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Politica

Casali (RF): «Una politica che insegue e non prevede, manca un modello Paese»

«Una politica che insegue, che non prevede e che ha poca visione». È il giudizio di Matteo Casali (RF) sul progetto di legge dedicato agli interventi a sostegno della famiglia e della natalità, discusso e approvato dal Consiglio Grande e Generale. Repubblica Futura ha scelto l’astensione, riconoscendo alcuni aspetti positivi del testo ma giudicando l’intervento insufficiente per affrontare un problema complesso come quello della denatalità.

Casali ha concentrato la critica innanzitutto sul metodo e sui tempi. Secondo il consigliere, la necessità di tornare sulla materia a pochi anni di distanza dimostra «il fallimento della legge del 2022», mentre l’anno e mezzo trascorso dall’ordine del giorno del marzo 2025 e le modifiche arrivate fino alla seconda lettura sarebbero il segnale di una politica priva di programmazione.

Il nodo, per RF, è però soprattutto politico. Sussidi e incentivi non bastano se non vengono inseriti in un progetto più ampio che affronti contemporaneamente lavoro, potere d’acquisto, casa, scuola e sanità. Particolarmente duro il passaggio sull’abitazione: per Casali a San Marino «non siamo più di fronte a un’emergenza casa», ma a un problema ormai strutturale.

Da qui la richiesta di una cabina di regia e di un vero «modello Paese», accompagnato da un utilizzo più efficace dei dati per individuare le categorie sulle quali concentrare gli interventi. Casali ha comunque riconosciuto alcune misure positive, tra cui quelle sul caregiver, ribadendo la disponibilità di RF a partecipare a un confronto più ampio.

Di seguito l’intervento integrale.

