Read in English
Attualità

Ripartire dalla sicurezza sociale (di Giulia Muratori)

Proseguono gli appuntamenti con il nuovo spazio di approfondimento a cura di Giulia Muratori, segretaria di Libera San Marino.

******

C’è una parola che forse, parlando di sanità, abbiamo progressivamente smesso di utilizzare nel suo significato più profondo: sicurezza sociale. Eppure è proprio questa espressione a dare il nome al nostro Istituto. E non è un caso. Dentro quelle due parole c’è una precisa idea di società, quella con cui San Marino scelse di costruire il proprio sistema di protezione sociale.

Sicurezza sociale significava affermare un principio semplice ma profondamente innovativo: nessuno deve essere lasciato solo nei momenti più delicati della propria vita, quando si ammala, quando nasce un figlio, quando invecchia, quando perde autonomia o ha bisogno di assistenza. Per questo la salute non coincide soltanto con l’ospedale, con una visita o con una prestazione sanitaria. È qualcosa di più ampio: significa prendersi cura della persona lungo tutto l’arco della vita, dalla prevenzione alla cura, dall’assistenza alla non autosufficienza.

È con questa visione che è nato il nostro ISS. E credo che oggi, mentre discutiamo di come rendere la nostra sanità più moderna ed efficiente, valga la pena ripartire proprio da qui: dal significato di quel nome e dall’idea di comunità che porta con sé.

Oggi questo modello deve confrontarsi con cambiamenti profondi, e se vogliamo preservarlo, dobbiamo avere il coraggio di cambiarlo, di adattarlo a una società che è profondamente cambiata e renderlo capace di rispondere ai nuovi bisogni.

La popolazione invecchia, aumentano le patologie croniche e cresce il numero di persone che hanno bisogno non tanto di un singolo intervento sanitario, quanto di essere seguite nel tempo. Per questo la discussione sulla sanità non può limitarsi a quanti posti letto abbiamo o a quante prestazioni vengono effettuate. Occorre ragionare soprattutto su dove e come curiamo le persone.

L’ospedale rimane naturalmente il luogo indispensabile per le emergenze, gli interventi, le patologie acute e le attività specialistiche. Ma non tutto deve arrivare lì.

Una persona anziana affetta da più patologie croniche, un paziente fragile o una persona allettata hanno spesso bisogno soprattutto di continuità assistenziale, controlli periodici e professionisti capaci di seguirli a casa. Più il territorio riesce a dare queste risposte, meno l’ospedale viene utilizzato per bisogni che potrebbero essere affrontati diversamente.

Ed è qui che torna centrale il ruolo della medicina di base. Il medico di famiglia non può diventare semplicemente il punto dal quale ottenere una prescrizione per accedere al livello successivo.

Deve tornare a essere uno dei protagonisti della presa in carico del paziente. Questo significa anche ridurre passaggi burocratici che oggi possono allungare inutilmente i percorsi. La tecnologia e la condivisione delle informazioni dovrebbero consentire percorsi più semplici, nei quali siano i professionisti a dialogare tra loro senza costringere continuamente il cittadino a fare da tramite.

Potenziare la medicina territoriale significa però anche valorizzare altre professionalità. A partire dagli infermieri, che possono avere un ruolo molto più importante nel monitoraggio delle persone con patologie croniche, nell’assistenza domiciliare e nel rapporto con anziani e persone non autosufficienti. Per alcuni pazienti un controllo effettuato a domicilio può evitare uno spostamento difficile, l’accesso a una struttura sanitaria e, in alcuni casi, persino un ricovero.

In Emilia-Romagna, ad esempio, l’assistenza domiciliare prevede équipe composte da medici, infermieri e assistenti sociali che lavorano insieme al medico di famiglia. Le Case della Comunità integrano medicina generale, infermieristica e altri servizi territoriali, mentre gli Ospedali di Comunità rappresentano un livello intermedio per quei pazienti che non hanno più necessità di rimanere in un reparto ospedaliero per acuti ma non possono ancora essere assistiti adeguatamente a casa. Il principio sul quale lavorano è interessante: portare la cura il più vicino possibile alla persona e utilizzare l’ospedale per ciò per cui l’ospedale è realmente necessario.

