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Attualità

La bandiera non sventola più

Questo pezzo non avremmo voluto scriverlo.

Per giorni abbiamo pensato che fosse solo una sensazione, una di quelle impressioni che si accumulano guardando il proprio paese cambiare senza riuscire a mettere a fuoco cosa, esattamente, non torni più.

Poi abbiamo visto che non eravamo i soli. Sui social, in tanti hanno notato la stessa cosa: il 3 settembre, giorno dell’anniversario della fondazione della Repubblica, le bandiere appese fuori dalle case erano poche. Anzi, pochissime.
E allora bisogna dirlo, anche se fa male. Da anni, in questa redazione, segnaliamo la compresenza di due fenomeni che, messi insieme, sono una miscela esplosiva: una crisi demografica che svuota il paese dall’interno, e la fuga dei nostri giovani più preparati verso l’estero, dove trovano opportunità che qui non hanno. Sono due emorragie diverse che si alimentano a vicenda.

E la domanda, semplice e scomoda, è questa: come può crescere idealmente — prima ancora che economicamente — un paese che perde ogni anno pezzi della propria gioventù e della propria identità collettiva?

La realtà, per chi ha il coraggio di guardarla, è che la composizione sociale della Repubblica di San Marino è profondamente cambiata rispetto anche solo a una generazione fa. Non è un giudizio, è un fatto.

E i fatti, quando si accumulano, a un certo punto pretendono di essere raccontati.

Probabilmente non resta che prenderne atto; invertire la rotta, lo diciamo con l’amarezza di chi vorrebbe sbagliarsi, sembra oggi un’impresa quasi impossibile. Resta la malinconia di vedere la festa più importante del paese svuotata di simboli, e in troppe strade, anche di persone. Non è retorica vuota: è il senso dello Stato che si consuma, lentamente, davanti ai nostri occhi.

Su questo tema ci hanno scritto in molti, in queste ore. E ci siamo ricordati di una storia che un nostro lettore — un signore sammarinese, proprietario di alcuni appartamenti che affitta da anni — ci aveva raccontato mesi fa. Allora decidemmo di non pubblicarla: la redazione era assorbita da altri temi, e quella storia finì in un cassetto. Oggi, rileggendo i commenti sui social del 3 settembre, ci siamo detti che quell’anziano lettore aveva ragione da vendere.
Il nostro lettore aveva affittato un appartamento, nella zona murata, a un amico italiano.

Oltre alle solite formalità burocratiche di un contratto d’affitto, gli aveva chiesto un favore, quasi una tradizione di famiglia: esporre, in occasione delle feste nazionali, la bandiera che lasciava in ogni appartamento che affittava. L’amico italiano, contento, aveva accettato senza pensarci due volte.

Passano alcuni mesi. È il 5 febbraio, giorno della Festa di Sant’Agata e della Liberazione della Repubblica — una data che i sammarinesi celebrano dal 1740, quando il paese si liberò dall’occupazione del cardinale Alberoni.

L’amico italiano espone la bandiera, come promesso, e poi chiama il suo padrone di casa, un po’ incerto: “Scusa, ma mi sono confuso io? Oggi è festa?” — “Sì, perché?” — “Perché nella mia via ho esposto la bandiera solo io. E qui, mi risulta, sono tutti sammarinesi.” Il nostro lettore, al telefono, non ha avuto esitazioni: “No, no, hai fatto benissimo. Sono i nostri, semmai, che hanno perso il senso del rispetto per la patria. Tu ne hai più di tanti che si professano sammarinesi.”

Non ci sono molti commenti da aggiungere a una storia così.

C’è solo da chiedersi come sia possibile che un ospite, un amico, senta il dovere di onorare una tradizione che troppi tra noi hanno smesso di sentire propria. Non è un fenomeno che riguarda solo San Marino, certo. Ma qui, in un paese piccolo, dove ogni gesto pesa e ogni assenza si vede, la disaffezione ai simboli è più visibile che altrove — e forse anche più grave, perché San Marino è sempre stata, nella sua storia, un paese che ha resistito proprio grazie all’attaccamento dei suoi cittadini alle proprie istituzioni, prima ancora che alle proprie mura.

Non lo diciamo noi soltanto. Lo ha riconosciuto anche chi, di Stati e di libertà, se ne intendeva. Nel 1861 Abraham Lincoln, rispondendo alla cittadinanza onoraria che i Capitani Reggenti gli avevano conferito, scrisse ai sammarinesi parole che oggi sono incise nella pietra del Palazzo Pubblico: “Benché il vostro dominio sia piccolo, nondimeno il vostro Stato è uno dei più onorati di tutta la storia.” Lo scriveva il presidente della più giovane e potente democrazia del mondo a proposito della più antica repubblica ancora esistente. Non per la sua estensione, ma per la tenacia con cui i suoi cittadini l’avevano tenuta in vita, secolo dopo secolo, spesso senza eserciti, con la sola forza della propria volontà di restare liberi. Ecco, quella volontà è la bandiera: non il pezzo di stoffa, ma quello che rappresenta.

Non vogliamo processare nessuno, e tantomeno vogliamo che queste righe suonino come un’accusa verso chi arriva da fuori — anzi, come dimostra la storia che vi abbiamo raccontato, spesso sono proprio gli “ospiti” a insegnarci il rispetto per ciò che è nostro. Vogliamo solo dire una cosa semplice, a nome di una redazione fatta di amici sammarinesi e italiani, uniti dallo stesso amore per questo paese: non perdete le usanze. Non fatelo per orgoglio, non fatelo per nostalgia. Fatelo perché un paese che smette di riconoscersi nei propri simboli, prima o poi smette di riconoscersi anche nelle proprie istituzioni, nelle proprie leggi, nella propria voglia di restare unito.

Il 3 settembre dell’anno prossimo, proviamo a fare una cosa semplice. Tiriamo fuori la bandiera.

Non è tutto, ma è un inizio.