Fabio Righi (D-ML) torna a mettere al centro il referendum sull’Accordo di associazione con l’Unione Europea. Nel suo intervento in Commissione Esteri, il consigliere ribadisce che il proprio partito presenterà una legge per un referendum di iniziativa consiliare subito dopo la firma, richiamando anche un sondaggio secondo cui oltre il 52% dei sammarinesi sarebbe favorevole alla consultazione.
Righi esprime inoltre forti perplessità sull’entrata in vigore provvisoria, sulla preparazione della Pubblica Amministrazione e sulle modalità con cui San Marino dovrà affrontare il recepimento dell’acquis comunitario. Critiche anche all’ipotesi di introdurre strumenti accelerati: per Righi «la soluzione a questo tipo di implementazione non è meno politica, è più politica».
Di seguito l’intervento integrale di Fabio Righi (D-ML), senza variazioni.
“Rispetto al riferimento che ha fatto il Segretario ci sono alcuni punti sui quali vorrei portare l’attenzione. Non vado a toccare il tema dell’Accordo in generale perché, per quanto accaduto negli ultimi mesi, siamo ormai proiettati verso la firma, quindi non riapro la questione del negoziato e di come, dal nostro punto di vista, avrebbe dovuto essere gestito diversamente. Ci sono stati indicati dei tempi, tra fine settembre e metà ottobre. A me e alla mia forza politica dispiace che all’interno di questa Commissione e delle Aule istituzionali si continui a non tenere in considerazione un messaggio forte proveniente dalla popolazione, che si colloca prima del tema dell’entrata in vigore provvisoria: quello del referendum. È un tema che dobbiamo affrontare perché, se si parla con la popolazione, oggi il messaggio è chiaro. Continuo quindi a ribadire quella che è la posizione del mio partito fin dall’inizio: lo abbiamo già detto, proporremo una legge per un referendum di iniziativa consiliare subito dopo la firma. Ormai lo abbiamo detto in tutte le salse. Non possiamo non tenere conto del fatto che, fino a questo momento, al di là delle quisquilie burocratiche relative alla formulazione dei quesiti, la popolazione abbia più volte sottolineato questa esigenza. C’è anche un sondaggio dei colleghi di RF e oggi ho condiviso in gran parte il loro intervento, perché finalmente emergono le stesse preoccupazioni che sono le nostre ormai da tempo. Non si potrà certamente dire che quella forza politica non sia a favore di un Accordo con l’Unione Europea. Ebbene, proprio un sondaggio di quel partito ci dice che oltre il 52% del Paese vuole un referendum. Dal nostro punto di vista questo non dovrebbe neppure essere un tema in discussione, perché non può essere un’opzione, ma un dovere democratico fare in modo che, in un Paese così piccolo, a maggior ragione sia la popolazione a esprimersi. Dico questo perché colleghiamo il tema anche al rispetto di un principio democratico. Piuttosto abbiate il coraggio di abolire lo strumento del referendum, perché se non si fa su un tema come questo non capiamo su che cosa si dovrebbe fare. Non sento invece questo tema trattato in quest’Aula, ma credo sia una questione sulla quale bisognerà porre l’attenzione e con la quale dovrete confrontarvi. Vengo alla seconda parte: l’entrata in vigore provvisoria. Anche su questo mi permetto di dire che la si presenta come un grande successo, mentre noi continuiamo a esprimere una fortissima preoccupazione. Nel tempo anche questo aspetto è stato fatto passare come una quisquilia, ma il negoziato ha cambiato forma: era esclusivo, quindi una firma avrebbe determinato l’entrata in vigore, ed è diventato qualcosa di diverso. È vero che abbiamo avuto altri accordi in passato che hanno atteso la ratifica, però anche qui non è un tema da poco cominciare a implementare un Accordo come questo, che diventerà definitivo solo quando tutti e 27 gli Stati lo avranno ratificato. Anche questo è stato molto sottaciuto. Implementare questo Accordo non vuol dire fare due leggi: parliamo di oltre 7.000 provvedimenti, di investimenti milionari, di implementazione di numeri all’interno della Pubblica Amministrazione, di tante cose che, se domani dovesse esserci un inciampo, non sarebbero certamente a costo zero. Quindi anche il fatto che questo venga detto così, con