Proseguono gli appuntamenti con la rubrica di approfondimento curata da Michele Muratori, capogruppo di Libera, dedicata all’analisi dell’attualità politica, delle principali sfide istituzionali e dei temi di maggiore interesse per la Repubblica di San Marino.
Ci sono notizie che feriscono la coscienza di una comunità intera. Il ricovero all’Ospedale di Stato di una dodicenne finita in coma etilico per una quantità tossica di alcol è uno di quei fatti davanti ai quali è impossibile girarsi dall’altra parte.
La ragazza è tornata a casa e la salute fisica è salva, ma il sollievo dell’immediato non dev’essere l’assoluzione per la nostra società.
A dodici anni si dovrebbe ancora giocare, guardare al futuro con curiosità, affacciarsi sul mondo. Ritrovarsi invece al Pronto Soccorso per uno stato di intossicazione da alcol non è un incidente di percorso o una “ragazzata” scappata di mano.
I numeri che arrivano dalle indagini del nostro territorio raccontano una storia precisa. Secondo le rilevazioni dell’Authority Sanitaria e i report HBSC sui comportamenti degli adolescenti a San Marino, l’alcol entra nelle abitudini molto prima della maggiore età.
Oltre il 12% dei tredicenni sammarinesi ha già provato l’esperienza del binge drinking, la bevuta sequenziale e veloce mirata al solo stordimento. Arrivati ai 17 anni, questa pratica riguarda quasi sei ragazzi su dieci, e più dell’80% degli adolescenti dichiara di essersi ubriacato almeno una volta nella vita.
Sulle fasce più giovani, la tendenza mostra anche una crescita evidente dell’uso di superalcolici tra le ragazze rispetto ai pari età maschi. A questo si aggiunge un consumo precoce di sostanze e tabacco.
Le sigarette tradizionali ed elettroniche toccano ormai il 43% dei quindicenni sul Titano, mentre aumentano le prese in carico da parte dei servizi della nostra ISS per forme di ansia grave, autolesionismo e disturbi dell’alimentazione, sintomo di una fragilità emotiva che spesso parte già dalle scuole medie.
Il quadro si fa ancora più incisivo se si allarga lo sguardo al rapporto con la tecnologia e alla salute mentale. Le ultime indagini indicano che oltre il 13% dei giovanissimi mostra forme di iperconnessione patologica e ben il 38% ammette di non riuscire a staccarsi dallo schermo nemmeno in presenza dei propri familiari.
Parallelamente, le rilevazioni dell’Istituto Superiore di Sanità stimano che la tendenza all’isolamento sociale e al ritiro volontario riguardi ormai oltre 65 mila studenti italiani tra gli 11 e i 17 anni, con la punta massima di inizio fenomeno registrata proprio intorno ai 13 anni, in coincidenza con gli ultimi anni delle scuole medie.
Attribuire la colpa alla sola reperibilità della bottiglia o alla presenza dello smartphone, però, potrebbe essere uno sciocco errore di prospettiva. L’alcol e le sostanze sono il mezzo, non la causa. Sono l’anestetico per un malessere sotterraneo che oggi prende forme diverse e spesso opposte.
Da un lato ci sono le devianze visibili, la ricerca di adrenalina, il vandalismo, l’aggressività di gruppo e il consumo smodato per sentirsi parte del branco. Dall’altro ci sono le devianze silenziose, quelle che si consumano dentro le mura di casa, come l’autolesionismo e l’isolamento volontario degli hikikomori, ragazzi che arrivano a recludersi completamente nella propria stanza tagliando ogni contatto con il mondo esterno, una realtà che in Italia sfiora ormai i 100 mila giovani del tutto ritirati dalla vita sociale e da cui San Marino non è al riparo.
Cercare la scorciatoia del proibizionismo, magari ipotizzando di vietare i social network o le piattaforme digitali ai minori con un decreto, equivale soltanto a rincorrere un’illusione.
I divieti calati dall’alto non hanno mai fermato le dipendenze né i comportamenti a rischio, ma creano solo clandestinità digitale e deresponsabilizzazione degli adulti, lasciando credere che basti un filtro per risolvere un problema che è, innanzitutto, di natura educativa.
In questo contesto, va sottolineato il lavoro concreto che sta portando avanti la Commissione Politiche Giovanili di San Marino. Un organismo che sta affrontando il tema senza fermarsi alla sola risposta emergenziale.
Ma per far sì che questi sforzi diano risultati concreti, serve stringere un vero e proprio patto sociale. Ognuno deve tornare a esercitare fino in fondo la propria responsabilità, senza delegare o cercare alibi.
Le famiglie devono fare le famiglie, riscoprendo il coraggio della presenza, dell’ascolto e anche dei no necessari. La scuola deve necessariamente essere un luogo di crescita umana oltre che nozionistica. Le istituzioni devono fare le istituzioni, garantendo quelle risorse, quei presìdi sanitari e quelle infrastrutture sociali sul territorio, fondamentali per saper intercettare anzitempo il disagio.
Quando una ragazza di dodici anni crolla sull’asfalto anestetizzata dall’alcol o un adolescente gira la chiave nella serratura della propria stanza per non uscirne più, non stiamo assistendo alla semplice fragilità di un singolo.
È il rumore sordo di un’intera generazione che prova a scomparire per non sentire il peso del mondo.
Non ci salveranno i decreti d’emergenza o la morale a posteriori. Ci salverà soltanto questo patto di corresponsabilità, capace di occupare le piazze svuotate e di riempire quel silenzio prima che si trasformi in un punto di non ritorno.
