Il vero scontro politico non arriva sulle infiltrazioni criminali, sui settori a rischio o sui dati inquietanti emersi dalla relazione della Commissione antimafia. Arriva sulla data entro cui intervenire. Ed è proprio lì che, dopo una giornata di dibattito trasversale e toni quasi unitari, si rompe il tentativo di trovare un ordine del giorno condiviso in Consiglio Grande e Generale.
Per ore l’aula discute di frodi carosello, triangolazioni commerciali, e-commerce, auto di lusso, metalli preziosi, registri navali, società sospette e strumenti investigativi insufficienti. Tutti concordano sulla necessità di rafforzare i controlli, aggiornare le norme, integrare le banche dati e velocizzare i sistemi di prevenzione. Ma quando si passa dalla teoria ai tempi concreti, emerge la frattura politica.
A far saltare l’intesa è la richiesta avanzata da Rete di fissare una scadenza precisa: entro il 30 settembre 2026 il Governo dovrebbe presentare gli interventi legislativi necessari per attuare le indicazioni della Commissione. Una linea che Emanuele Santi difende senza mezzi termini: “Su un fenomeno come quello dell’antimafia intervenire dopo un anno, quando i fenomeni criminali cambiano volto ogni tre o quattro mesi, significa continuare a muoversi con tempi elefantiaci. Questo mi porta a pensare che non ci sia davvero la volontà politica di intervenire”.
La maggioranza però frena. Massimo Andrea Ugolini (PDCS) replica che alcuni interventi sono “molto delicati” e difficili da calendarizzare subito. La proposta è quella di un aggiornamento in aula a novembre 2026, lasciando al Governo il compito di definire eventuali tempistiche operative. Una risposta giudicata troppo vaga dalle opposizioni e che porta di fatto al mancato accordo sull’ordine del giorno unitario.
Eppure il dibattito aveva mostrato, almeno fino a quel momento, una convergenza raramente vista in aula. Il presidente della Commissione Gian Nicola Berti (AR) aveva aperto i lavori parlando di un clima “trasversale” e bipartisan maturato durante le audizioni, spiegando che San Marino vive una fase di crescita economica che la rende “potenzialmente attrattiva e quindi esposta al rischio di infiltrazioni”.
La relazione fotografa un sistema che, secondo quanto riferito anche dal presidente del Tribunale Giovanni Canzio, non presenta oggi prove di collegamenti strutturati con organizzazioni criminali, ma che mostra vulnerabilità evidenti in alcuni comparti economici. E i numeri impressionano.
Il settore beverage è quello che più preoccupa: le importazioni passano da 64 milioni nel 2022 a 104 milioni nel 2023, fino ad arrivare a 170 milioni nel 2024. La Commissione cita casi di società sammarinesi utilizzate per riciclaggio e triangolazioni commerciali con operatori esteri. Emergono inoltre collegamenti con indagini italiane come “Ultimo Brindisi” e “Cerbero”, dove compaiono figure riconducibili a clan mafiosi e società di diritto sammarinese.
Non meno delicata la situazione nell’e-commerce. Nei primi quattro mesi del 2025 il SICAE riceve 3.440 segnalazioni e telefonate per truffe online. La relazione parla apertamente di contrassegni difficili da tracciare, spedizioni frazionate, società opache e controlli troppo lenti rispetto alla velocità delle frodi.
Sotto osservazione finiscono anche auto, metalli preziosi, opere d’arte, prodotti per fumatori, soft air, batterie e persino registri navali e aeronautici. Giulia Muratori (Libera) richiama le rogatorie italiane su società sammarinesi del settore auto e le frodi milionarie emerse nelle operazioni “Easy Car” e “Vortex”. Andrea Menicucci (RF) parla invece di segnalazioni antiriciclaggio troppo complesse e difficoltà nell’incrociare tempestivamente i dati.
Da più parti arriva poi la richiesta di rafforzare strumenti investigativi e cooperazione internazionale. La Commissione propone una nuova formulazione dell’articolo 199 ter, maggiori strumenti per le intercettazioni e soprattutto una piattaforma informatica unica capace di incrociare dati su società, operatori economici e beneficiari effettivi. “Forse potremmo essere il primo Paese al mondo che si dota di uno strumento del genere” afferma Berti.
Nel dibattito emerge anche il tema delle competenze e del coordinamento tra uffici e forze di polizia. Alessandro Scarano (PDCS) denuncia “sovrapposizioni e competizione tra i corpi di polizia”, mentre Fabio Righi (D-ML) insiste sulla necessità di una piattaforma interoperabile tra tutti gli uffici pubblici. Andrea Belluzzi annuncia invece che i futuri corsi-concorso per le forze dell’ordine saranno costruiti già sulle competenze specifiche dei candidati, indirizzandoli verso settori tecnici come polizia postale e attività investigative specialistiche.
Quasi tutti i consiglieri insistono sul fatto che il problema non vada né negato né trasformato in allarmismo. “La legalità non è un ostacolo allo sviluppo” ripetono più interventi, sottolineando che il vero patrimonio di San Marino oggi è la reputazione internazionale costruita dopo gli anni più difficili del passato.
Ed è proprio su questo punto che il mancato accordo finale pesa ancora di più. Perché dopo una giornata intera passata a parlare di rapidità, prevenzione e urgenza, l’aula si divide proprio sul calendario degli interventi. E il rischio, denunciato apertamente dalle opposizioni, è che anche questa relazione finisca come quella del 2022: condivisa da tutti, ma senza conseguenze concrete immediate.