nonchalance, ci porta tutta una serie di preoccupazioni. Vengo agli ulteriori passaggi. Rispetto alle varie normative che sarebbero in lavorazione sono state toccate tantissime materie: dall’ambiente al lavoro, dalle residenze alla statistica, dalla concorrenza alla tutela del consumatore, alla sicurezza sui luoghi di lavoro, e poi ci sarebbe tutto il resto. Noi abbiamo sempre avuto la ferma convinzione, e io lo ribadisco, che questo tipo di lavoro, cioè quello di capire come modellare il nostro ordinamento, avremmo dovuto farlo prima. Qui c’è, dal nostro punto di vista, un tema di responsabilità politica, perché non lo diciamo oggi: lo abbiamo detto anche nel corso della scorsa legislatura, quando eravamo in posizione di Governo, perché quei ragionamenti e quegli approfondimenti avrebbero dovuto e potuto guidare il negoziato. Non possiamo pensarci oggi, perché quando si negozia il perimetro di quello che si negozia lo dà l’idea di dove si vuole andare. Oggi, da alcuni interventi, mi pare invece che siamo ancora qui a immaginarci come debba essere o come non debba essere. Non è l’approccio adeguato a un negoziato. Questo ve lo può dire chiunque. Va bene, è andata così, però bisogna che sia chiaro perché anche questo è un tema. Oggi, oltre a questo, ci viene detto che sono in lavorazione tutta una serie di testi, in parte anche già scritti, sui quali ancora una volta non c’è stato nessun tipo di confronto. Noi apprendiamo oggi l’elenco delle materie in lavorazione e delle relative normative. Anche su questo credo si debba fare una riflessione. In un mondo normale, o comunque per come l’avremmo gestita noi, prima di mettere la penna sul foglio e prima di dare mandato agli uffici di farlo, visto che il potere legislativo è in capo al Consiglio Grande e Generale e quindi alle forze politiche che lo compongono, si sarebbe dovuto aprire un dibattito politico su come disegnare quelle normative e quindi su come disegnare il nostro ordinamento, che per bocca vostra cambierà profondamente. Oggi invece ci viene detto: non vi preoccupate perché, per grazia ricevuta, forse a breve vi verrà dato del materiale sul quale confrontarvi. Ma questo è il minimo. Io ritengo che si debba fare. Ci sono poi altri punti che è bene toccare. È arrivato evidentemente il momento di uscire dalla dinamica della campagna mediatica che ruota intorno all’Accordo, come dimostrano anche le affermazioni di alcuni membri di Governo. Anche questo è stato detto da altri consiglieri, non da me. Qualcuno dice che nel mondo del lavoro non cambia niente. Il problema è che non lo ha detto uno che passava per strada: lo ha detto il Ministro del Lavoro, il Segretario al Lavoro. Ho quindi l’impressione, ancora una volta, che su questi punti siano state dette troppe cose in maniera troppo semplicistica in questi mesi, per cercare di convincere e di portare tutti su questa strada. Adesso però siamo arrivati un po’ al dunque della questione. Dico queste cose per riaffermare con ancora più forza la preoccupazione che c’è oggi perché, vivendo il Paese, che è piccolo, il tema dell’impreparazione anche della Pubblica Amministrazione e il fatto che qualcuno, dirigenti compresi, ritenga che oggi non siamo in grado di gestire questa cosa si toccano con mano tutti i giorni. Questo è un problema enorme, rispetto al quale noi avevamo proposto anche nell’ambito dei lavori consiliari un ordine del giorno, bocciato senza colpo ferire, nel quale si proponeva un percorso tracciato, con delle tempistiche, per ragionare sull’implementazione dell’Accordo. Ormai ci avete portato qui e quindi dovremo ragionare di questo. Evidentemente prima bisognerà ragionare del referendum e vedere poi come andrà, se si farà, perché dal nostro punto di vista è da fare. Ma il tema dell’implementazione non è secondario. Ad oggi potremmo affrontare questo percorso senza sapere se dovremo modificare la nostra Dichiarazione dei Diritti. Forse voi lo sapete, ma allora confrontiamoci su questo, perché dal nostro lato non lo sappiamo e comprenderete che sono tutte questioni che meritano un approfondimento. Anche nell’intervento che mi ha preceduto ho ascoltato alcuni passaggi che mi fanno venire la pelle d’oca quando li sento: