Perché la guerra con l’Iran ha messo in difficoltà gli Stati Uniti? La risposta è in una parola: petrodollaro

da | 15 Giu 2026

Questa guerra ha mostrato al mondo perché gli Stati Uniti comandano sull’economia globale, ma anche quanto questo potere sia fragile. Da mesi l’Iran fa pagare il passaggio nello Stretto di Hormuz in yuan cinesi e non in dollari, un dettaglio solo all’apparenza tecnico che colpisce il punto su cui poggia da cinquant’anni la supremazia americana. Per capirlo, bisogna tornare indietro di mezzo secolo.

C’è una parola che spiega perché una guerra a migliaia di chilometri di distanza può far tremare Washington: petrodollaro. Vuol dire una cosa semplice. Da cinquant’anni, in qualsiasi parte del mondo, per comprare petrolio si usano i dollari. Sempre. Anche se a vendere è l’Arabia Saudita e a comprare è il Giappone, di mezzo ci sono i dollari americani. È una regola così vecchia da sembrare ovvia, naturale. Ma naturale non lo è affatto: è stata decisa a tavolino negli anni Settanta, ed è il vero segreto per cui il dollaro è la moneta più potente del pianeta. Oggi, per la prima volta sul serio, quella regola sta saltando. E a romperla è bastato un braccio di mare largo poche decine di chilometri.

Prima però: perché il dollaro è così importante?

Facciamo un passo indietro. Alla fine della Seconda guerra mondiale, nel 1944, i Paesi vincitori si misero d’accordo su come far funzionare l’economia del mondo. Decisero che il dollaro americano sarebbe stato la moneta di riferimento per tutti, e che chiunque avesse un dollaro poteva, in teoria, andare negli Stati Uniti e farselo cambiare in oro vero. Il dollaro, insomma, valeva come l’oro. Questo rese gli Stati Uniti il centro del sistema economico mondiale.

Funzionò per quasi trent’anni. Poi, nel 1971, gli americani avevano stampato troppi dollari, soprattutto per pagare la guerra in Vietnam, e l’oro nei loro caveau non bastava più a coprirli tutti. Così il presidente Nixon fece una mossa drastica: annunciò che da quel momento i dollari non si potevano più cambiare in oro. Di colpo, il dollaro non era più garantito da niente di concreto. Valeva solo perché la gente si fidava dell’America. E qui nasceva un problema enorme per Washington: come si fa a tenere alta la richiesta di dollari nel mondo, ora che non valgono più come l’oro?

La mossa geniale: legare il dollaro al petrolio

La soluzione arrivò da una crisi. Nel 1973 i Paesi arabi che producono petrolio, arrabbiati con l’Occidente perché sosteneva Israele in guerra, decisero di chiudere i rubinetti. Smisero di vendere greggio agli Stati Uniti e ai loro alleati. Il prezzo del petrolio schizzò alle stelle, quadruplicò in pochi mesi, e in Europa e America fu il panico: code ai distributori, fabbriche ferme, economie in ginocchio.

Fu lì che gli Stati Uniti ebbero l’idea che avrebbe cambiato il mondo. Nel 1974 fecero un patto con l’Arabia Saudita, il più grande produttore di petrolio del pianeta. Il patto, in parole povere, diceva così: tu, Arabia Saudita, vendi il tuo petrolio soltanto in dollari, e convinci anche gli altri Paesi produttori a fare lo stesso. In cambio, noi americani ti proteggiamo militarmente e teniamo al sicuro le tue rotte. Detto, fatto. Nel giro di un anno tutti i grandi produttori di petrolio vendevano il loro greggio solo ed esclusivamente in dollari.

E qui sta il colpo di genio, almeno per gli americani. Il petrolio è la merce più richiesta al mondo: ne hanno bisogno tutti, dalla Cina al Brasile, per far funzionare auto, fabbriche, riscaldamento. Ma se il petrolio si compra solo in dollari, allora ogni Paese del mondo è costretto a procurarsi i dollari e a tenerne sempre una scorta. Anche un Paese che con l’America non ha niente a che fare. Risultato: una richiesta continua e garantita di dollari, per sempre, indipendentemente da come va l’economia americana. Gli Stati Uniti avevano trasformato la loro moneta nella moneta obbligatoria di tutto il pianeta.

Come i Paesi del Golfo sono diventati ricchissimi

Ma c’è una seconda parte della storia, ed è quella che ha riempito d’oro i Paesi del Golfo. Tutti quei dollari che entravano nelle casse dei produttori di petrolio non restavano fermi nei forzieri. Venivano reinvestiti, per la maggior parte, proprio negli Stati Uniti: comprando titoli di Stato americani (in pratica, prestando soldi al governo USA), comprando azioni a Wall Street, palazzi, aziende, e più tardi i colossi della tecnologia.

Era un giro perfetto. Il mondo comprava petrolio dal Golfo pagando in dollari. Il Golfo riportava quei dollari in America investendoli. E questo teneva l’America forte, le permetteva di avere debiti a basso costo e rafforzava ancora di più il dollaro. Tutti, dentro questo meccanismo, avevano convenienza a tenerlo in piedi. Per capire le cifre: oggi i fondi pubblici dei Paesi del Golfo hanno investito negli Stati Uniti più di duemila miliardi di dollari, e in alcune zone di pregio possiedono fino al quaranta per cento degli immobili commerciali di lusso. La ricchezza enorme accumulata da questi Paesi in mezzo secolo arriva in gran parte da qui, non solo dal vendere petrolio.

