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Attualità

San Marino è a secco e ogni giorno butta l’unica acqua che è davvero sua

La Repubblica è in emergenza idrica. Ma dipende dalla Romagna per l’acqua che beve, e le affida anche la depurazione di quella che scarica, restituita a un fiume e mai riutilizzata. Cipro, Malta e l’Emilia dimostrano che il riuso funziona anche in piccolo. Le obiezioni ci sono, ma sono tutte risolvibili. Il rischio vero è quello di sempre: muoversi troppo tardi.

Dal 10 agosto San Marino è in stato di emergenza idrica. Con l’Ordinanza n. 1 del 2026, l’AASS ha messo nero su bianco quello che gli ultimi mesi lasciavano intuire: tra piogge scarse, caldo prolungato e le limitazioni ai prelievi dal Marecchia imposte dall’ARPAE dell’Emilia-Romagna, la disponibilità d’acqua è scesa al punto da dover tutelare per legge quella destinata al consumo umano, con priorità assoluta sull’uso potabile. È una fragilità nota da anni, e mai davvero affrontata.

Un’autonomia che non c’è

Il problema non è il caldo di quest’estate, ma il fatto che San Marino, l’acqua, in gran parte non ce l’ha. La Repubblica copre il proprio fabbisogno attingendo per oltre la metà al fiume Marecchia, che capta alla stazione del Torello; circa un quarto lo acquista da Romagna Acque, la società che gestisce la diga di Ridracoli; il resto arriva dalla rete di Hera. Le fonti interne al territorio, da sole, coprono una minoranza del bisogno. Il risultato, per stessa ammissione dell’AASS, è “un cocktail” che cambia quasi ogni giorno nelle sue proporzioni, così variabile da risultare corrosivo per le tubature, che si sostituiscono da anni un tratto alla volta. Ogni giorno la Repubblica consuma circa 10.000 metri cubi d’acqua, dieci milioni di litri, quasi tutti provenienti dall’esterno o da un fiume che scorre in territorio italiano.

Persino l’infrastruttura simbolo dell’autonomia lo è solo a metà. Il lago del Torello, il maggiore serbatoio di captazione della Repubblica, non si trova a San Marino ma nel comune di San Leo, in Italia, ed è alimentato dal Marecchia. Il raddoppio di quel bacino, il progetto di cui si parla oggi, nasce da un’intesa con San Leo e dalla convenzione firmata con la Regione Emilia-Romagna. In pratica, per avere più acqua San Marino progetta di ampliare un lago che non è sul suo territorio, alimentato da un fiume i cui prelievi vengono autorizzati, o negati, da un’agenzia italiana. La stessa che, ad agosto, quei prelievi li ha limitati.

Anche i reflui, in Romagna

C’è poi un secondo capitolo, meno raccontato, che chiude il cerchio della dipendenza: San Marino non compra soltanto gran parte dell’acqua che beve, ma affida alla Romagna anche il trattamento di quella che scarica. I reflui della Repubblica vengono raccolti e depurati in Italia, all’impianto di Santa Giustina a Rimini, gestito da Hera, che tratta insieme le acque di scarico di Rimini, di una decina di comuni romagnoli e “dello Stato di San Marino”, per un carico che d’estate arriva a 560.000 abitanti equivalenti. Non è un’informazione nascosta: lo documentano la scheda tecnica del Comune di Rimini e lo stesso gruppo Hera, che indica ancora oggi Santa Giustina come destinazione anche degli scarichi sammarinesi. Una volta depurata, quell’acqua viene restituita all’ambiente, verso il Marecchia e il mare.

Il ciclo che ne risulta è paradossale. L’acqua entra a San Marino dal Marecchia, viene usata, finisce in fognatura, scende a valle in Romagna per essere depurata e viene infine riversata di nuovo verso lo stesso fiume da cui era partita. A ogni passaggio, una decisione che non spetta alla Repubblica. E soprattutto, ogni metro cubo di refluo depurato, cioè acqua già trattata e pronta all’uso, viene buttato invece che riutilizzato.

La strada finora: solo rincorrere

Di fronte a tutto questo, la risposta delle istituzioni è stata finora di un solo tipo: aumentare l’offerta. Più captazione, con il raddoppio del Torello; più acquisti dall’esterno; interventi di manutenzione sulla rete di distribuzione. Misure sensate, ma tutte concentrate sul lato del rubinetto aperto, e quasi tutte partite sotto la spinta dell’emergenza. Sul lato opposto, quello dello spreco dell’acqua già depurata che se ne va, non è stato fatto nulla. Non stupisce che l’opposizione insista da tempo: già nel 2023 Repubblica Futura chiedeva conto degli studi di fattibilità e di un “Piano di Gestione e Tutela delle acque” mai davvero arrivato. Un tema aperto da anni, e ancora irrisolto.

Il riuso: cosa insegnano i piccoli

Eppure una risposta strutturale esiste, ed è una sola: il riuso delle acque reflue depurate. In concreto significa prendere l’acqua che oggi finisce in un fiume e affinarla ancora, con un ulteriore passaggio di trattamento, fino a renderla adatta all’irrigazione o all’accumulo. Non è una tecnologia esotica, ed è soprattutto una lezione che arriva dai piccoli Stati mediterranei, molto più utili al Titano dei grandi modelli che di solito si citano.