Anche il tema della lungodegenza deve essere affrontato dentro questa logica. Non tutte le persone che hanno bisogno di assistenza prolungata necessitano di rimanere all’interno dell’ospedale. Servono strutture e servizi territoriali capaci di garantire continuità tra dimissione, riabilitazione, assistenza e, quando possibile, ritorno a casa.

Un sistema universale deve anche essere sostenibile

Naturalmente tutto questo richiede organizzazione, personale e risorse. L’universalità del sistema e la sostenibilità economica non sono questioni alternative. Un servizio pubblico deve utilizzare bene le risorse proprio per poter continuare a garantire l’accesso alle cure indipendentemente dalle condizioni economiche delle persone.

Ma l’efficienza non può essere misurata soltanto come se la sanità fosse un insieme di singole prestazioni. Un ricovero evitato attraverso una buona assistenza domiciliare, una persona fragile seguita correttamente dal territorio o una patologia cronica intercettata prima che si aggravi rappresentano anch’essi risultati del sistema sanitario.

È anche alla luce di questi obiettivi che dovrà essere affrontata la revisione dell’Atto organizzativo dell’ISS.

È questa l’idea di sanità nella quale Libera ha sempre creduto. Ed è, in fondo, l’idea stessa di sicurezza sociale che vogliamo preservare: un sistema pubblico e universale, un sistema pubblico e universale, nel quale l’accesso alle cure non dipenda dalle possibilità economiche di ciascuno e che sia capace di accompagnare la persona dalla prevenzione alla cura, fino all’assistenza.

Per difendere questo modello, però, oggi dobbiamo farlo evolvere: rafforzare la medicina di base, la prevenzione, l’assistenza domiciliare e i servizi sul territorio, evitando di concentrare sull’ospedale risposte che possono essere date meglio altrove. È una direzione che ritroviamo anche nelle scelte che il Comitato Esecutivo dell’ISS sta portando avanti e che va sostenuta e rafforzata.

Anche i luoghi contano

Questo cambiamento ha bisogno anche di strutture adeguate. Il nuovo Centro sanitario di Borgo Maggiore è ormai prossimo all’apertura e stanno partendo i lavori per quello di Murata. Sono interventi coerenti con l’idea di una medicina di base più vicina ai luoghi nei quali le persone vivono. Allo stesso tempo è previsto l’ampliamento della RSA Casale La Fiorina con circa cinquanta nuovi posti per anziani non autosufficienti e procede il progetto dell’hospice definitivo.

Dentro l’ospedale sono stati inoltre messi in priorità una serie di interventi più piccoli ma molto concreti: gli spazi dell’oncologia, la nuova farmacia, l’area prelievi, l’ampliamento della sala d’attesa del Pronto Soccorso, la nuova camera mortuaria e la sala del risveglio dell’endoscopia.

Opere molto diverse tra loro, accomunate però da un criterio: migliorare l’esperienza quotidiana di chi utilizza i servizi sanitari e di chi vi lavora.

San Marino possiede una caratteristica particolare: un unico Istituto che tiene insieme una parte molto ampia della tutela sanitaria e sociale della popolazione.

Ragionare sul futuro dell’ISS significa prima di tutto difendere i principi su cui è stato costruito: universalità, accessibilità delle cure e centralità della persona. È questo il valore della sicurezza sociale, non solo curare la malattia, ma prevenire, assistere e accompagnare le persone durante tutta la vita.

Difendere questi principi, però, non significa lasciare tutto com’è. Significa cambiare il sistema per continuare a garantirli.

Ripartire dalla sicurezza sociale (di Giulia Muratori)