Sistema pensioni a San Marino, il fallimento è già scritto. Cosa stiamo aspettando?

da | 16 Giu 2026

Oltre 70 milioni di euro l’anno di disavanzo, una popolazione tra le più longeve al mondo, una natalità dimezzata in vent’anni. La crisi previdenziale sammarinese non è in arrivo, è già qui. Eppure la politica continua ad aspettare, come se il tempo lavorasse a nostro favore. Non è così.

C’è una cifra che a San Marino dovrebbe togliere il sonno e che invece passa quasi sotto silenzio: settanta milioni di euro. È quanto, ogni anno, il sistema previdenziale paga in più di quanto incassa. La differenza, secca, tra le pensioni che escono e i contributi che entrano. Non è una previsione di qualche centro studi inascoltato: è una riga di bilancio, certificata, che si ripete identica ogni esercizio e che cresce. Se fosse un’azienda, parleremmo di un’impresa in default tecnico. Trattandosi dello Stato, parliamo di un debito silenzioso che scarichiamo sulle generazioni future. Una alla volta.

Perché il sistema sta affondando

Le ragioni non sono un mistero, e questo rende ancora più frustrante l’inerzia con cui le si guarda. Le pensioni sammarinesi, come quasi tutte in Europa, funzionano “a ripartizione”: i contributi che versi oggi non finiscono in un salvadanaio col tuo nome sopra, ma pagano la pensione di chi è già in pensione adesso. È un patto tra generazioni che regge solo se chi lavora è sempre più numeroso di chi riceve. A San Marino quella regola è saltata, e in modo irreversibile.

Da una parte si vive sempre più a lungo, e questa è la buona notizia: la longevità sammarinese è tra le più alte del pianeta. Significa però che una pensione, oggi, può durare venticinque o trent’anni, contro i dieci o quindici per cui il sistema era stato pensato nel dopoguerra. Dall’altra parte le culle si svuotano a una velocità che fa impressione: dai 296 nati del 2004 ai 144 del 2024, dimezzati nell’arco di una sola generazione. Sempre meno persone entrano a versare, sempre più persone restano a ricevere, sempre più a lungo. E la forbice si allarga ogni anno che passa.

Il tempo è l’unica risorsa che ci stiamo bruciando

Ed è qui che la questione diventa drammatica, perché un sistema previdenziale in crisi non si raddrizza con una legge votata in fretta. Le riforme delle pensioni hanno tempi lenti, lentissimi: producono effetti dopo anni, dispiegano la loro forza dopo decenni. Ogni stagione persa è una corsia di sorpasso che si chiude, un margine d’azione che si stringe. I Paesi che oggi possono guardare al futuro previdenziale con relativa serenità, dai Paesi Bassi alla Svezia, dal Canada all’Australia, hanno iniziato a ridisegnare i loro sistemi trent’anni fa. Non l’anno scorso. Non oggi.

Quanto stiamo aspettando, noi? La domanda non è retorica, è quasi materiale. Ogni anno di rinvio sono dieci milioni in più di disavanzo accumulato. Ogni legislatura passata a “studiare”, “valutare”, “fare una ragionata”, come si dice in linguaggio politico, è un pezzo di futuro che si chiude. E nel frattempo cresce una generazione di trentenni e quarantenni che versa contributi sapendo già, con discreta certezza, che non vedrà mai una pensione paragonabile a quella dei propri genitori. Lo sa, e lo sta accettando con una rassegnazione che, a guardarla bene, è il sintomo più inquietante di tutta questa storia.

La domanda che la politica continua a eludere

Ed è qui che si impone l’interrogativo decisivo. Se le strade esistono, se altri le hanno già percorse con successo, perché San Marino resta ferma a tamponare l’emergenza un anno alla volta? È mancanza di coraggio, il timore di mettere mano a una materia che logora il consenso elettorale? È carenza di competenza, l’incapacità di concepire qualcosa di diverso dall’ennesimo ritocco anagrafico? Oppure è, come avviene da tempo in Italia, la persistente illusione che sia sufficiente posticipare l’uscita dal lavoro per mettere in sicurezza i conti, contro ogni evidenza economica? Probabilmente è una combinazione delle tre. La certezza è una sola: a ogni anno di rinvio il disavanzo si allarga. E il conto, sempre più oneroso, finirà sulle spalle di chi oggi è troppo giovane per avere voce in capitolo.

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