come la gestione della sicurezza nazionale e della difesa rimanga una prerogativa saldamente in capo ai singoli Stati. I quattro Stati membri dell’Unione Europea che non aderiscono all’Alleanza Atlantica mantengono questa posizione per ragioni storiche e costituzionali ben precise. L’Austria conserva la propria neutralità permanente sancita dalla Costituzione e dal Trattato dello Stato Austriaco del 1955, sottoscritto come condizione prescelta per il ritiro delle forze di occupazione alleate e sovietiche dopo il secondo conflitto mondiale. L’Irlanda persegue una storica politica di neutralità militare e non allineamento fondata sul meccanismo del cosiddetto triple lock, che richiede l’approvazione del Governo, il vaglio del Parlamento e l’autorizzazione formale dell’ONU per qualsiasi invio di truppe all’estero, a salvaguardia della propria autonomia decisionale. Cipro rimane all’esterno dell’Alleanza principalmente a causa della grave divisione dell’isola e delle tensioni con la Turchia, Stato membro della NATO che oppone un veto formale a ogni potenziale riavvicinamento o cooperazione istituzionale. Malta garantisce la propria neutralità attraverso l’articolo 1 della Costituzione approvato nel 1987, il quale sancisce lo status di Paese neutrale non allineato, escludendo l’adesione ad alleanze militari e vietando l’uso del territorio nazionale per basi straniere in tempo di pace. Le differenze nella spesa militare, che vede la Polonia al 4,1 percento del PIL nel 2024 a fronte di Italia e Spagna sotto la soglia del 2 percento, si accompagnano a risposte strategiche dei singoli Stati, come il fondo tedesco da 500 miliardi aperto nel marzo 2025 e gli investimenti tecnologici annunciati dalla Francia nell’intelligenza artificiale e nell’energia nucleare nel febbraio 2025, confermando che l’Europa rispetta le autonome scelte e le specificità di ciascun ordinamento nazionale.
Il cammino dell’integrazione europea si misura costantemente anche con la capacità di tradurre i valori condivisi in politiche di solidarietà e giustizia all’interno dei confini comuni europei. Le difficoltà incontrate nella gestione dei flussi migratori, unite alle crisi provocate da Stati esteri, testimoniano la necessità di arrivare a un sistema di asilo autenticamente europeo ed equo.
Gestire le tensioni tra le specificità dei singoli Stati e l’universalità dei principi europei costituisce la grande sfida politica del nostro futuro. Per confrontarsi con potenze globali come Cina, Stati Uniti e Russia, l’Europa è chiamata a rafforzare le proprie sinergie strategiche e il coordinamento sulle grandi sfide continentali, trasformando ogni diversità in un’opportunità di crescita collettiva.
In questo contesto si inserisce l’analisi dell’Accordo di Associazione tra la Repubblica di San Marino, Andorra e l’Unione Europea. L’integrazione europea non comporta alcuna cessione indiscriminata della sovranità statale, né un recepimento acritico del diritto comunitario. L’accordo di associazione, che non farà di San Marino uno Stato membro dell’Unione, garantisce il mantenimento di un’autonomia decisionale e legislativa salda, confinando l’adeguamento normativo esclusivamente alle materie e alle regole condivise necessarie all’accesso al mercato unico.
L’accordo non attribuisce all’Unione Europea alcuna competenza su pilastri fondamentali della sovranità della Repubblica. Nello specifico, San Marino conserva la sua totale ed esclusiva sovranità in materia di fiscalità e imposizione tributaria, definendo in autonomia le proprie aliquote e il proprio sistema fiscale. Rimangono interamente sotto la sovranità nazionale la condotta delle relazioni internazionali e la tutela della storica neutralità sammarinese, così come restano di esclusiva pertinenza statale l’ordinamento giudiziario, la gestione del diritto civile e penale e la sicurezza interna. Allo stesso modo, l’organizzazione della sanità pubblica, della sicurezza sociale, dell’istruzione, della cultura e delle politiche del lavoro rimane prerogativa esclusiva delle nostre istituzioni.
L’accordo europeo è uno strumento pragmatico d’integrazione volto ad eliminare le discriminazioni alle quali sono stati soggetti i sammarinesi, in quanto extracomunitari. Esso include clausole di salvaguardia per tutelare le specificità della Repubblica e vari comitati per gestirle. Integrare gli Stati mantenendo la loro sovranità istituzionale non è una contraddizione, ma la sintesi migliore tra cieca apertura e inutile chiusura. È una prova che nell’Europa delle regole si può vivere meglio rimanendo, in ogni ambito fondamentale, pienamente padroni di sé stessi e del proprio futuro insieme agli altri.