Le prime crepe, già prima della guerra

Per decenni ha funzionato tutto alla perfezione. Ma negli ultimi anni qualcosa ha iniziato a incrinarsi, e non per colpa della guerra. Sempre più Paesi hanno cominciato a usare meno il dollaro. Per dare un numero: nel 1999 il dollaro rappresentava il 71 per cento delle riserve delle banche centrali mondiali, cioè dei “risparmi” che ogni Stato tiene da parte. Oggi è sceso intorno al 57 per cento, il livello più basso da venticinque anni. Vuol dire che i Paesi del mondo si fidano un po’ meno del dollaro, e tengono da parte anche altre monete.

I Paesi del Golfo, intanto, hanno iniziato a guardare a Oriente. Il segnale più forte è arrivato nel 2024, quando l’Arabia Saudita non ha rinnovato l’impegno di vendere il petrolio solo in dollari. E non è un caso: oggi l’Arabia vende alla Cina quattro volte più petrolio di quanto ne venda agli Stati Uniti. Il cuore del commercio del petrolio si è spostato verso l’Asia, e pian piano stanno cambiando anche le monete con cui si paga.

La guerra accende la miccia: arriva lo yuan cinese

È in questa situazione già fragile che è scoppiata la guerra. Da febbraio 2026, con il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, lo Stretto di Hormuz è diventato un’arma. Lo Stretto di Hormuz è un braccio di mare strettissimo da cui passa circa un quinto di tutto il petrolio e il gas del mondo: una specie di imbuto attraverso cui le navi cariche di greggio devono per forza passare. E l’Iran, che si affaccia su quello stretto, ha fatto una mossa nuova: ha lasciato passare le petroliere solo a chi accettava di pagare il pedaggio in yuan, la moneta cinese, invece che in dollari.

Per la Cina è stata un’occasione d’oro. Pechino da anni cerca di rendere la propria moneta più importante nel mondo, e di convincere i Paesi a usarla per comprare e vendere energia. La Cina era già il principale cliente del petrolio iraniano, e la guerra le ha permesso di spingere quello che ormai viene chiamato “petroyuan”, cioè il petrolio pagato in yuan, come alternativa concreta al dollaro, almeno su quella rotta.

Attenzione però, perché qui serve onestà: per ora si tratta di numeri piccoli. La moneta cinese ha un grosso limite, non è completamente libera. Il governo di Pechino ne controlla il valore e non permette di scambiarla liberamente sui mercati di tutto il mondo come si fa col dollaro, e questo per il momento le impedisce di prendere davvero il posto del dollaro. Il petrolio pagato in yuan, secondo le stime, non supera ancora il 5 per cento del totale mondiale, mentre il dollaro resta intorno all’80 per cento. Insomma, non è la fine del dollaro. Ma è la prima volta che succede una cosa del genere su una rotta così importante, ed è un precedente che pesa.

Cosa succede adesso, e una domanda da lasciare aperta

In questi giorni la situazione si è mossa di nuovo. È stato annunciato un accordo tra Stati Uniti e Iran per far finire la guerra, con una firma prevista in Svizzera per il 19 giugno e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Secondo le prime indiscrezioni l’intesa prevederebbe di nuovo un passaggio libero attraverso lo Stretto e una tregua di sessanta giorni per continuare a trattare. Sui mercati l’effetto è stato immediato: il prezzo del petrolio è sceso sotto gli 80 dollari al barile, anche se resta molto più alto rispetto a inizio anno.

Su cosa ci sia davvero dentro questo accordo, però, conviene aspettare prima di cantare vittoria. Le dichiarazioni fatte finora, soprattutto da parte americana, andranno verificate: in questa stessa guerra si sono già visti annunci di tregua poi saltati nel giro di poche ore, e dai media iraniani trapela che Teheran non ha affatto rinunciato a poter richiudere lo Stretto in futuro, se le servirà. La firma è annunciata per il 19, ma finché non avviene, e finché non se ne legge il testo vero, ogni giudizio resta provvisorio. Ci torneremo, ad accordo firmato, per capire cosa contiene nel concreto.

Resta, al di là della cronaca di questi giorni, la domanda di fondo. La guerra ha dimostrato una cosa che sembrava impensabile: il sistema del petrodollaro, dato per intoccabile per mezzo secolo, si può scalfire. E ci sono Paesi, dalla Cina al Golfo, che hanno tutto l’interesse a costruire un’alternativa. Anche se tutto tornasse come prima, con lo Stretto riaperto e il petrolio di nuovo pagato in dollari, le crepe che si sono viste in questi mesi non sparirebbero: c’erano già prima della guerra, e la guerra le ha solo mostrate a tutti.

E allora la domanda da lasciare aperta è doppia. La prima: il dollaro tornerà saldo come prima, oppure stiamo entrando in un mondo dove a comandare non c’è più una sola moneta, ma tante? La seconda, forse più scomoda: siamo davvero sicuri che tornare al vecchio sistema sarebbe una buona notizia? Quel sistema ha garantito stabilità per decenni, è vero, ma ha anche messo un potere enorme nelle mani di un Paese solo, ha legato l’economia di tutto il mondo alle decisioni prese a Washington e ha lasciato gli altri Paesi in balia di scelte su cui non hanno voce. Un mondo con più monete sarebbe più caotico, o semplicemente più equilibrato? La risposta non è scontata, e meriterà di essere affrontata con calma, lontano dal rumore della guerra.

Condividi su:

Puoi leggere questo articolo gratuitamente grazie al contributo di

Articoli correlati