L’Italia è attraversata da tre settimane da una mobilitazione che continua ad allargarsi. Prima sono scesi in strada gli agricoltori, partiti dalla Calabria il 28 settembre con i trattori a bloccare statali e depositi di carburante, poi si sono uniti gli autotrasportatori, che hanno fermato i camion in Sicilia, Calabria, Puglia e Basilicata. Da giovedì sono arrivati anche gli studenti, con cortei in una quarantina di città. Oggi tutto converge su Roma, dove nel pomeriggio sfila il corteo nazionale della CGIL, da Piazza della Repubblica a Piazza del Popolo con oltre cento associazioni al seguito.
Chi protesta ha ragioni diverse ma una radice comune, cioè costi che non stanno più dentro i conti: il prezzo del gasolio per chi lavora con un mezzo, le risorse che mancano alla scuola per chi ci studia dentro. Al Sud i blocchi non si sono fermati e i camionisti siciliani restano fermi fino al 20 ottobre.
Ieri le piazze studentesche hanno attraversato il Paese da Torino a Cagliari, passando per Milano, Genova, Bologna, Padova, Firenze, Roma e Napoli. Gli organizzatori parlano di oltre 400mila partecipanti. Lo slogan scandito nei cortei era «Vogliamo più aule e meno bombe».
Non sono mancati i momenti duri. A Bologna la polizia ha caricato più volte a manganellate il corteo diretto verso la stazione, a Torino ci sono state manganellate e lanci di oggetti, con tre minorenni arrestati, a Verona sono arrivate diciannove denunce, quasi tutte a studenti minorenni. Ciascuna parte attribuisce all’altra l’inizio degli scontri.
Le ragioni che hanno portato in strada i ragazzi sono materiali: edifici scolastici fatiscenti, carenza di docenti, il decreto sul tetto agli alunni di origine migrante nelle classi, le risorse destinate all’industria bellica, il carovita che pesa sulle famiglie. Sui conti della scuola i numeri sono contesi: il Ministero rivendica 959,8 milioni in più, il Movimento 5 Stelle denuncia quasi un miliardo di tagli nel triennio, l’associazione Libera calcola 620 milioni in meno all’istruzione in tre anni. Le analisi sui documenti di bilancio concordano su un punto: dal 2027 la spesa per la scuola risulta in calo. Anche la CGIL, oggi, porta in piazza la richiesta di ridurre le spese militari, a partire dai 14 miliardi aggiuntivi annunciati dal governo.
L’altro fronte è aperto da molto più tempo e riceve molta meno attenzione. La protesta di agricoltori e autotrasportatori è partita dalla Calabria il 28 settembre, quindi da quasi tre settimane. I trattori hanno occupato la rotatoria dell’aeroporto di Lamezia Terme bloccando la statale 18 e la 280, il 5 ottobre hanno bloccato gli accessi ai depositi di Eni e Meridionale Petroli, che riforniscono oltre il 60% della rete regionale. Da lì si è allargata a Sicilia, Basilicata, Lazio, Puglia, Toscana e Sardegna. In Calabria lo sciopero tocca il porto di Gioia Tauro, l’area di Lamezia e gli svincoli dell’A2 nel Cosentino.
Il motivo ha un nome solo: il gasolio. Secondo le rilevazioni del Ministero delle Imprese il gasolio in modalità self viaggia attorno a 2,25 euro al litro, mentre la benzina sta a 2,03: chi lavora con un trattore o con un camion paga il carburante più di chi usa l’auto. E la forbice si è allargata nelle ultime settimane, perché fra il 3 agosto e il 10 ottobre il gasolio è salito del 6,2% contro l’1,8% della benzina.
C’è poi una data che spiega il tempismo. Il 6 ottobre è scaduto lo sconto sull’accisa del gasolio: l’aliquota, scesa a 622,90 euro per mille litri il 26 settembre, è tornata ai 672,90 ordinari, circa sei centesimi in più al litro contando l’IVA. Lo sconto sarebbe potuto proseguire con il meccanismo delle accise mobili, che abbassa le accise usando il maggior gettito IVA generato dal rialzo del petrolio, ma il decreto interministeriale necessario non è stato pubblicato in tempo. I trattori erano in strada da otto giorni.
Quello che chiedono è poco e preciso: un tetto al prezzo del gasolio e ai costi di produzione, ristori immediati a fondo perduto, la modifica del decreto legge 198, interventi contro i danni della fauna selvatica. A organizzare è soprattutto il Movimento Territorio e Agricoltura guidato da Matteo Talarico, affiancato da comitati nati sul posto.
Per capire cosa c’è sotto quelle richieste basta un dato che arriva dal Foggiano: alcuni olivicoltori hanno smesso di raccogliere, perché il prezzo dell’olio non copre più il costo di staccare le olive e portarle al frantoio. Il prodotto resta sulle piante, e vale meno della fatica di prenderlo.
Il punto in cui le due storie si sono toccate è arrivato giovedì da Corato, nel Barese, dove gli studenti sono scesi a sostenere i presidi degli agricoltori. Un trattore e un’aula non si somigliano in niente, ma da settimane fanno lo stesso conto e arrivano allo stesso risultato: quello che serve costa più di quanto si ha.