Matteo Casali (RF): «Parto dalla parziale soddisfazione per un intervento normativo che, lo anticipo, non ci vede contrari. Devo però evidenziare che anche in questo caso siamo di fronte all’esempio di una politica che insegue e non prevede. Il primo dato politico da sottolineare è che siamo dovuti intervenire a breve distanza dal 2022, mettendo mano a una legge che all’epoca era stata propagandata come risolutiva in termini di aiuti alla famiglia. Il primo dato politico è quindi il fallimento della legge del 2022, che oggi deve essere ampiamente rimaneggiata. L’esempio di una politica che insegue è dato anche dai tempi di gestazione di questa legge. Ricordo che l’ordine del giorno che ci ha portato a questa seconda lettura è del marzo 2025: un anno e mezzo. Una politica che insegue e che non prevede. Per non parlare degli emendamenti dell’ultimo minuto e della modalità con cui sono stati portati avanti i lavori: una prima lettura, poi l’approdo in Commissione con tantissimi emendamenti che i commissari di opposizione si sono trovati di fatto a discutere su due piedi, fino ad arrivare a emendare la legge in seconda lettura, rincorrendo modifiche fino a pochi giorni fa. Quindi una politica che insegue, che non prevede e che ha poca visione. Evidentemente è quella che ci viene spacciata come flessibilità. La flessibilità, eventualmente, è quella di uno strumento normativo che viene varato e che si applica dal momento in cui la legge entra in vigore. Non si può spacciare per flessibilità il cambiamento dell’ultimo minuto, nascondendo in realtà un metodo basato sull’approssimazione e sull’errore e, probabilmente, anche qualche difficoltà nell’individuare gli interlocutori giusti. La denatalità è una tematica complessa. Nessuno dice di avere la bacchetta magica e nessuno millanta situazioni del tipo: “Arriviamo noi e risolviamo i problemi”. È una tematica complessa, sistemica e prima di tutto culturale, che investe, credo, l’intera società occidentale della quale noi, volenti o nolenti, facciamo parte. Lo Stato difficilmente, e non entro in considerazioni filosofiche che ci porterebbero lontano, può intervenire sugli aspetti di costume e di cultura. Di certo, però, può fornire mezzi e creare condizioni. Questo è quello che siamo chiamati a fare. Ma questi mezzi e queste condizioni, oltre ai sussidi e agli incentivi di sostegno che stiamo discutendo, non possono prescindere da una visione complessiva, olistica mi verrebbe da dire, di tutti i temi che concorrono a creare quelle condizioni. Oltre agli aspetti dei sussidi c’è il tema del lavoro. E quando parlo di lavoro, se parliamo delle condizioni necessarie per mettere su famiglia, parlo in particolare del lavoro come mezzo per ottenere quel potere d’acquisto necessario per poter andare avanti. Il lavoro è quindi essenziale e la piena occupazione, di per sé, è un dato che dice poco: bisogna vedere la reale capacità d’acquisto che quel lavoro garantisce alle famiglie. Mi viene anche da dire, alla luce di quanto si è sentito in questi giorni, che hanno ragione anche i pensionati. Abbiamo sempre parlato di capacità d’acquisto delle famiglie, ed è giusto perché questo è il tema che affrontiamo oggi, ma non dimentichiamoci dei pensionati, perché il potere d’acquisto deve essere tutelato anche per quelle fasce. Poi c’è la casa. Come si può pensare che una giovane coppia possa mettere su famiglia con una certa tranquillità, creando quelle condizioni che dicevo essere compito dello Stato, se non ha la possibilità di permettersi non dico l’acquisto, ma nemmeno una locazione? Qui, come ho già avuto modo di dire, non siamo più di fronte a un’emergenza casa, perché l’emergenza è qualcosa di limitato nel tempo. Noi abbiamo ormai un problema casa, non un’emergenza casa. Anziché cospargersi un po’ il capo di cenere rispetto alla mancata risoluzione di determinati problemi, si fa l’opposto: un problema non risolto da questo Governo diventa l’occasione per un’altra vetrina e quindi per millantare nuovamente di risolverlo attraverso altre soluzioni. Mi riferisco alla legge sulla casa, alla funzione H della pianificazione territoriale e, da ultimo, all’intervento sull’edilizia sociale che vedremo in questa sessione. Poi c’è la scuola, una formazione che deve essere sempre in divenire e che non forma mai a sufficienza per un mercato del lavoro che chiede formazione non stop. Questi sono i grandi temi tecnico-politici. Quello che manca è una cabina di regia che costruisca un modello Paese che, nonostante qualcuno lo millanti, oggi non esiste. Dobbiamo andare verso la creazione di un modello Paese, affinché questo Stato sia in grado di fornire tutti gli strumenti negli ambiti che ho appena descritto e non solo, penso anche alla sanità, in modo che lo Stato e la sua struttura creino quelle condizioni. C’è poi una grossa difficoltà nella gestione dei dati. I lavori in Commissione, ma anche quelli in Aula, hanno dimostrato che il Governo ha difficoltà a gestire i dati. Anziché partire da un’analisi dei dati, sintetizzare i fenomeni e poi formulare delle ipotesi di intervento, si fanno interventi per fasce, senza targettizzare, senza individuare e senza mirare le categorie che si vogliono realmente aiutare, anche per quanto riguarda i contributi. Il clima che c’è stato in Commissione e, devo dire, anche in Aula è abbastanza rassegnato, proprio perché ci si rende pienamente conto che questo tassello, quello degli interventi e dei sussidi, se rimane avulso da un vero progetto di rilancio, difficilmente potrà invertire o quantomeno arrestare la tendenza della natalità. Per carità, alcuni interventi sono positivi. Il caregiver, al netto di tante cose, è una battaglia che portiamo avanti da anni. Ci sono state diverse spigolature, penso ai 50 caregiver e al tetto di spesa. Abbiamo detto no alla moratoria sugli asili nido, no ai sussidi alla genitorialità come pannolini, latte e quant’altro. Quindi, pur in una condivisione generale di alcuni interventi, devo dire che molte delle nostre proposte purtroppo non sono state ascoltate. La sfida allora è questa: creare un modello Paese, un progetto Paese al quale tutti possiamo concorrere nel rispetto dei ruoli, perché altrimenti ci viene detto che pretendiamo chissà cosa. Nel rispetto dei ruoli siamo disposti a partecipare alla creazione di questo modello Paese. Ultimamente ci sono partiti di maggioranza che parlano di tavoli di lavoro, evidentemente perché si rendono conto che certe modalità di Governo scricchiolano. Noi, nel rispetto dei ruoli, siamo disposti a partecipare a questi tavoli e a dare il nostro contributo alla costruzione di un modello Paese. Perché la tendenza la arrestiamo, se non riusciamo a invertirla, soltanto creando quelle condizioni e quel modello Paese che qualcuno, anche in quest’Aula e in questa occasione, ha millantato, ma che purtroppo, ahimè, non esiste. Serve una cabina di regia, oggi più che mai necessaria, per impostare una serie di provvedimenti. Quello di oggi è un provvedimento che non ci vede contrari, infatti ci asterremo, ma che di per sé, pur contenendo spunti interessanti e condivisibili, non è sufficiente. Crediamo che per invertire la tendenza si possa e si debba fare di più e fare meglio».

Casali (RF): «Una politica che insegue e non prevede, manca un modello Paese»
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