La lotta al fentanyl è diventata uno degli argomenti utilizzati dalla Casa Bianca per giustificare i pesanti dazi contro il Canada. Secondo Washington, Ottawa non avrebbe fatto abbastanza per impedire l’ingresso negli Stati Uniti della potente droga sintetica. Ma i dati raccolti lungo il confine raccontano uno scenario differente: il flusso prevalente sarebbe dagli Stati Uniti verso il Canada, e non viceversa.
I numeri ufficiali canadesi indicano infatti che l’81% delle sostanze sintetiche e il 65% delle metanfetamine sequestrate alla frontiera arrivano dal territorio americano. Una situazione che trova riscontro anche nell’area di Detroit, uno dei principali snodi nei collegamenti tra i due Paesi.
Secondo le ricostruzioni delle autorità, parte della droga viene prodotta o confezionata negli Stati Uniti dopo l’arrivo di sostanze e precursori chimici, per poi essere trasportata verso nord attraverso le grandi reti logistiche. Un fenomeno che ridimensionerebbe quindi l’ipotesi di un massiccio traffico di fentanyl proveniente dal Canada, indicato invece dall’amministrazione americana come una delle ragioni delle misure commerciali.
Nel frattempo i controlli al confine sono stati ulteriormente rafforzati. Il nuovo Gordie Howe International Bridge, costato circa 4,6 miliardi di dollari, dispone di sistemi avanzati di sorveglianza, scanner, radar, sensori, elicotteri, unità navali e squadre cinofile.
Anche Ottawa ha aumentato gli investimenti, mettendo sul tavolo un piano da 1,3 miliardi di dollari per la sicurezza della frontiera e istituendo la figura dello “zar del fentanyl”. Misure che, tuttavia, non hanno fermato lo scontro commerciale con Washington.
Sul terreno resta invece la collaborazione tra le autorità dei due Paesi. Ed è proprio dai controlli quotidiani che emerge il dato più significativo: gran parte del fentanyl intercettato nell’area viene sequestrato mentre lascia gli Stati Uniti, mettendo in discussione uno dei principali argomenti utilizzati per sostenere la stretta nei confronti del Canada.
