Read in English
Attualità

Cosa si può imparare dal caso Varano e dalla vicenda Delta-Carisp: l’attacco a San Marino ed una via di uscita (di Gerardo Giovagnoli) – II parte

QUI LA PRIMA PARTE DELL’INTERVENTO

di Gerardo Giovagnoli

Attenzione, c’erano molti elementi validi per cui l’Italia poteva avere il dente avvelenato: in primis il rifiuto alla firma dell’Accordo del 2005 di cui ho già parlato su questa testata un modello bancario e anche societario opachi, basato su società anonime e segreto bancario, in cui non era presente nessun dispositivo di scambio di informazioni, ed era invece noto che molti italiani utilizzavano le nostre banche come lavatrice. Nonché costituiva una vulnerabilità rilevante il fatto che Carisp avesse un’esposizione mostruosa verso Delta, di 2,7 miliardi di €, praticamente in quella società veniva deviata tutta la liquidità della banca (pag.49 della Relazione Finale). È un altro fatto rilevante che dopo quel maggio 2009, diversi poteri sammarinesi, invece che fare scudo assieme, decisero di combattersi, favorendo il lavoro dei nostri accusatori. Gabriele Gatti, per esempio: “La Commissione ritiene l’azione di Gabriele Gatti verso la Procura di Forlì come contraria agli interessi di Cassa e della Repubblica di San Marino” (pag.49 della Relazione Finale). Altro esempio: le inutili accuse al capo della Vigilanza di Banca Centrale, Caringi e la sua defenestrazione, che portò alle dimissioni anche del Presidente Bossone e del Direttore Papi, proprio nel momento della crisi acuta di rapporti con l’esterno e di liquidità interna.

Tutto vero, ma.

Ma c’erano tanti modi, anche assertivi, per farci cambiare rotta, senza però demolire una società di valore come Delta e rovinare la vita di diverse persone.

È bene ricordare che se a pagare furono Cassa e Stato, a soffrire furono le persone, in particolare le cinque arrestate quel 3 maggio 2009: Mario Fantini, AD di Carisp e Presidente di Delta, Gilberto Ghiotti, Presidente di Carisp, Paola Stanzani, Vice Presidente di Delta, Luca Simoni, Direttore di Carisp, Gianluca Ghini, Direttore di Carifin.

Tutti furono pesantemente colpiti, molti irrimediabilmente dal punto di vista professionale, Fantini con ogni probabilità anche dal punto di vista fisico, vista la sua scomparsa nel marzo del 2011. Solo Luca Simoni riprese nel 2013 il ruolo di Direttore, ma subì un calvario che lui stesso descrive 4. Gilberto Ghiotti, unico sammarinese dei cinque, ed anche quello sicuramente con meno responsabilità operative, non trovò invece ristoro in patria e descrisse anche lui i danni subiti in due interviste del 20215 e del 20256. Consiglio le tre letture che rendono chiaro l’aspetto distruttivo del castello accusatorio del 2009.

Su cosa era basato quel castello?

Tra le tante accuse dell’indagine Varano, un grimaldello in particolare fu usato Di Vizio per bastonarci, quello della invalidità del codice numerico utilizzato dal sistema bancario italiano per individuare le banche sammarinesi, che venivano equiparate a quelle europee, nonché il fatto che una valanga di contanti arrivassero da Banca d’Italia in maniera ingiustificata.

Questo era alla base della richiesta di sequestro di 2,6 milioni di € del portavalori del 2008, ma soprattutto che attraverso Delta si facesse riciclaggio, tanto riciclaggio, e che vi fosse dominazione indebita sammarinese su quel gruppo, che aveva sede a Bologna.

Il grimaldello usato era assolutamente improprio: non avrebbe dovuto colpire solo Carisp, ma anche Banca d’Italia.

Questo perché se, sottolineo se, un codice numerico era sbagliato, la colpa non era nostra, ma di chi lo aveva attribuito molti anni prima e non l’aveva cambiato.

Se tanto contante arrivava in Repubblica, esso non veniva nottetempo saccheggiato da ladri, semmai era il frutto di consolidate prassi, accordate da BdI attraverso la filiale di Forlì della MPS ed infine portati a San Marino tramite portavalori certificati. Questo viene segnalato addirittura in una delle puntate di Report2

In sintesi, se il punto dell’indagine Varano era che avevano scoperto errori nell’interfaccia con San Marino, di quegli errori era più che altro responsabile BdI

Se vi era dominazione di Cassa in Delta, bastava imporre un provvedimento di riassetto societario. Se l’obiettivo era ancora più grosso, ovvero di farci abbandonare il sistema degli anonimati, bastava quello che era già in corso, ovvero l’inserimento nelle grey o black list italiana, Moneyval e OCSE

Se l’obiettivo era sconfiggere alla radice uno dei problemi principali, l’evasione fiscale italiana, allora l’esito è stato un buco nell’acqua.

