C’è un filo che attraversa l’estate sammarinese appena conclusa. Un filo che parte dal 22 agosto, quando Papa Leone XIV è salito sul Titano nel centenario delle relazioni con la Santa Sede, e arriva al 3 settembre, quando il Cardinale Zuppi ha celebrato in Basilica i millesettecentoventisei anni della Repubblica. In mezzo, come sempre, ci sono le nostre istituzioni.
C’è la Reggenza.
Ci siamo noi.
Quel filo ha un nome solo, ripetuto tre volte: libertà. E ora che il Consiglio riprende i suoi lavori, che le Commissioni tornano a riunirsi, che la politica riaccende i suoi motori, la domanda è una: abbiamo ascoltato davvero?
La prima libertà: quella del Papa
Leone XIV, davanti al Consiglio Grande e Generale, ha aperto la parola Libertas come si apre uno scrigno.
E ci ha detto due cose che nessun ordine del giorno può ignorare. La prima: non c’è libertà civile senza libertà della persona, senza il rispetto della sua dignità e degli spazi della coscienza. La seconda: San Marino può essere un “laboratorio” di buona politica. Un laboratorio, non un monumento. Un luogo dove si sperimenta, si sbaglia, si corregge, si costruisce.
Il Papa ci ha anche messo in guardia dagli idoli che svuotano la libertà: il potere fine a se stesso, il profitto eretto a misura di ogni cosa. Chi fa politica sa che questi idoli non abitano soltanto lontano da qui. Abitano ogni tentazione di trasformare le istituzioni in strumenti di parte, ogni calcolo che antepone la convenienza alla convinzione.
La seconda libertà: quella della Reggenza
Ho avuto l’onore di servire la Repubblica come Capitano Reggente, con Matteo Rossi, nel semestre in cui formulammo al Santo Padre l’invito che questa estate si è compiuto. E la Reggenza mi ha insegnato una cosa che vorrei consegnare a tutti i colleghi, di maggioranza e di opposizione: la libertà sammarinese è fatta di limiti. Due Capi di Stato, non uno. Sei mesi, non una vita. Collegialità, non comando.
I nostri padri hanno capito, secoli prima delle moderne costituzioni, che la libertà si difende impedendo al potere di concentrarsi. Non è un caso che il Cardinale Zuppi, il 3 settembre, abbia indicato proprio la Reggenza come esempio di una libertà che non si esercita da soli. Le istituzioni sono più grandi di chi le serve: chi le abita passa, esse restano. Questa è la lezione.
Chi entra in aula pensando di essere più importante dell’aula ha già smarrito la strada.
La terza libertà: quella di Zuppi
Il 3 settembre, nella Basilica del Santo, il Presidente della CEI ha chiuso il cerchio. La libertà, ha detto, è impegnativa, a volte fa persino paura, ma è l’unico modo per essere se stessi.
E soprattutto: liberi non si è da soli. Si è liberi stando insieme, pensandosi insieme. L’individualismo produce suprematismo; il nazionalismo, ha ammonito, porta alla distruzione delle nazioni. La festa della nostra fondazione, ha aggiunto, è un messaggio alle nazioni perché imparino di nuovo a cercare ciò che unisce per risolvere ciò che divide.
Parole dette al mondo. Ma dette da qui. E allora valgono, prima di tutto, per noi.
Che cosa impariamo, adesso
Tre incontri, tre declinazioni della stessa parola. Sarebbe un peccato — nel senso pieno del termine — archiviarle come cerimonie riuscite e tornare alle nostre piccole trincee.
Il riavvio dell’attività politica è il banco di prova. Propongo tre impegni, semplici da enunciare e difficili da mantenere. Ed è per questo che valgono.
Primo: abbassare i toni, alzare i contenuti. La polemica permanente è l’individualismo applicato alla politica. Se l’individualismo produce suprematismo tra le nazioni, tra i partiti produce sterilità. Le sfide che ci attendono — dall’Accordo di Associazione con l’Unione Europea alle riforme che il Paese aspetta — chiedono avversari, non nemici.
Secondo: fare del Consiglio quel laboratorio di buona politica di cui ha parlato il Papa. Attingere ai principi — dignità della persona, bene comune, responsabilità — senza derogare alla laicità dello Stato. Non serve essere credenti per riconoscere che quella grammatica funziona. Serve essere seri.
Terzo: custodire le istituzioni come si custodisce una libertà. Rispettare i ruoli, i tempi, le regole.
La Reggenza ci ricorda ogni sei mesi che il potere è un servizio a termine. Guai a chi lo dimentica negli altri cinque mesi e ventinove giorni.
San Marino ha ricevuto, in dodici giorni d’estate, più attenzione dal mondo di quanta ne riceva in anni interi. Non per le sue dimensioni. Per il suo significato. Un Papa e un Cardinale sono venuti a dirci che la nostra storia parla ancora. Sta a noi, ora, non ridurla a un sussurro.
La libertà ci è stata consegnata tre volte, quest’estate.
Alla politica il compito di meritarla ogni giorno.
A cominciare da domani mattina, in aula.
di Lorenzo Bugli
Consigliere PDCS — già Capitano Reggente della Repubblica
