Proseguono gli appuntamenti con la rubrica di approfondimento curata da Michele Muratori, capogruppo di Libera, dedicata all’analisi dell’attualità politica, delle principali sfide istituzionali e dei temi di maggiore interesse per la Repubblica di San Marino.
*****
Il verdetto delle urne di oggi, martedì 3 novembre, va ben oltre la pura conta parlamentare e mette a nudo lo spettro di quella che la politica americana definisce un’anatra zoppa.
L’espressione, nata nel Settecento alla Borsa di Londra per indicare i finanzieri insolventi e incapaci di stare al passo con il mercato, negli Stati Uniti è diventata la metafora perfetta del presidente privato della maggioranza al Congresso e condannato ad avanzare a fatica.
Sotto i riflettori c’è il rinnovo integrale della Camera e di 35 seggi del Senato, ma tra le schede i cittadini americani stanno infilando un giudizio pesante sull’operato dell’esecutivo, misurando la tenuta e il funzionamento dei contrappesi costituzionali.
Sondaggi e dinamiche demografiche descrivono una strada decisamente in salita per i Repubblicani al governo.
Il gradimento per l’operato presidenziale continua a muoversi su percentuali storicamente basse, attorno al 32% secondo gli ultimi dati rilevati da Reuters e Ipsos, accusando colpi pesanti soprattutto tra i moderati e nei sobborghi urbani.
Un quadro complicato anche dal sentiment sul Congresso, dove le rilevazioni di YouGov e Pew Research assegnano ai Democratici un margine di vantaggio compreso tra l’8 e il 12%.
Con equilibri così risicati nella composizione numerica delle Camere, la partita per il controllo del potere diventa il vero ago della bilancia di queste elezioni.
Consapevole del rischio, nelle ultime battute della campagna lo stesso Donald Trump ha provato ad alzare la posta al massimo.
Dai comizi ha evocato scenari di crollo finanziario in caso di vittoria dell’opposizione, spingendosi a richiamare i fantasmi della crisi del 1929, mentre ribadiva quanto questo appuntamento sia decisivo per il futuro stesso del partito.
Uscite che tradiscono la chiara percezione di quanto questa giornata possa condizionare la seconda metà del suo mandato.
La storia istituzionale americana d’altronde insegna quanto le midterm sappiano essere spietate con chi siede alla Casa Bianca.
Lo sa bene Bill Clinton, che nel 1994 lasciò sul campo 54 seggi alla Camera e cedette la maggioranza ai Repubblicani guidati da Newt Gingrich dopo quattro decenni di dominio democratico, inaugurando una stagione di durissimi scontri sul bilancio e di controlli parlamentari implacabili.
E lo sa Barack Obama, che nel 2010 bruciò 63 seggi nello stesso ramo del Congresso, costringendo l’amministrazione a virare sui decreti presidenziali e su altri strumenti amministrativi.
In entrambi i casi, il ridimensionamento parlamentare ha trasformato i rapporti con il legislativo in una trincea ad altissima polarizzazione.
Sull’altra sponda, i Democratici arrivano al voto spinti da una forte mobilitazione di base, ma con la necessità di tenere insieme le proprie anime.
Se l’ala progressista spinge per uno scontro frontale e istituzionale, la leadership moderata punta a blindare i consensi al centro.
Saper incanalare questa energia in un’azione legislativa coerente sarà il vero banco di prova per l’opposizione nei prossimi due anni.
Per la Casa Bianca, perdere il controllo di Capitol Hill significherebbe entrare in una fase di forte turbolenza per la governance.
L’agenda del Presidente finirebbe di fatto paralizzata tra mediazioni estenuanti, mentre le commissioni parlamentari ripartirebbero a pieno ritmo con audizioni a tappeto, dossieraggi sui ministeri e l’ombra sempre presente di nuove procedure di impeachment pronte a riaprirsi.
A complicare ulteriormente la giornata c’è poi un precedente diplomatico particolarmente impattante.
Per la prima volta dal 2002, le autorità americane non hanno invitato gli osservatori dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.
Viene a mancare così lo storico filtro di garanzia esterna proprio su un voto ad altissima tensione (OSCE Official Statement).
Senza un monitoraggio terzo e indipendente si indebolisce la certezza delle procedure di scrutinio proprio quando il dibattito sulle regole d’accesso al voto è più infuocato.
Senza contare che, rinunciando ai controlli multilaterali, Washington rischia di smarrire parte della propria autorevolezza quando si troverà a chiedere standard di trasparenza elettorale agli altri Paesi.
Mentre le operazioni di voto proseguono sull’intero territorio nazionale, la vera domanda è se questo scossone basterà a invertire la rotta o se la situazione internazionale non sia già stata compromessa in modo irreversibile.
In un quadro globale segnato da fratture profonde, l’esito delle urne si rifletterà ben oltre i confini degli Stati Uniti, anche se resta l’alto rischio che un eventuale verdetto negativo venga contestato o apertamente rifiutato dalla Casa Bianca.
Un eventuale riallineamento del Congresso proverà a rimettere in moto i contrappesi democratici, ma il destino della presidenza e della postura internazionale dell’America resta appeso a un’incognita radicale, divisa tra la speranza di un freno istituzionale e lo spettro concreto di un’anatra zoppa.