A questo punto non posso fare a meno, infatti, di ricordare che le dimensioni del nostro sistema bancario e finanziario, apparentemente affetto da gigantismo (12 banche e 63 finanziarie per 61 kmq e 32.000 abitanti all’epoca dei fatti), in realtà attraeva pochi soldi, al massimo circa 15 miliardi di € di raccolta totale. Per avere un’idea di quanto ci fosse, di capitali italiani, nelle casse degli altri paesi è sufficiente ritrovare i dati degli scudi fiscali: i report del febbraio 2010, proprio al culmine dell’attacco contro San Marino, indicavano che da qui partirono verso l’Italia 3,8 miliardi, da Monaco 4,1, dal Lussemburgo 7,3 e dalla Svizzera addirittura 60 miliardi di €.

(https://www.sanmarinortv.sm/news/economia-c5/banca-italia-rende-noti-dati-dello-scudo-fiscale-15-febbraio-a34316

Eppure nessuna delle alternative meno cruente è stata intrapresa e così facendo l’azione della procura e di BdI ha polverizzato un valore di circa un miliardo di € per San Marino, ma anche un’azienda che funzionava molto bene, Delta, con tutte le sue affiliate, e oltre 900 posti di lavoro. In Italia.

Allora perché l’accanimento arrivò a quel punto? Cui prodest? 

Certamente molto guadagnarono i Commissari e tutti i consulenti che arrivarono dopo il commissariamento (pag.49 della Relazione Finale). Ottimi affari credo fecero coloro che comprarono i crediti di Delta. Molto contenti furono gli avversari esterni ed interni di Delta: in particolare la società SOPAF (poi finita anch’essa, Hybris, sotto indagine e poco dopo, in sostanza fallita), che attraverso il potente Avvocato Guido Rossi denunciò Delta per gli assetti societari, e riuscì a farsi liquidare con 55 milioni di € per le azioni di Delta detenute e 15 di consulenza fantasma da Cassa. Felici senza dubbio i competitori del settore del credito al consumo in cui Delta era tra i leader, che hanno goduto dello spezzatino della società e dell’arrivo di nuovi clienti.

Tante rimangono le domande senza risposta, in particolare quale il ruolo del negoziato tra Di Vizio e Draghi: esso viene en passant evocato da Lionello Mancini nel libro “L’onere della toga”, in cui l’autore intervista quelli che per lui sono eroi della giustizia italiana.

In quel testo di una ventina di pagine di stomachevole panegirico del PM di Forlì, si capisce bene che esso si ritrovava ad un punto morto della sua indagine, quando gli viene in mente di contattare direttamente il capo di Banca d’Italia, che incontrerà per un’ora e di cui nulla viene scritto.

Ho molte curiosità che vorrei soddisfare e quella di sapere cosa si sono detti i due è molto in alto nella classifica.

Parimenti, mi piacerebbe molto interrogare Di Vizio ed i suoi collaboratori, come mi capitò di fare per i protagonisti di Carisp e Delta, dopo 18 anni in cui il processo non è mai partito.

L’evidenza finale giudiziaria è che, come dice l’ultimo atto giudiziario della vicenda assunta dal GIP di Forlì nel 2025, accogliendo la proposta della Procura, “deve richiedersi l’archiviazione del presente procedimento penale perché il fatto non costituisce reato”.

“IL FATTO NON COSTITUISCE REATO”

Allora il reato dovrebbe essere il fatto che gli effetti contro Carisp e Delta sono già stati prodotti.

Purtroppo la realtà non sarà questa. Quello che rimane è la vittoria giudiziaria di Pirro e la possibilità di riscrivere una storia, non la storia, in maniera meno sfavorevole a San Marino. Servirebbe anche una opera di “propaganda positiva”, d’altronde il danno generato è stato grosso anche dal punto di vista reputazionale, per esempio, cosa che immagino non accadrà, Report dovrebbe tornare a parlare del caso per esplicitare com’è veramente andata a finire.

Non recupereremo neppure i milioni di € persi nel periodo di governo di Adesso.SM quando si decise di approvare un bilancio fallimentare di 534 milioni di € di rosso, oggetto di un processo giudiziario ancora in corso, e si vendette il cosiddetto pacchetto di crediti deteriorati “Arcade”. Su quanto successe allora indagò un’altra Commissione d’inchiesta, attraverso una corposa analisi.  

