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Maternità surrogata, San Marino verso il reato “universale”: cosa prevede la bozza di legge e come si regola il resto d’Europa

Il Governo ha predisposto il progetto di legge che introduce nel Codice penale il reato di surrogazione di maternità, punibile anche se commesso all’estero da cittadini o residenti. Il testo dà attuazione a un’Istanza d’Arengo approvata dal Consiglio nel 2025, ma in Commissione le posizioni sono distanti: c’è chi difende l’impianto e chi mette in dubbio che il diritto penale sia lo strumento giusto. Ecco cosa prevede la proposta, cosa è emerso dal dibattito e cosa fanno gli altri Paesi europei.

La maternità surrogata, o gestazione per altri, è la pratica con cui una donna porta a termine una gravidanza impegnandosi a consegnare il bambino, dopo la nascita, alla coppia o alla persona committente. Può avvenire dietro compenso, ed è la forma commerciale, oppure senza fini di lucro, con il solo rimborso delle spese, la cosiddetta forma altruistica. A San Marino la pratica non è regolamentata, e ora il Governo propone di vietarla per legge, con una scelta che va oltre i confini della Repubblica.

Cosa prevede la bozza di legge

Il progetto, illustrato in Commissione Consiliare Permanente I dal Segretario di Stato alla Giustizia Stefano Canti, introduce nel Codice penale il nuovo articolo 226-bis, che punisce chiunque, in qualsiasi forma, “realizzi, organizzi o pubblicizzi la commercializzazione di gameti o di embrioni, ovvero la surrogazione di maternità o la gestazione per altri”. Le pene previste sono la prigionia di secondo grado, la multa e, per gli esercenti una professione sanitaria, l’interdizione dall’esercizio della professione.

L’elemento più rilevante è però un altro: la modifica all’articolo 6 del Codice penale rende il reato perseguibile anche quando è commesso all’estero da cittadini sammarinesi o residenti. È il cosiddetto “reato universale”: una coppia che ricorresse alla gestazione per altri in un Paese dove la pratica è legale potrebbe essere processata al rientro in Repubblica.

La proposta non nasce da un’iniziativa di partito: dà attuazione all’Istanza d’Arengo n. 37 del 6 aprile 2025, presentata dai cittadini e accolta dal Consiglio Grande e Generale il 22 settembre 2025, che chiedeva esplicitamente l’introduzione del reato con perseguibilità extraterritoriale. Un indirizzo, ha ricordato Canti, già espresso dall’Aula con gli ordini del giorno del 2017 e del 2018. Il modello dichiarato è quello italiano: l’Italia vieta la pratica dal 2004 e nel 2024, con la legge 169, l’ha resa perseguibile anche se commessa all’estero da cittadini italiani, prima in Europa a fare questo passo.

Il dibattito: extrema ratio contro “testa sotto la sabbia”

In Commissione, però, il confronto ha fatto emergere sensibilità molto diverse, trasversali agli schieramenti.

La più articolata contrarietà è arrivata da Ilaria Baciocchi (PSD), che ha spostato la questione dal piano morale a quello giuridico: “Non siamo chiamati a esprimere un giudizio morale sulla maternità surrogata; siamo chiamati a decidere se la risposta corretta sia introdurre un nuovo reato”. Per la consigliera il diritto penale, essendo lo strumento più forte di cui dispone uno Stato, deve restare “l’extrema ratio, l’ultima risposta e non la prima”. Le perplessità maggiori riguardano proprio l’estensione all’estero: il principio di territorialità, ha osservato, “non rappresenta semplicemente un ostacolo da superare, ma uno dei limiti posti al potere punitivo dello Stato”, e le deroghe esistono solo per reati come terrorismo, tratta e genocidio, sui quali c’è un consenso internazionale che sulla surrogata, semplicemente, non esiste.

Sulla stessa linea Giulia Muratori (Libera), che ha tenuto a precisare che la sua contrarietà al reato “non coincide necessariamente con un sostegno alla gestazione per altri”: il suo gruppo, ha detto, respinge ogni mercificazione del corpo femminile. I dubbi riguardano l’efficacia concreta della norma: “Come verrà accertato concretamente il reato?”, si è chiesta, ricordando che nei documenti di nascita la gestazione per altri non risulta, e che la cooperazione giudiziaria con Paesi dove la pratica è lecita appare tutta da costruire. Il rischio, per Muratori, è una norma “prevalentemente simbolica”, mentre resta centrale il principio richiamato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo: una volta che il bambino è nato, il suo superiore interesse deve guidare l’azione pubblica.

