Il cambiamento climatico non è più una previsione lontana. Siccità, caldo intenso, incendi, precipitazioni improvvise, vento forte e grandinate sono fenomeni con cui anche San Marino deve imparare a convivere. La domanda, quindi, non è più se arriveranno eventi climatici estremi, ma se il nostro territorio sia pronto ad affrontarli.
L’approvazione della nuova legge sulla Pianificazione Territoriale Strategica rappresenta, da questo punto di vista, un’occasione importante. La norma introduce nuovi strumenti per governare il territorio, ponendo attenzione alla tutela ambientale, alla sicurezza e al rischio idrogeologico. Ma ora sarà fondamentale capire come questi principi verranno tradotti nei futuri piani e negli interventi concreti.
Il cambiamento climatico, infatti, non riguarda soltanto il dissesto idrogeologico. Riguarda contemporaneamente acqua, incendi, agricoltura, edifici, alberi, viabilità e infrastrutture.
Il progetto di ampliamento del bacino idrico del lago Torello, portato avanti con San Leo, va nella direzione giusta. Una maggiore capacità di accumulo può rappresentare una risposta alla siccità, ma anche una risorsa strategica durante un’emergenza incendio. È questo il tipo di infrastruttura che serve: opere capaci di svolgere una funzione ordinaria e, nello stesso tempo, diventare decisive in caso di emergenza.
Occorre però una visione più ampia. Serve una mappa del rischio climatico del territorio sammarinese, che individui le zone maggiormente esposte a incendi, siccità, precipitazioni intense, vento, dissesto e calore. E serve continuare e, dove necessario, rafforzare la manutenzione di fossi, scoline, tombini, versanti e reti di drenaggio, inserendola sempre più in una logica programmata e preventiva, anche alla luce dell’aumento degli eventi meteorologici estremi.
Anche il patrimonio arboreo deve essere gestito con una nuova attenzione. Il censimento del verde pubblico e le verifiche periodiche sugli alberi sono già attività svolte, ma possono essere ulteriormente implementati e orientati anche alla luce dei nuovi rischi climatici. Una maggiore sistematicità nel monitoraggio, insieme a una corretta scelta delle specie e delle collocazioni, può contribuire a ridurre il rischio di cadute durante gli eventi di vento intenso, mantenendo al tempo stesso i benefici del verde contro il caldo.
L’agricoltura è un altro settore particolarmente vulnerabile. Irrigazione efficiente, raccolta dell’acqua piovana, sistemi di accumulo, reti antigrandine, varietà più resistenti e strutture agricole progettate per sopportare vento e fenomeni estremi possono ridurre sensibilmente i danni.
Per rendere possibili questi interventi, lo Stato dovrebbe affiancare alla pianificazione un “Bonus resilienza climatica” per le aziende agricole, attraverso contributi per cisterne e sistemi di raccolta dell’acqua, irrigazione a basso consumo, reti antigrandine, opere di drenaggio e strutture più resistenti agli eventi estremi.
Lo stesso principio dovrebbe valere per gli edifici. I nuovi criteri edilizi dovranno sempre più considerare non soltanto il freddo invernale, ma anche caldo estremo, precipitazioni violente e vento. Coperture, gronde, sistemi di drenaggio, schermature solari, isolamento e ancoraggio degli impianti dovranno essere progettati pensando al clima che avremo, non soltanto a quello che abbiamo conosciuto.
Anche in questo caso potrebbe essere introdotto un Bonus resilienza climatica per gli edifici, destinato agli interventi che riducono la vulnerabilità al caldo, alle precipitazioni intense e agli eventi di vento.
A questi strumenti potrebbe aggiungersi un incentivo sul fronte assicurativo: sgravi o contributi sui premi per chi adotta interventi certificati di prevenzione e riduzione del rischio climatico. In questo modo si creerebbe un meccanismo virtuoso: chi investe nella prevenzione viene sostenuto dallo Stato e premiato anche dal sistema assicurativo.
Altri Paesi hanno già intrapreso questa strada. L’Italia ha adottato un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici; la Svizzera ha sviluppato programmi e progetti pilota; i Paesi Bassi hanno ripensato la gestione delle piene dando più spazio all’acqua; l’Australia ha introdotto criteri costruttivi specifici nelle aree maggiormente esposte agli incendi.
San Marino non deve necessariamente copiare questi modelli, ma può studiarli e adattarli alle proprie dimensioni e caratteristiche.
La nuova legge territoriale offre quindi una struttura. Ora bisogna riempirla di contenuti.
Le domande sono concrete: il cambiamento climatico sarà un criterio trasversale della nuova pianificazione? Verrà realizzata una mappa del rischio climatico? Ci sarà un piano strategico dell’acqua? Il bacino idrico del lago Torello sarà inserito in una rete di riserve idriche anche per le emergenze? Sarà previsto un piano per la prevenzione degli incendi nelle aree agricole e boschive vicine alle abitazioni? Il monitoraggio del patrimonio arboreo verrà ulteriormente implementato alla luce dei nuovi rischi climatici? Gli edifici e le infrastrutture future dovranno rispettare criteri di resilienza climatica? E lo Stato introdurrà strumenti di sostegno, come un Bonus resilienza climatica e agevolazioni assicurative, per aiutare agricoltori, imprese e cittadini a realizzare gli interventi necessari?
E, soprattutto, San Marino si doterà di un vero piano di adattamento ai cambiamenti climatici?
Sono domande che riguardano il futuro, ma le cui risposte devono arrivare oggi.
Perché prevenire costa, ma molto meno che ricostruire dopo un’emergenza.
San Marino, proprio perché è un territorio piccolo, ha la possibilità di conoscere meglio i propri rischi e intervenire rapidamente. La nuova pianificazione territoriale può diventare l’occasione per trasformare questa caratteristica in un vantaggio.
Non dobbiamo più progettare il territorio soltanto pensando al clima che abbiamo conosciuto.
Dobbiamo iniziare a progettare quello nel quale vivremo.
Michela Pelliccioni (Indipendente)