Cipro, che ha l’indice di sfruttamento idrico più alto d’Europa, riusa circa il 90% dei propri reflui depurati e li cede agli agricoltori a tariffe agevolate, fino a 0,07 euro al metro cubo. Malta, minuscola, ha costruito tre impianti che producono la cosiddetta “new water”, distribuita in modo continuo agli agricoltori. La regione spagnola di Murcia riutilizza quasi tutta l’acqua depurata, collegando direttamente i depuratori alle reti d’irrigazione. Per il riuso, insomma, la scala ridotta non è un ostacolo: è un vantaggio.

Anche l’Italia, partita in ritardo, ha accelerato. A Mancasale, in Emilia-Romagna, una sezione di affinamento costata 2,5 milioni di euro (di cui quasi 1,5 a carico della Regione), con un costo di esercizio di appena 0,037 euro al metro cubo, restituisce all’agricoltura fino a 7 milioni di metri cubi l’anno, presto destinati a raddoppiare. In Puglia, travolta dalla crisi idrica, l’impianto di San Severo fornisce all’agricoltura della Capitanata circa 4 milioni di metri cubi l’anno, e la Regione punta a passare dai nove impianti di riuso attivi a oltre quaranta. Nella stessa direzione spinge l’Europa, con il Regolamento 2020/741 sul riuso irriguo, in vigore dal 2023, e la direttiva 2024/3019 sulle acque reflue, che promuovono apertamente la circolarità. Per San Marino, che con l’Accordo di Associazione si avvicina all’ordinamento europeo, adottare quegli standard oggi significa non doverli rincorrere domani.

Le obiezioni, e perché non fermano

Restano tre nodi veri, che non vanno nascosti. Nessuno di essi, però, è un muro: si risolvono, e peggiorano solo se restiamo fermi.

Il primo, e più serio, è la geografia della depurazione: come si è visto, le acque di scarico sammarinesi oggi non si trattano in territorio, ma a Rimini. Anche così, però, una via rapida esiste già, e consiste nel negoziare il ritorno di quote di acqua affinata dagli impianti che già trattano i reflui della Repubblica, nell’ambito degli accordi con la Romagna e del percorso europeo. Accanto a questa va messa in agenda fin da subito la via più ambiziosa, cioè costruire nel tempo una capacità di affinamento e stoccaggio in territorio. In ogni caso, l’unica opzione che non regge è quella attuale: continuare a scaricare acqua già depurata senza recuperarne una goccia.

Il secondo nodo è il costo, che va detto per intero. La sola sezione di affinamento costa quanto una rotatoria, ma la rete che porta l’acqua dove serve costa di più. Anche così, si parla comunque di pochi milioni, la scala di un’opera pubblica ordinaria, e con leve che altrove hanno funzionato: a Mancasale la Regione ha coperto oltre metà dell’investimento, e per San Marino il percorso di associazione apre l’accesso agli strumenti europei per l’adattamento climatico e l’economia circolare. Quei fondi, però, hanno finestre che prima o poi si chiudono, e i costi delle opere non fanno che salire: ogni anno di rinvio è un anno più caro.

Il terzo nodo, la domanda, si scioglie da solo appena si smette di copiare gli altri. San Marino non ha migliaia di ettari assetati come la Puglia, ma non ne ha bisogno. Per un micro-Stato senza fiumi propri né falde profonde, l’uso più prezioso dell’acqua affinata non è irrigare, ma accumulare. Un Torello ampliato, riempito d’inverno dalle piogge e d’estate dall’acqua recuperata, diventerebbe la riserva strategica che oggi manca: una scorta contro la siccità, per l’antincendio e per il verde pubblico. Il riuso, per la Repubblica, non sarebbe irrigazione ma assicurazione. E senza, a ogni estate secca tornerà l’emergenza, con la riserva che non c’è.

Non se, ma quando

A questo punto le domande non riguardano più se dotarsi del riuso, ma come: dove costruire l’affinamento e con quali accordi, come finanziarlo dentro il percorso europeo, come integrarlo davvero con il Torello invece di trattarlo come un’opera a sé. Sono domande di attuazione, non di principio, e vanno poste adesso, perché la finestra per rispondere con calma si sta chiudendo.

Sull’acqua, del resto, San Marino si è mosso finora solo per rincorrere: ha ampliato la captazione quando il fiume è calato, ha dichiarato l’emergenza quando l’ARPAE ha tagliato i prelievi, si interroga su cosa fare quando farlo è già difficile. È il modo più caro di governare una risorsa: aspettare che diventi un problema per occuparsene. E il clima non concede più questo lusso: le estati saranno più lunghe e più secche, l’acqua potabile disponibile sempre minore, e ogni anno passato a studiare sarà un margine di scelta in meno.

Prevenire costa meno che ricostruire dopo un’emergenza, e infinitamente meno che restare senz’acqua durante una siccità. La Repubblica ha oggi una risorsa idrica che è già sua, la butta ogni giorno in un fiume, e ha davanti una scelta semplice: recuperarla adesso, quando i costi sono contenuti e i margini ampi, oppure dopo, quando a decidere sarà di nuovo l’urgenza. San Marino sa fin troppo bene cosa significhi arrivare tardi, quando non resta più nulla di concreto da fare. Sull’acqua, non può permetterselo un’altra volta.

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