A difendere il percorso è stato Marco Mularoni (PDCS), che ha riportato la discussione sul piano istituzionale: il Governo sta semplicemente dando attuazione a un’istanza approvata dal Consiglio, “il corretto funzionamento dello Stato di diritto”. Sul merito, Mularoni ha riconosciuto che il diritto penale dovrebbe essere l’ultima risposta, ma ha osservato che il principio “non può essere invocato soltanto quando fa comodo”. E sulla territorialità la sua posizione è netta: vietare una condotta in patria lasciando che venga realizzata all’estero “sarebbe un modo per nascondere la testa sotto la sabbia”.

Una posizione intermedia è quella di Giuseppe Maria Morganti (Libera), che ha proposto di distinguere: la commercializzazione della maternità surrogata è “un aspetto aberrante” da colpire, ma la formula “chiunque in qualsiasi forma realizzi” finisce per punire allo stesso modo, e con la prigionia di secondo grado, anche la coppia che ricorra a una gestazione altruistica in un Paese dove è consentita. Fattispecie molto diverse, per Morganti, che la norma dovrebbe trattare diversamente.

Nelle conclusioni, il Segretario Canti ha preso atto delle distanze e si è detto disponibile a “un ulteriore confronto” prima della presentazione del testo definitivo, pur ricordando che il compito del Governo resta dare attuazione alla volontà espressa dai cittadini e dal Consiglio.

Come si regola l’Europa

Il dibattito sammarinese riflette una frattura che attraversa tutto il continente, dove convivono modelli opposti.

Il divieto con reato universale è, per ora, una scelta quasi solo italiana: la legge del 2024 punisce i cittadini italiani anche per fatti commessi dove la pratica è legale. È il modello a cui la bozza sammarinese si ispira.

Il divieto “classico”, limitato al territorio nazionale, è la soluzione più diffusa: Francia, Germania e Spagna vietano la pratica e sanzionano in vario modo chi la organizza, ma non perseguono i propri cittadini per ciò che fanno all’estero. Con una conseguenza nota: ogni anno coppie di questi Paesi ricorrono alla surrogata fuori confine, e i tribunali si trovano poi a decidere sul riconoscimento dei bambini, con la Corte di Strasburgo che ha imposto di tutelare comunque il legame del minore con i genitori.

La via altruistica regolamentata è quella scelta da Regno Unito, Grecia, Portogallo e Paesi Bassi, con modalità diverse: la gestazione per altri è consentita, ma senza compenso oltre il rimborso delle spese e con controlli, in Grecia persino con un’autorizzazione preventiva del giudice. È il tentativo di separare la solidarietà dal mercato.

La forma commerciale, vietata ovunque nell’Unione, resta invece legale in alcuni Paesi extra UE come la Georgia e, storicamente, l’Ucraina, a lungo meta principale delle coppie europee. Ed è proprio su questo mondo che si concentrano le critiche più condivise, tra sfruttamento di donne in condizioni di vulnerabilità e vere e proprie filiere commerciali: non a caso l’Unione europea, nel 2024, ha incluso lo sfruttamento della maternità surrogata, quando avviene con coercizione o inganno, tra le forme di tratta di esseri umani.

Le domande aperte

La bozza sammarinese non è ancora stata depositata e, come annunciato da Canti, passerà da un ulteriore confronto politico. Le domande sul tavolo sono quelle emerse in Commissione, e non sono banali: il diritto penale è lo strumento giusto per una questione etica su cui l’Europa stessa è divisa? Un reato commesso dove reato non è può essere accertato e processato davvero? E una norma pensata per proteggere la dignità della donna e del minore rischia, nella forma attuale, di trattare allo stesso modo il mercato dei corpi e una donazione tra persone consenzienti? Su questo il Consiglio Grande e Generale sarà chiamato, nei prossimi mesi, a dare una risposta. E sarà una di quelle votazioni in cui ogni consigliere farà i conti, prima che col proprio gruppo, con la propria coscienza.