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Attualità

Un segretario che parte, un presidente che torna e un mondo che si divide sempre di più (di Michele Muratori)

Proseguono gli appuntamenti con la rubrica di approfondimento curata da Michele Muratori, capogruppo di Libera, dedicata all’analisi dell’attualità politica, delle principali sfide istituzionali e dei temi di maggiore interesse per la Repubblica di San Marino.

Esiste un’immagine antica e potente che descrive il destino delle istituzioni internazionali meglio di qualsiasi trattato contemporaneo di geopolitica ed è il mito di Sisifo. Condannato dagli dei a spingere un enorme macigno fino alla cima di una montagna solo per vederlo rotolare immancabilmente verso il basso, l’eroe greco incarna lo sforzo perpetuo, frustrante e apparentemente vano del multilateralismo.

Ogni anno a New York, le delegazioni globali si riuniscono per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il compito monumentale di spingere verso l’alto la pietra della pace, del dialogo e della cooperazione. Eppure, proprio quando la vetta sembra vicina, il masso precipita nuovamente sotto il peso di nuovi conflitti, veti incrociati e prove di forza. Questa sessione non ha fatto eccezione, sospesa tra il dramma umanitario e militare che insanguina il Medio Oriente, dal conflitto a Gaza al baratro aperto in Libano, e la minaccia latente di un’escalation aperta, aggravata dal logorante addio del Segretario Generale António Guterres, che ha aperto i lavori mettendo in guardia contro la traiettoria irreversibile di un mondo frammentato.

Si è avvertito nei corridoi del Palazzo di Vetro un senso di stanchezza storica, quasi che i giganti della terra si stiano rassegnando a lasciare cadere la pietra, preferendo la via dell’isolamento o della forza unilaterale.

La cronaca di questi primi giorni descrive plasticamente questa faglia. L’aula dell’Assemblea è diventata il palcoscenico di fratture profonde, dove la diplomazia cede il passo al teatro dello scontro ideologico. Lo si è visto chiaramente durante l’attesissimo e durissimo discorso del presidente statunitense Donald Trump.

Nel momento esatto in cui il leader americano ha iniziato a delineare lo storico scontro con Teheran, minacciando reazioni totali in assenza di un accordo, la delegazione dell’Iran si è alzata abbandonando l’aula, lasciando una sedia vuota a simboleggiare la distanza siderale tra le parti. Pochi minuti dopo, lo stesso copione si è ripetuto con la delegazione di Cuba, guidata dal ministro degli Esteri Bruno Rodríguez Parrilla, che ha abbandonato i lavori in segno di aperta protesta non appena la Casa Bianca ha definito l’isola uno Stato assolutamente fallito destinato a crollare.

Questi gesti di rottura, uniti alle assenze pesanti di leader come Xi Jinping e Vladimir Putin e alle proposte dirompenti del presidente turco Erdogan sull’abolizione del diritto di veto, dimostrano che il tavolo multilaterale è oggi più che mai un terreno minato.

È in questo preciso momento di crisi e di abbandoni plateali che la prospettiva deve cambiare, perché se i grandi imperi possono permettersi il lusso del cinismo e della sedia vuota, lo sguardo di un piccolo Stato cattura una verità totalmente diversa.

Per una realtà come San Marino, forte della sua identità di Repubblica più antica del mondo, il multilateralismo non è una scelta politica tra le tante e non è nemmeno un mero esercizio di retorica ideale. È, al contrario, la nostra stessa biografia. La storia millenaria del Titano insegna che l’indipendenza e la libertà non si difendono con la forza delle armi, ma con l’esercizio magistrale della diplomazia e del riconoscimento reciproco. Nei secoli in cui l’Europa veniva ridisegnata dal passaggio degli imperi e dai conflitti totali, San Marino ha saputo preservare la propria sovranità intessendo reti di alleanze, promuovendo il primato della legalità e offrendo un porto sicuro di neutralità e accoglienza.

Dalle storiche lettere di ringraziamento di Abraham Lincoln fino ai complessi negoziati nei consessi europei e internazionali, la nostra sopravvivenza è la dimostrazione vivente che il diritto può essere più forte dei cannoni. Il multilateralismo moderno è l’evoluzione naturale di questa nostra vocazione storica, lo strumento che permette a una comunità senza eserciti di non essere un semplice spettatore della storia, ma un soggetto giuridico pienamente sovrano.

Ascoltare in queste ore le voci di altri piccoli Stati presenti all’Assemblea Generale, come Cipro attraverso le parole del Presidente Nikos Christodoulides, e il Lussemburgo con il primo intervento del Granduca Guillaume, offre una chiave di lettura illuminante. Di fronte a un sistema che vacilla, il leader cipriota ha sottolineato con lucidità la necessità di fare massa critica e coalizzarsi, ricordando che non possiamo costringere, ma possiamo unire le forze.