adesso dovremmo metterci a immaginare che prima c’era il memorandum con Banca d’Italia e adesso c’è il “clarifying addendum”. Anche questo sarà un tema che dobbiamo portare all’attenzione delle forze politiche: come vogliamo la vigilanza? Perché la vogliamo? Come la vogliamo? Sono tutti temi. Questo mi preoccupa ulteriormente perché, tra l’altro, sul rapporto con Banca d’Italia e con la parte italiana mi era stato detto a chiare lettere che non serviva più e oggi invece diventa nuovamente il focus centrale del dibattito politico. Penso quindi che certamente ci sarà un grosso e infinito lavoro da fare, però è preoccupante che rispetto a tutto questo non ci sia un’impostazione oppure che ci sia un’impostazione blindata, che conoscete voi e della quale però non siamo stati messi al corrente. Vengo all’ultimo punto, poi vado verso la conclusione: quelle che, dal mio punto di vista e dal nostro punto di vista, sono le aberranti affermazioni che ho sentito oggi in quest’Aula. Di fronte a un lavoro come quello che eventualmente ci aspetta per l’implementazione dell’Accordo, si sta ragionando di soluzioni che non rafforzano le istituzioni, non rafforzano il dialogo politico e non rafforzano il dialogo democratico, ma lo tagliano per comodità. Anche questo è un tema non da poco e vi invito a riflettere, perché rispetto a quello che ci aspetterà di qui in avanti e che aspetterà le nostre istituzioni, la riflessione non dovrebbe essere quella di togliere la parola o di tagliare i momenti di confronto. Forse bisognerebbe cominciare a pensare alla professionalizzazione del ruolo politico, per esempio. Perché ho sentito dire che ci sono delle cose che potrebbero non interessarci, ma noi siamo le istituzioni di questo Paese, siamo il Parlamento di questo Paese, in una democrazia rappresentativa. A noi interessa tutto quello che passa attraverso le norme di questo Paese e non è corretto delegare con una norma omnibus agli uffici. Bisognerà quindi interrogarsi su come mettere le istituzioni nelle condizioni di essere sul pezzo rispetto a tutto quello che, anche a livello burocratico, verrà in discussione, non pensare a regolamenti che taglino il confronto e il dialogo o a emendamenti come quelli che ci avete in parte prospettato. Bisogna avere il coraggio di dire anche questo: la situazione che ci troveremo di fronte richiede un approfondimento importante di riforma istituzionale. Possiamo continuare a pensare agli interessi del Paese come membri del Parlamento, del Consiglio Grande e Generale, di fatto quasi a tempo perso? Questo rafforza ulteriormente la posizione di un Governo che spesso e volentieri vive delle derive importanti e nel quale addirittura non c’è il rapporto con la stessa maggioranza. Questo ci deve portare, e dovrebbe portare tutti, a una riflessione profonda. La prospettiva che si stia lavorando a un emendamento per introdurre strumenti accelerati non mi convince: la soluzione a questo tipo di implementazione non è meno politica, è più politica. Non procedure accelerate. Le procedure, dal nostro punto di vista, restano quelle, ma ci deve essere un lavoro politico più profondo, di dibattito e di confronto anche fuori dalle sedi istituzionali, come accade in tutto il resto del mondo, per arrivare preparati nelle sedi istituzionali e anche più veloci. Perché se il confronto e il dibattito vengono fatti sui tavoli politici, e non come ci avete abituato nell’ultimo periodo, quando gli emendamenti arrivano un secondo prima o arrivano pagine di emendamenti, come è accaduto non più tardi di ventiquattro ore fa, quando abbiamo avuto in mano tre pagine di emendamenti all’apertura del comma di discussione, allora si può lavorare diversamente. Invece qual è la vostra soluzione? La tagliola sui tempi di discussione. Capite che c’è qualcosa di profondamente malato in tutto questo e a me preoccupa, continua a preoccuparci pesantemente. Invito nuovamente, in una logica di implementazione, a cominciare a fare dei ragionamenti per individuare le priorità, i percorsi, gli argomenti, le materie e una strategia condivisa per mettere mano a questi temi. Di questo oggi l’opposizione non sa nulla e, in un Paese democratico, penso che qualcosa non torni.”
