Attualità

L’illusione delle sbarre e il valore fragile dell’Europa (di Michele Muratori)

Con questo primo contributo inauguriamo una nuova rubrica di approfondimento curata da Michele Muratori, capogruppo di Libera, dedicata all’analisi dell’attualità politica, delle principali sfide istituzionali e dei temi che interessano la Repubblica di San Marino. Uno spazio di riflessione e confronto, pensato per offrire spunti, approfondimenti e chiavi di lettura sui principali dossier del momento, attraverso il punto di vista di uno dei protagonisti del dibattito politico sammarinese.

C’era una volta un’Europa che sapeva sognare a bordo di un battello. Il 14 giugno del 1985, dove le acque lente della Mosella segnano il confine sottile tra tre nazioni, la Princesse Marie-Astrid ondeggiava di fronte alle rive di un pugno di case e vigneti. Quel posto si chiamava Schengen. Lì, lontano dalle liturgie polverose dei palazzi del potere, cinque Paesi fecero un gesto che aveva il sapore dell’eresia e decisero di cancellare le linee tracciate sulle mappe. Non fu l’ennesimo cavillo per burocrati, ma una scommessa quasi poetica nata dalle ceneri e dal sangue del Novecento. L’idea era semplice quanto rivoluzionaria, basata sul principio che la vera forza di un popolo non si misura dalla profondità dei suoi fossati, ma dalla capacità di fidarsi di chi sta dall’altra parte del fiume.

Ci vollero dieci anni di paure, rinvii e scetticismo prima che quelle sbarre si alzassero per davvero, il 26 marzo del 1995. Quel giorno non abbiamo solo abolito i passaporti al confine, ma abbiamo regalato alle nuove generazioni un’illusione bellissima e data per scontata, ossia la sensazione che il continente fosse un’unica grande casa in cui muoversi, studiare, amare e lavorare senza chiedere il permesso a nessuno. Quando l’Italia salì a bordo di questo treno negli anni ’90, portò il suo peso specifico al centro di un grande progetto comunitario.

Quel soffio di libertà travalicò persino i confini formali dell’Unione, cambiando per sempre la vita di realtà uniche come San Marino. Incastonata nel cuore della penisola, la Repubblica del Titano ha vissuto sulla propria pelle cosa significa eliminare la burocrazia dei confini, poiché per decenni l’osmosi naturale con l’Italia ha garantito il flusso ininterrotto di lavoratori frontalieri, turismo e merci, dimostrando come l’assenza di barriere sia la linfa vitale non solo delle grandi capitali, ma anche dei territori più piccoli e storicamente autonomi.

Oggi, tuttavia, quella grande architettura mostra segni di sofferenza sotto il peso di tensioni e pressioni geopolitiche sempre più complesse.

Di fronte alle immagini drammatiche di Ceuta e all’ennesima spinta migratoria ai confini della Spagna, la tentazione di ripristinare i controlli temporanei tra Paesi membri è tornata a farsi strada. È una reazione comprensibile quando la percezione della sicurezza diventa la priorità assoluta di un governo, ma rischia di trasformarsi nella vecchia illusione della fortezza, la convinzione che basti un timbro in più o un filtro all’aeroporto per gestire fenomeni di portata epocale.

Comprendere le ragioni della cautela è legittimo, ma è fondamentale guardare al quadro d’insieme. Reintrodurre barriere interne rischia di non risolvere i nodi strutturali alla radice della pressione migratoria e finisce per appesantire il commercio, rallentare le micro-economie di confine e complicare la vita quotidiana di chi quei valichi li attraversa ogni giorno per lavoro o per studio.

A furia di ricorrere alle deroghe temporanee per rispondere alle singole crisi, il rischio reale è quello di smantellare lentamente il pilastro più importante dell’integrazione europea. Ogni volta che una sbarra torna a scendere, lo spazio di fiducia reciproca si riduce. E un’Europa che risponde alle emergenze isolando i propri compartimenti rischia di perdere la propria vocazione comunitaria.

L’immigrazione e le crisi di confine sono sfide enormi che richiedono una risposta davvero comunitaria e una gestione integrata delle frontiere esterne dell’Unione. Sospendere gli accordi o ritirarsi temporaneamente dietro le proprie frontiere può offrire un sollievo apparente, ma lascia irrisolti i nodi di fondo per tutti gli attori in campo. Mentre a Schengen le acque della Mosella continuano a scorrere indifferenti, resta da capire se sapremo preservare quel grande patrimonio di libertà o se lasceremo che la paura del momento ridisegni i confini che avevamo con fatica imparato a superare.

Michele Muratori

Capogruppo Libera