Un concetto risuonato con pari intensità nell’interrogativo sollevato dal capo dello Stato lussemburghese, il quale ha domandato se un piccolo Paese possa credere che il diritto internazionale lo proteggerà quando la sola forza non può farlo.

Da Cipro al Lussemburgo emerge con chiarezza quanto la prospettiva dei piccoli Stati sia limpida e scevra da calcoli imperiali. Ed è proprio qui che si apre lo spazio per una vera e propria contromossa politica, ovvero la diplomazia parlamentare. Mentre i governi delle grandi potenze sbattono le porte e lasciano le sedie vuote, i parlamenti possono e devono tessere la trama più resistente di una nuova cooperazione dal basso.

Non è un caso che le nostre istituzioni abbiano avviato una significativa intensificazione dei rapporti proprio con le realtà di questi Stati, basti pensare all’ordine del giorno votato nell’ultima Commissione Affari Esteri che dà mandato di promuovere ulteriori iniziative di dialogo con i due piccoli Stati appartenenti alla famiglia dell’Unione Europea. Un dialogo diretto e senza filtri tra istituzioni rappresentative, che dimostra come la politica dei popoli possa rammendare ciò che la geopolitica muscolare continua a strappare.

Le comunità storicamente piccole non dispongono di strumenti di pressione militare, non controllano i flussi dei mercati energetici globali e non hanno il potere economico per dettare da sole le regole delle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale che proprio in questa sessione l’ONU cerca affannosamente di normare. La nostra unica e reale sicurezza risiede interamente nella tenuta e nella certezza del diritto internazionale. E quando il sistema multilaterale entra in crisi, quando le grandi potenze rivendicano il diritto di veto non come uno strumento di alta responsabilità ma come uno scudo per la paralisi decisionale, il mondo regredisce rapidamente verso uno stato di natura selvaggio in cui il più grande finisce per tracciare i confini a spese del più piccolo.

Il Palazzo di Vetro, con tutti i suoi evidenti limiti strutturali e le susseguenti contraddizioni, rimane l’unico luogo sul pianeta in cui un microfono garantisce la medesima dignità a ogni popolo e dove il voto di una Repubblica millenaria ha lo stesso identico peso di quello di una superpotenza nucleare.

La sfida contemporanea si fa ancora più complessa perché le minacce odierne non hanno più solo la forma delle armi tradizionali, ma viaggiano attraverso la rete e i cambiamenti dell’ecosistema. Le transizioni climatiche e gli algoritmi della modernità rischiano di diventare i nuovi colonizzatori del nostro secolo se lasciati privi di regole etiche condivise. Partecipare attivamente a questi consessi globali significa, per noi, esercitare il diritto di cittadinanza nel futuro, garantendo che le linee guida del domani non vengano scritte esclusivamente nei laboratori della Silicon Valley o nei palazzi del potere di Pechino.

In un’epoca di blocchi contrapposti e di polarizzazione esasperata, i piccoli Stati possono e devono rivendicare un ruolo di equilibrio. Privi di sfere d’influenza geopolitica da difendere o di interessi imperiali da tutelare, abbiamo la libertà istituzionale e morale di essere promotori instancabili di una neutralità attiva. Non si tratta di un’indifferenza pavida di fronte alle tragedie della storia, ma della capacità di offrire spazi di mediazione, di terzietà e di dialogo là dove gli altri vedono solo posizioni strategiche non negoziabili.

Albert Camus suggeriva che bisogna immaginare Sisifo felice, perché la lotta stessa verso la vetta basta a riempire il cuore di un uomo. Per chi rappresenta le istituzioni di una comunità che ha fatto della pace e del diritto la propria stella polare, questa non è un’illusione filosofica, ma un preciso mandato operativo.

Ma sappiamo perfettamente che il masso del diritto internazionale rotolerà ancora verso il basso, che le delegazioni continueranno ad alzarsi in segno di dissenso e che i tavoli diplomatici sembreranno a volte girare a vuoto. Tuttavia l’alternativa al riprendere a spingere quella pietra non è l’impassibilità, è l’accettazione rassegnata del caos.

La stabilità globale non nascerà mai da un precario equilibrio del terrore tra le superpotenze, ma dal coraggio di difendere la dignità delle regole e delle voci più piccole. Continuare a spingere non è utopia, è l’unico modo per non farci travolgere.

Michele Muratori

Un segretario che parte, un presidente che torna e un mondo che si divide sempre di più (di Michele Muratori)