(https://www.consigliograndeegenerale.sm/on-line/home/lavori-consiliari/dettagli-delle-convocazioni/archivio-storico-delle-convocazioni/scheda17174742.html, da pag. 187 a 343)

Cosa si sta, comunque, facendo

Il nostro Parlamento ha approvato, all’unanimità, un Ordine del Giorno il 23 marzo di quest’anno, il cui testo recita: “il nostro Paese, almeno a partire dal 2008, ha effettuato un percorso di profonda trasparenza ed allineamento agli standard internazionali, ottenendo un giudizio molto positivo e in miglioramento progressivo da tutti gli organismi di controllo in ambito economico finanziario;

che la verità sulla vicenda Varano, finalmente confermata anche dalla giustizia italiana, pone la Repubblica di San Marino in una posizione favorevole, sia rispetto alla recuperata credibilità del Paese, sia rispetto alle possibilità concrete di recupero del danno subito;

impegna il Congresso di Stato:

ad intraprendere ogni azione utile al risarcimento dei danni derivanti dall’intera vicenda;

– a dare mandato al Consiglio di Amministrazione di Cassa di Risparmio di attivare ogni azione possibile al fine del risarcimento dei danni subiti e del recupero degli asset economici ancora disponibili, e nella disponibilità dell’Istituto”.

Il possibile recupero riguarda le sanzioni fiscali di circa 60 milioni di € e le cosiddette DTA (imposte differite attive) di portata possibilmente ben superiore. Su entrambe è attiva la stessa Cassa di Risparmio che ora ha sicuramente molte più frecce al suo arco di prima.

Escludendo l’improbabile risarcimento per gli errori giudiziari, rimane quello politico: tutto sommato, l’Italia non ha più cambiato atteggiamento rispetto al nostro sistema bancario e finanziario. Non sono tornati soci istituzionali nelle nostre banche, non sono stati più effettuati investimenti sammarinesi oltre confine. Per la verità, non solo non sono più tornati gli italiani, ma non è nemmeno arrivato nessun altro. Nonché non abbiamo più raggiunto i valori del 2009, 14-15 miliardi di € di raccolta, che oggi ne varrebbero almeno una ventina, ma oggi siamo appena a 7 miliardi. Cifre ridicole rispetto alla novantina di miliardi di Andorra ed ai circa 170 di Monaco.

Considerando che dal 2009 abbiamo percorso un lungo e faticoso cammino verso la trasparenza ed il ristabilimento della credibilità internazionale, e soprattutto stiamo per firmare l’Accordo di associazione, dobbiamo aprire un nuovo capitolo della storia dei rapporti con l’Italia in questo settore.

Come sappiamo, l’anno scorso il Belpaese ha richiesto un’appendice al suddetto Accordo, il cosiddetto Clarifying Addendum*, da negoziare prima dell’esame che dovremo superare, previsto dal Protocollo Quadro 3 dell’Accordo di associazione. Ciò significa, da una parte, che l’Italia continua a vederci con sospetto, dall’altro però che arriveremo a quel tavolo con la benedizione della UE, le cui regole sono quelle che applica anche il nostro vicino, e che la prospettiva è quella che i due nostri Stati saranno finalmente nello stesso mercato: questa è una opportunità da cogliere al fine di mettere qualche puntino sulle i e finalmente iniziare l’epoca in cui, a differenza di quello che ha consentito l’attacco a Delta-Carisp, i rapporti sono regolati da patti chiari, scritti, non interpretabili, una epoca in cui l’Italia stessa possa vederci come alleata anche in quel settore, magari in ambiti di concorrenza non sleale.

Nel 2009 invece non potemmo appoggiarci su alcun accordo scritto o almeno su alcuna procedura d’infrazione, non potemmo denunciare la violazione di una convenzione in essere e bloccare le azioni della Procura di Forlì e di Banca d’Italia, dimostrammo la nostra vulnerabilità.

Al centro dell’addendum citato, vi è l’esigenza di impostare prassi di collaborazione nella vigilanza bancaria-finanziaria, Banca d’Italia dovrebbe accompagnarci e velocizzare la preparazione dell’esame di cui sopra, nonché patrocinare operazioni in cui soggetti seri e rilevanti italiani scelgano San Marino, e questa volta non perché si debbano nascondere delle ricchezze, ma proprio perché di fondo c’è una collaborazione, oltre a vantaggi fiscali o di altra natura condivisi ed accettati.

Si concluderebbe così questa penosa storia, il cui esito fu scritto nella premessa, principiandone un’altra: quella in cui, sotto il cappello dell’UE, San Marino e Italia collaborano e crescono assieme ed in concordia.

*Sarebbe da ripensare l’uso di queste formule britanniche che ricorrono al latino, mischiandolo con una parola inglese che deriva dal latino pure quella. Li incorporiamo, senza pensarci, nel nostro linguaggio comune questi inutili ibridi, quando già parliamo una splendida lingua neolatina. Spesso, in inglese, si usano derivazioni latine per il linguaggio giuridico o per suonare più forbiti, che bisogno c’è di oltrepassare la Manica, quando l’originale l’abbiamo in casa?