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Attualità

Giochi del Titano, ecco l’inchiesta madre: dalle fatture di Ravenna alla pista delle slot

Prima le fatture. Poi i bonifici, i contanti e la pista che porta alle slot di San Marino. L’inchiesta sulla Giochi del Titano parte da Ravenna, da controlli fiscali che hanno spinto la guardia di finanza a seguire documenti e denaro ben oltre i confini della provincia. È questo il punto di partenza del filone poi arrivato alla società pubblica che gestisce la sala da gioco di Rovereta, al centro degli accertamenti su un presunto riciclaggio da quasi 7,5 milioni di euro.

L’indagine madre ruota attorno a fatture ritenute false e a un presunto sistema di fornitura illecita di manodopera. In questa tranche gli indagati sono 17: sedici persone e una società. Dieci risiedono a Ravenna, uno a Bagnacavallo. A coordinare gli accertamenti è il pubblico ministero Raffaele Belvederi, che ha disposto perquisizioni e sequestri di documenti in diverse città italiane sulla base dell’informativa depositata dalle Fiamme gialle il 17 luglio.

Al centro della ricostruzione c’è la Secom Service srl, con sede operativa a Ravenna e sede legale a Rimini. Secondo l’accusa, il sistema avrebbe retto grazie agli accordi tra i vertici aziendali, una famiglia ravennate, e i soggetti che fornivano i lavoratori. Tra le persone coinvolte figurano anche un commercialista leccese e una consulente del lavoro tarantina.

Uno dei passaggi sotto esame riguarda la Deepsea srl. La società avrebbe assunto formalmente diversi lavoratori prima alle dipendenze della Secom, per poi mandarli a lavorare di nuovo per quest’ultima. Cambiava il datore di lavoro sulla carta, ma la manodopera tornava alla stessa azienda: un meccanismo che, per la procura, avrebbe costituito una somministrazione illecita.

Seguendo le fatture, gli investigatori avrebbero individuato anche un canale attraverso cui far passare i proventi illeciti. Nel quadro compare la Geo Impianti, indicata dall’accusa come una delle “cartiere” create più di recente. Il termine descrive società che, nella ricostruzione investigativa, sarebbero servite a produrre fatture senza le corrispondenti operazioni reali.

Il circuito avrebbe contato otto cartiere di secondo livello, riconducibili a tre indagati campani: un ulteriore passaggio societario attraverso cui far transitare fatture e denaro.

Ora la procura cerca altre carte per ricostruire il funzionamento del sistema. Vuole chiarire i rapporti tra gli indagati, misurare gli importi fatturati, contare le ore dei lavoratori che sarebbero stati forniti illecitamente e quantificare i profitti. Per le cartiere, gli accertamenti puntano anche a individuare da dove venissero impartiti gli ordini dei bonifici e dove fossero materialmente emesse le fatture.

Le perquisizioni riguardano le sedi di 22 società, in gran parte a Ravenna, ma anche immobili, veicoli e dispositivi elettronici. Tra i luoghi indicati per le ricerche compare inoltre quello riferibile a una donna non indagata, legata a uno degli indagati ravennati.

Il collegamento con San Marino passa dalla Bergamasca. Secondo gli accertamenti del nucleo di polizia economico-finanziaria, l’imprenditore ravennate al centro dell’indagine avrebbe gestito nel tempo diverse società, utilizzate per licenziare e riassumere manodopera in base alle esigenze operative. In questo contesto si sarebbe rivolto anche a un gruppo di origine albanese attivo nella zona di Bergamo.

Il servizio ipotizzato dagli inquirenti era trasformare i bonifici in contanti. Il denaro sarebbe passato attraverso più società fittizie, con trasferimenti a cascata, per poi essere restituito in banconote. Nel complesso, il giro delle cartiere descritto nell’indagine avrebbe superato i 100 milioni di euro.

È lungo questa pista che gli accertamenti sono arrivati sul Titano. Nel filone sammarinese, secondo la ricostruzione investigativa riportata da PressGiochi, un imprenditore avrebbe recuperato a Ciserano, in provincia di Bergamo, contanti corrispondenti a bonifici effettuati per fatture considerate false. Le somme sarebbero state poi trasferite a San Marino, giocate alle slot e convertite in assegni della Giochi del Titano emessi come vincite, da versare in banca.

Il sospetto è che il gioco servisse a dare al denaro una provenienza apparentemente regolare. Nell’ipotesi dell’accusa, la quota persa alle slot sarebbe stata il costo dell’operazione: il resto sarebbe rientrato sotto forma di vincite documentate. La percentuale restituita dalle macchine è però un dato statistico, non una vincita garantita a ogni giocata. Gli accertamenti tecnici sulle dieci slot sequestrate dovranno verificare anche eventuali alterazioni dei sistemi di gioco.

Da una parte, quindi, l’indagine italiana sulle fatture e sulla manodopera. Dall’altra, il successivo filone sul possibile riciclaggio attraverso la sala sammarinese, che riguarda sette persone e operazioni per quasi 7,5 milioni tra il 2019 e il 2026. Sono cifre riferite a perimetri diversi: gli oltre 100 milioni del circuito delle cartiere non equivalgono al denaro che sarebbe passato dalla Giochi del Titano. Il collegamento tra i due filoni è il percorso dei soldi, che gli investigatori stanno ricostruendo dalle fatture fino agli assegni per le vincite. Le responsabilità restano da accertare.