Proseguono gli appuntamenti con la rubrica di approfondimento curata da Michele Muratori, capogruppo di Libera, dedicata all’analisi dell’attualità politica, delle principali sfide istituzionali e dei temi di maggiore interesse per la Repubblica di San Marino.
«Non appena ti sarai lasciato dietro tutti i professori Vinson, allora comincerai ad andare sempre più vicino, se sai volerlo e se sai cercarlo e aspettarlo, a quel genere di conoscenza che sarà cara, molto cara al tuo cuore. Tra l’altro, scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d’incitamento e di stimolo. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti sgomenti e sconcertati dalla condotta umana quanto te. Per fortuna, alcuni hanno preso nota del loro sgomento. Imparerai da loro, se vorrai. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. È una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. È storia. È poesia.»
C’è una verità profonda e quasi profetica nelle parole che J. D. Salinger, ne “Il giovane Holden”, fa pronunciare al professor Antolini. Per chiunque abbia attraversato i dossi dell’adolescenza tenendo quel libro tra le mani, ritrovandovi uno specchio inatteso, queste righe non rappresentano soltanto letteratura, ma conservano la forza incrollabile di una promessa. La promessa che il vero sapere non si riduca mai a un noioso catalogo di nozioni, a una corsa al voto o a un freddo adempimento, bensì risieda nella scoperta scioccante di non essere soli con la propria inadeguatezza, le proprie paure e i propri dubbi.
Quando settembre puntualmente ritorna, portando con sé l’odore inconfondibile dei quaderni nuovi, l’aria che rinfresca e il suono quasi stridente della prima campanella, questo pensiero smette di essere un semplice esercizio di memoria nostalgica per diventare un impegno civile ed etico che riguarda tutti noi.
Per chi guarda a questi anni con la sensibilità affinata dall’esperienza, appare evidente come il disordine interiore dei giovani abbia perso i suoi luoghi di ritrovo. Vuoi per la mancanza di veri punti di aggregazione, vuoi per abitudini che cambiano, il mondo dei ragazzi rischia di polverizzarsi, ritirandosi troppo spesso dietro le luci fredde degli smartphone o barricandosi tra le quattro pareti protettive e soffocanti di una cameretta. È un disagio che raramente urla o scende in piazza, sceglie quasi sempre il silenzio. Si consuma nell’isolamento e nell’ansia sottile di non sentirsi mai “abbastanza” in una società sempre di corsa, ossessionata dalla prestazione e dal successo immediato. E quando questo silenzio all’improvviso esplode, come purtroppo le cronache di questi giorni ci ricordano in modo tragico, ci lascia tutti sgomenti a chiederci dove, come società, abbiamo sbagliato.
È proprio in questa spaccatura profonda tra l’ossessione dell’efficienza e il bisogno inespresso di avere un posto nella vita che si gioca la vera partita del nostro tempo. Ed è qui che la scuola deve smettere di essere un guscio di cemento per farsi presenza viva.
I professori Vinson di Salinger rappresentano il rischio più grande, ovvero una scuola ridotta a contabilità. Un ingranaggio freddo di schede da compilare, programmi da chiudere a tutti i costi e voti distribuiti come sentenze, dove si valuta il contenitore e ci si dimentica del contenuto fatto dagli studenti.
Ma la realtà che ogni giorno attraversa le nostre classi racconta, fortunatamente, un’altra storia. È la storia silenziosa di tanti insegnanti che rifiutano di trasformare la cattedra in un muro. Educatori veri, fedeli alla radice del verbo e-ducere, che significa letteralmente tirare fuori e far emergere ciò che di unico è custodito nell’animo di ogni ragazzo. Insegnanti capaci di accorgersi di uno sguardo perso oltre il perimetro della finestra, di decifrare una fragilità non detta, di intercettare un nodo in gola sul nascere e di trovare la parola giusta, o il silenzio giusto, al momento opportuno.
Offrire a un ragazzo la certezza che esista un adulto strutturato, pronto ad ascoltare senza la fretta di giudicare o la smania di classificare è un’ancora di salvezza. Significa saper disinnescare la vergogna, insegnando che quel senso di solitudine che a volte stringe il petto non è una colpa né una condanna, ma una tappa del percorso umano, una prova che altri prima di noi hanno attraversato, trascritto e superato.
La scuola che vogliamo non è un semplice erogatore di lezioni, ma una comunità. Un luogo capace di evolvere insieme al tempo in cui vive senza però svendersi alle sue frenesie, mettendo al centro i ragazzi, la qualità delle relazioni e la complessità delle emozioni. L’inizio di questo nuovo anno scolastico deve suonare come un appello urgente a stringere un nuovo patto di alleanza sincero tra studenti, famiglie, istituzioni e docenti. La storia, la letteratura, la filosofia e le scienze smettono di essere aride materie di studio nell’esatto istante in cui diventano strumenti per comprendere meglio se stessi e gli altri.
Ritornano così, con tutta la loro bellezza, le parole del giovane Holden Caulfield quando confessa la sua sola e autentica vocazione.
«Quello che dovrei fare veramente, dovrei fare l’acchiappatore nella segale e basta. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe fare veramente. Me ne sto lì sul ciglio di questo burrone e il mio compito è di acchiappare tutti quelli che stanno per cadere dal precipizio. Voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo uscire da qualche parte e acchiapparli. Questo è quello che farei tutto il giorno. Sarei solo l’acchiappatore nella segale.»
Ecco, risiede proprio qui il significato autentico e rivoluzionario del fare scuola. Che non sta nello spingere i giovani a correre più forte degli altri in una gara sterile, ma nell’essere lì, presenti e vigili, pronti ad allungare la mano per acchiappare al volo chiunque rischi di perdersi o di cadere.
A tutti gli studenti che varcano la soglia delle aule con il loro carico di sogni e di timori, alle famiglie che li accompagnano con trepidazione, magari al primo anno di un ciclo scolastico, e agli insegnanti che guidano questo cammino con pazienza, rigore e profonda dedizione, auguro di cuore un anno ricco di scoperte, di sguardi autentici e di grande, sincera umanità.
Michele Muratori (Capogruppo di Libera)
