Ventiquattr’ore di silenzio, poi la nota ufficiale. Che conferma riga per riga la versione di Paolo Diana — livrea e tuta incompatibili perché espongono un marchio in conflitto con i partner dell’evento — e fa esplodere il post: oltre 1.200 commenti in poche ore, il più votato dice che con questa dichiarazione avete fallito ancora di più. E il nome che ci finisce in mezzo, migliaia di volte e mai in buona compagnia, non è quello degli organizzatori: è Pirelli.
Il paradosso è perfetto.
Uno sponsor mette i soldi su un evento come il Legend per farsi amare da centomila appassionati.
Si applica alla lettera una clausola di esclusiva, si ottiene che il logo del concorrente non si veda, e in cambio ci si ritrova associati a una vicenda che di sportivo non ha niente.
Più di un commento lo scrive esplicitamente, e lo scrive al main sponsor, non all’organizzazione: attenzione, questo monopolio vi si sta ritorcendo contro. Va detto: nessuno sostiene che Pirelli sia intervenuta.
La scelta è dell’organizzazione, il regolamento pure. Ma la bolletta della visibilità negativa la sta pagando anche chi non ha scritto la regola.
Il problema, per il resto, non è cosa c’è scritto nel comunicato.
È che c’è scritto.
Fino a ieri l’organizzazione poteva contare su una zona grigia: nessuno aveva confermato niente, la ricostruzione era quella del pilota, e il silenzio — per quanto costoso — lasciava aperta l’ipotesi che ci fosse dell’altro. Un retroscena, una versione diversa, un dettaglio capace di ribaltare la lettura.
La nota ha chiuso quella porta dall’interno: nessuna smentita, nessun fatto nuovo, nessuna correzione. Solo la conferma ufficiale che il pilota che riempie le scarpate del Titano resta a casa per una questione di adesivi. E in più un dettaglio che prima non c’era: oltre alla macchina, anche la tuta.
Poi c’è l’apertura, e qui la comunicazione diventa quasi autolesionista: se si trovasse una soluzione nel rispetto delle regole, Diana sarebbe il benvenuto. Una soluzione Diana l’aveva già proposta — sostituire alcune lettere del logo con degli asterischi, con il via libera del suo sponsor — ed era stata respinta perché il marchio sarebbe rimasto riconoscibile.
Scrivere che la porta è aperta dopo averla sbattuta non è una concessione: è un invito a rileggere tutta la storia dall’inizio.
Che è precisamente quello che il pubblico ha fatto.
E l’ha smontata in tre mosse, tutte nei commenti, tutte più efficaci di qualsiasi comunicato. Prima: quale chiarezza avete fatto, se avete solo confermato quello che aveva già detto lui. Seconda: gli sponsor della manifestazione e quelli dei piloti convivono in ogni gara del mondo, da sempre. Terza, la più citata: sarebbe come obbligare una squadra di calcio a giocare in canottiera perché lo stadio è di uno sponsor concorrente.
Sotto, in ordine sparso: R.I.P. Legend, no Paolo no party, «patetici», «Dio denaro», chi ha disdetto il camping prenotato mesi fa, chi tiene l’albergo ma non parte, chi propone il boicottaggio in blocco «visto che i soldi li portiamo noi».
Qualche voce fuori dal coro c’è. C’è chi ricorda che Diana non è un iscritto qualsiasi e che chi paga può porre condizioni, e chi fa notare che disertare l’evento penalizza anche le altre decine di equipaggi. Sono minoranza, e a giudicare dai contatori non stanno spostando niente.
Nel frattempo, tra i commenti, ha cominciato a girare l’idea più temuta: una raccolta fondi per stampare centinaia di magliette bianche con il marchio incriminato a caratteri cubitali, da distribuire gratis lungo le prove speciali. Il regolamento parla di vetture ed equipaggi, non di spettatori.
Se dovesse davvero succedere, a ottobre quel logo sarà ovunque tranne che sull’unica macchina da cui è stato tolto.
Le iscrizioni chiudono il 10 settembre. Il primo comunicato è costato più del silenzio; a questo punto la domanda non è più se ne arriverà un secondo, ma se qualcuno si è preso il tempo di calcolare quanto costa anche quello.
La risposta dell’organizzazione:

