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Intelligenza artificiale, dal Meeting l’allarme: “Il limite dell’uomo è una risorsa”

Il limite umano non come debolezza da superare, ma come elemento che distingue l’uomo dalla macchina e ne definisce capacità, creatività e dignità. È stato questo uno dei temi al centro dell’incontro “Parole, macchine, cervelli: riconoscere ciò che è umano per difenderlo”, andato in scena il 23 agosto al Meeting di Rimini.

A confrontarsi sono stati Paolo Benanti, francescano e docente di Etica della tecnologia alla Luiss Guido Carli, e il linguista Andrea Moro, della Scuola Normale Superiore di Pisa e dello Iuss di Pavia, rispondendo alle domande del vicedirettore della Fondazione Meeting Marco Aluigi.

Al centro dell’incontro il rapporto sempre più stretto tra essere umano e intelligenza artificiale e, soprattutto, la necessità di comprendere cosa distingua effettivamente il funzionamento della mente dai sistemi artificiali. Il rischio indicato nel corso del confronto è infatti quello di confondere la capacità di calcolo con il pensiero e attribuire alle macchine caratteristiche propriamente umane.

Uno degli esempi proposti riguarda il linguaggio. Un bambino, è stato ricordato durante l’incontro, riesce ad apprenderlo nei primi anni di vita attraverso una quantità di parole enormemente inferiore rispetto a quella necessaria per addestrare un sistema di intelligenza artificiale. Il limite biologico dell’essere umano diventerebbe così una risorsa, perché permette di selezionare, interpretare e costruire significati.

Le macchine sono energivore perché non hanno i limiti che invece l’uomo ha”, ha osservato Moro, affrontando anche il tema dell’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale e della grande quantità di energia e acqua necessaria per alimentare e raffreddare le infrastrutture informatiche.

Lo stesso principio, secondo il linguista, può essere applicato alla vista. La retina umana permette di distinguere gli oggetti proprio perché percepisce solamente una parte delle onde luminose: poterle intercettare tutte, è stato spiegato, non rappresenterebbe necessariamente un vantaggio. Riconoscere il valore del limite diventa quindi una delle chiavi per comprendere ciò che caratterizza l’essere umano.

Il confronto si è poi spostato sul rapporto tra tecnologia ed educazione. Benanti ha utilizzato il paragone con il cibo ultraprocessato per descrivere il rischio di un linguaggio prodotto dalle macchine capace di risultare fluido e immediatamente fruibile, ma non necessariamente in grado di generare conoscenza in chi lo utilizza.

Da qui il concetto di “educazione ultra-processata”: un percorso nel quale vengono progressivamente eliminati gli ostacoli e la fatica necessari all’apprendimento. Consultare un vocabolario, essere corretti da un insegnante o confrontarsi con un problema che non trova immediatamente soluzione sono stati indicati come esempi di quell’“attrito” che può invece avere un valore formativo.

La questione diventa quindi anche educativa: che cosa accade se si delega all’intelligenza artificiale la produzione dei testi senza attraversare il processo necessario per imparare a scriverli e comprenderli?

Moro ha affrontato anche il tema della coscienza e della dignità della persona, sottolineando la distanza tra una macchina e la complessità dell’esperienza umana. Il valore della persona, è stato osservato nel corso dell’incontro, non può essere legato esclusivamente alla prestazione o alla capacità di risolvere problemi. Da qui la domanda posta dal linguista: “Che problema risolve una poesia?”.

Nel confronto è stata inoltre richiamata la necessità di distinguere tra innovazione e sviluppo. Non tutto ciò che rende un processo più rapido o efficiente produce automaticamente un miglioramento per la società. Benanti ha definito invece lo sviluppo come “quella forma di innovazione che contribuisce al bene comune”.

Il punto, nelle conclusioni dell’incontro, non è dunque stabilire soltanto fino a dove potranno arrivare le capacità delle macchine, ma interrogarsi sulle scelte compiute dagli esseri umani nell’utilizzarle. Una questione riassunta nella domanda lasciata al pubblico: “Quanto siamo capaci noi a restare umani?”