Attualità

Il vero nemico non è il referendum. È il tempo che abbiamo già perso (di Lorenzo Bugli)

Non scrivo da tempo, e forse è stato un bene: le parole che si spendono senza necessità finiscono per consumarsi da sole. Ma il dibattito apertosi durante la Festa della Libertà del 28 luglio, tra Libera e PSD, mi ha convinto che valga la pena rompere questo silenzio, almeno per un pomeriggio d’agosto.
In quella sede il Segretario Generale della CSdL, Enzo Merlini, ha proposto un referendum di verifica sull’Accordo di Associazione con l’Unione Europea: non subito, ma alcuni anni dopo la sua entrata in vigore. È un’idea che nasce, si intuisce, più per rispondere alle voci di chi da mesi agita il tema – Motus Liberi in testa, e qualche comitato di cittadini che si dichiara scontento senza sempre dire di cosa – che per una reale convinzione di merito.

Non è però questo il punto su cui vorrei fermarmi. Da tempo il confronto politico ha il vizio di trasformare ogni scelta importante in una tifoseria: referendum sì, referendum no, subito o fra due anni, come se il momento del voto contasse più del suo contenuto. È un modo, in fondo comodo, per non guardare in faccia la sostanza delle cose. E la sostanza, qui, è che l’Accordo di Associazione non è un dettaglio tecnico di cui discutere con leggerezza: è la condizione della nostra vita politica e della tenuta economica nei prossimi decenni. Chi non lo comprende si condanna a un esercizio speculativo, buono solo a misurare chi sappia mostrarsi più populista dell’altro.

Il vero nemico, se proprio dobbiamo cercarne uno, non è il referendum. È il tempo. Il tempo che la Repubblica ha lasciato scorrere per anni, prima di arrivare a un accordo che oggi serve a proteggere un export sammarinese diretto per l’80-90% verso l’Unione Europea, e che regolamenti pensati per i soli Paesi terzi – l’EUDR, per fare un esempio concreto – rendono ogni giorno più arduo da sostenere per le nostre imprese.
È il tempo che i nostri ragazzi spendono in mille escamotage per studiare o lavorare fuori dai confini, quando non sono costretti a rinunciarvi del tutto per mancanza di una cittadinanza europea. È il tempo che potremmo, finalmente, impiegare per riscrivere intere pagine della nostra economia: pienamente riconosciuti come sistema europeo, ma capaci di conservare una snellezza che potrebbe renderci non un piccolo doppione dell’Italia, bensì un complemento più agile e avanzato. È il tempo per irrobustire un sistema bancario che soffre ancora dei suoi errori e limiti, per semplificare le piccole cose – le spedizioni private, le pratiche quotidiane – che pesano sulle famiglie più di quanto la «grande politica» sia disposta ad ammettere.

Se non comprendiamo tutto questo, rischiamo di discutere di argomenti che nulla hanno a che vedere con un accordo negoziato per più di un decennio da quattro Governi, sostenuto da tutte le forze parlamentari – comprese quelle che oggi si scoprono più euroscettiche di quanto non fossero al momento del voto – e costruito, pazientemente, dal nostro Paese.
In quest’ottica guardo con interesse alla proposta lanciata nei giorni scorsi su San Marino RTV dal collega consigliere Gerardo Giovagnoli, che ha suggerito di aprire una nuova fase della Commissione mista sull’Accordo UE. Il nome conta meno della sostanza: chiamiamola pure Commissione per l’Attuazione, se aiuta a capirsi. Fino a oggi quella Commissione ha svolto un compito preparatorio, aggiornando le forze politiche e sociali in vista del passaggio in sede EFTA e COREPER. Ma la firma è ormai alle porte, e la fase che si apre è di natura diversa: è quella in cui si deve attuare, allegato per allegato, un accordo che finora abbiamo discusso soprattutto nei suoi principi. Un lavoro che dovrà per forza incrociarsi con quello delle Commissioni Esteri, e con un confronto stretto con l’Italia, a cui la nostra Comunità resta, e resterà, indissolubilmente legata.

La vera sfida, dicevo, non è il referendum. È saper tradurre in pratica quotidiana ciò che oggi si chiama, un po’ enfaticamente, l’anno zero della nostra Repubblica. In realtà, non siamo a un punto di partenza o di arrivo. Siamo in un momento di passaggio epocale. Se non sapremo cogliere questa occasione, ora che quasi tutto si ridisegna, allora non avremo bisogno di nessun referendum: basterà, con più semplicità, invocare la clausola che consente a uno Stato di lasciare l’accordo quando lo desidera.

Riflettiamo, allora, ogni volta che pronunciamo la parola Europa. Non conviene misurarci sul tifo dei Paesi che ci circondano, impegnati in partite che rispondono a logiche diverse dalle nostre. Non diventeremo uno Stato membro bensì associato: una condizione inedita, che permette non di subire le pressioni europee, ma di ritagliarle su misura per San Marino.
È a questa riflessione, più che a un appello, che vorrei invitare chi in queste settimane si concede una pausa sotto l’ombrellone o in montagna: la prossima sfida, anche quella elettorale, si vincerà sulla qualità e la competenza, non sull’amico dell’amico o sul cugino che per anni ha creduto di poter fare a meno di entrambe. Solo la qualità e la competenza, in fondo, sanno battere il tempo. Le tifoserie, no.

Lorenzo Bugli
Consigliere, Partito Democratico Cristiano Sammarinese