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Attualità

Il silenzio degli innocenti (di Lorenzo Bugli)

Il silenzio degli innocenti.

C’è un film che porta questo titolo, e a molti evoca l’orrore. Ma l’orrore, quando è vero, raramente fa rumore. Si insinua piano, nelle pieghe delle cose che non diciamo, nelle sedie che lasciamo vuote, nelle domande che rimandiamo a un domani che poi non arriva mai. Il silenzio degli innocenti, oggi, non è una trama. È una condizione. È quella di una generazione che ha smesso di reclamare il proprio posto, e che rischia di accorgersene quando ormai quel posto lo occupa qualcun altro.

Lo scrivo senza la pretesa di dare lezioni, perché la politica insegna soprattutto l’umiltà di chi sa quanto è facile sbagliare. Ma lo scrivo con una convinzione che gli anni non hanno scalfito: il futuro dei giovani, in questo Paese, entra troppo di rado nelle cose che contano. Compare negli ordini del giorno come una premura tardiva, nelle agende dei partiti come un capitolo che si aggiunge alla fine, quando lo spazio è già stato speso altrove. Ci si riempie la bocca di bonus, di incentivi, di piccole misure che somigliano più a un buffetto sulla guancia che a una risposta. Ma del tema vero — quale lavoro, quale casa, quale vita, e soprattutto quale spazio nelle stanze dove si decide — di quello si parla sempre a bassa voce, e sempre troppo poco.

Eppure basta guardare oltre confine per capire che qualcosa si muove. A Tirana, dalla fine di maggio, migliaia di ragazzi sono tornati ogni sera in piazza. L’hanno chiamata la Rivoluzione dei Fenicotteri: pacifica, senza bandiere di partito, fatta di ventenni e trentenni che hanno smesso di accettare come una calamità naturale ciò che è invece una scelta politica. Non è un caso isolato. In Nepal una generazione che nessuno ascoltava ha riempito le strade fino a costringere il governo a fare un passo indietro. In Serbia gli studenti universitari hanno dato vita a una delle mobilitazioni più grandi della storia recente dei Balcani, e hanno fermato ciò che sembrava già deciso. Dal Madagascar al Perù, la stessa domanda ha attraversato continenti diversi: e se non dovesse andare così? È la domanda più sovversiva che esista, perché rimette in discussione l’idea che il proprio destino lo scriva sempre qualcun altro.

Ma c’è una lezione, in quelle piazze, che vale la pena cogliere. Nessuna di esse è nata dal nulla, e nessuna è durata per caso. Dove i giovani hanno pesato davvero, lo hanno fatto perché si sono organizzati: in movimenti, in reti, in comunità capaci di tenere insieme la rabbia e il progetto. La protesta che resta solitaria si spegne in una sera; quella che diventa movimento cambia l’agenda di un Paese. È questo il passaggio che chiedo ai ragazzi di San Marino: non basta indignarsi, bisogna ritrovarsi. Darsi un nome, una voce, una forma. Farsi sentire insieme, perché insieme non si può essere ignorati.

Poche settimane fa, a pochi chilometri da qui, al Meeting di Rimini, Papa Leone XIV ha pronunciato parole che sembrano scritte per questo momento: «Occorrono pionieri coraggiosi, che comincino dalla propria inversione di rotta a rendere convincente e credibile la conversione richiesta a tutti». E rivolgendosi ai giovani ha aggiunto: «Siete segno che il futuro è una promessa, non una minaccia. Mettetevi in gioco!». Non è un invito alla rivolta, ma qualcosa di più esigente: è la chiamata a una responsabilità che non si delega.

A San Marino quella chiamata tarda a trovare risposta. E allora permettetemi di rivolgerla io, ai miei coetanei, a chi ha vent’anni e a chi ne ha trenta. La vostra vita, il vostro lavoro, la vostra voglia di partecipare, l’economia in cui proverete a costruire qualcosa: di tutto questo si sta decidendo adesso. E se non ve ne occupate voi, se ne occuperanno gli altri. Non per malizia, ma per la semplice legge per cui la politica riempie ogni vuoto che le si lascia. Ogni assemblea disertata, ogni voto non espresso, ogni silenzio: è futuro che passa di mano.

Non vi chiedo di fidarvi. Vi chiedo di esserci. Di essere, voi, quei pionieri coraggiosi. Di pretendere che le vostre esigenze non siano una nota a margine ma una priorità, e che gli spazi nella politica non vi vengano concessi per gentilezza, ma occupati per diritto. Il silenzio è la sola cosa che chi detiene il potere non teme davvero. Rompetelo. Non domani. Adesso.

Lorenzo Bugli

Tre volte libertà Lettera aperta alla politica sammarinese, alla ripresa dei lavori – di Lorenzo Bugli