A cura di Gerardo Giovagnoli (PSD)
Una serie di circostanze, mai avvenute prima nella Repubblica di San Marino – come in molti altri paesi europei, impongono una serie di analisi e interrogativi, alcuni dei quali pressanti e scomodi.
Il dato di partenza è la condizione demografica: la popolazione residente sammarinese cresce molto più lentamente di un ventennio fa, in particolare quella dei cittadini residenti, favorita per lo più dagli italiani residenti.

Questo capita in funzione del vero discrimine, il crollo delle nascite: esse sono passate da 316 del 2018, il picco raggiunto, dopo una lunga stagione di crescita, a 130 del 2024.

Anche eliminando questi due dati estremi la linea di tendenza è chiara e fortemente in ribasso. A questo è necessario aggiungere il contraltare dell’allungamento della vita media. L’esito è facilmente intuibile: l’età media della popolazione aumenta come mai prima.
Dati di fatto inediti
Probabilmente in tutta la storia della Repubblica, mai infatti tutte queste condizioni si sono potute porre tutte assieme: l’avanzamento dell’aspettativa di vita, normalmente frutto di migliori condizioni economico-sanitarie, era accompagnato anche da aumento delle nascite o quantomeno non da una stagnazione.
Il non avanzamento del numero dei residenti con ogni probabilità dipendeva da un aumento dei morti per anno, non dalla diminuzione delle nascite, o per fenomeni di emigrazione.
Mai il tasso di fertilità è stato così basso.
Non sono considerazioni aliene ad altri contesti dell’Europa occidentale: d’altronde l’Italia, nel quale contesto viviamo, è uno tra i paesi più anziani al mondo e con un paragonabile crollo di nascite.
È curioso notare come, al contrario, piccoli paesi con i quali di solito ci confrontiamo, non attraversano la stessa traiettoria demografica: Monaco e Liechtenstein sono cresciuti del 10% circa negli ultimi 10 anni e del 20% circa negli ultimi 20 anni, addirittura Malta è aumentata di popolazione di oltre il 35 negli ultimi 10 anni e di circa il 45% in 20 anni, mentre Andorra ha toccato il picco al 2009 (dopo essere cresciuta di oltre il 60% nei precedenti 20 anni), poi la crisi ha indotto molti residenti ad andarsene, abbattendo il numero di residenti del 9% circa, per poi tornare solo ora al livello pre-crisi.


Quanto sarà condizionato il nostro modello sociale da queste dinamiche?
In permanenza di una situazione di stagnazione delle nascite e di allungamento della vita media, come saranno sostenute le pensioni? Chiaramente questo dipende, in primis, dal rapporto tra il numero di lavoratori e quello di pensionati e subito un dato salta all’occhio: da molti anni i pensionati aumentano percentualmente più dei lavoratori e in alcuni degli ultimi anni anche l’aumento dei pensionati è maggiore a quello dei lavoratori. (https://sanmarinofixing.com/2025/12/03/i-pensionati-aumentano-piu-dei-lavoratori/).
Quel rapporto, a lungo di valore 4, ora è arrivato a meno di 2, rendendo insostenibile il modello attuale.
E questo succede nonostante in 10 anni la disoccupazione in senso stretto sia dimezzata. In effetti, considerando che la disoccupazione sammarinese è molto bassa (tasso di disoccupazione stretta tra il 2% ed il 3%) ed anche ipotizzando di recuperare i sammarinesi che decidono di lavorare fuori Repubblica (il ché è comunque un problema da risolvere, soprattutto perché sono persone formate di cui necessitiamo), non rimane che aumentare i posti di lavoro per i frontalieri? (escludendo in questa sede le analisi su una riforma restrittiva delle pensioni, rispetto all’aumento della contribuzione, all’età pensionabile ed al tasso di sostituzione delle pensioni).
Sarebbe una soluzione meno complicata e più veloce di quella di aumentare il numero delle nascite, sebbene non si può ignorare che un discorso a parte debba essere fatto proprio per tamponare quel problema,
Anche in questo caso può essere utile dare uno sguardo ai piccoli paesi. Questo perché, accomunati, come noi, da un alto livello numerico di frontalieri: siamo arrivati a circa 9000, su un totale di circa 23.500, ovvero il 38% (non contando gli indipendenti, stabilmente in lieve diminuzione ed ora sui 1500). Anzi, bisogna ammettere che la percentuale di frontalieri sammarinesi impallidisce di fronte a quello dei paesi già citati: Per esempio a Monaco, ogni giorno, oltre 50.000 pendolari entrano nel Principato dalle vicine città della Francia e dell’Italia per lavorare nei settori del turismo, del commercio e dell’edilizia. 50.000 pendolari su 39.000 residenti circa (e meno di 10,000 cittadini), che rappresentano l’85% della forza lavoro complessiva.
Diversi osservatori ritengono che per sostenere il modello monegasco nel prossimo futuro, serviranno altri 15-20.000 pendolari.
Anche il Liechtenstein impiega molti più frontalieri di noi, giacché più del 57% della forza lavoro attiva nel Principato risiede oltre il confine, in Svizzera o in Austria, e fa il pendolare ogni giorno senza pesare sulle infrastrutture demografiche interne. Circa 25.000 lavoratori.
Per Malta, come già visto, essendo un’isola, hanno fatto la scelta di concedere la residenza ai tanti nuovi lavoratori, circa 160.000 in 10 anni (su un totale ad oggi di circa 600.000 residenti).
Andorra, di nuovo, rappresenta un caso a sé, avendo “solo” il 20% di forza lavoro dato dai frontalieri, un fenomeno comunque in forte aumento vista la convenienza dell’impiego nel Principato ma la grande problematica degli alloggi, che favoriscono la permanenza della residenza spagnola, per lo più in Catalogna.
Sicuramente l’entrata in vigore dell’Accordo di associazione rappresenta il cambiamento più efficace per attrarre nuove imprese e quindi lavoro. L’accesso al Mercato unico infatti si porta dietro una serie molto lunga di opportunità, su cui già abbiamo discusso molto in Consiglio, in Commissione Mista, nel Paese.
Considerando, come già descritto, la bassa disoccupazione, i nuovi posti di lavoro dovranno essere occupati da persone non già residenti e si pone anche qui una domanda: quanto è ancora capiente il bacino del circondario da cui andare ad attrarre lavoratori? Le condizioni economiche relative alle doppie imposizioni sono ancora così vantaggiose? Oppure dovremo garantire maggiori residenze per eliminare alla radice il problema?
Il (non) ruolo dell’Accordo di associazione
A tal proposito merita una chiara smentita l’illazione, del tutto infondata, che l’Accordo di Associazione provocherebbe la venuta di orde di genti.
Non è così, in primis, perché l’Accordo (e le relative libertà di circolazione di cui finalmente godremo a pieno la portata) vale per i cittadini o residenti Europei, non per il resto del mondo.
No Africa, no Asia, no Americhe, né Oceania.
Inoltre l’”Accordo settoriale” che abbiamo negoziato con l’UE prevede una serie di quote, molto restrittive, anche per i cittadini europei.
Nel merito, il regime delle quote è stabilito su 3 classi di permessi definiti nell’Allegato VIII, di cui, qui di seguito, ripropongo un estratto del testo:
- Permessi di soggiorno di lunga durata
Il numero di nuovi permessi di soggiorno per periodi superiori a dodici mesi a disposizione ogni anno dei cittadini degli Stati membri dell’UE che esercitano un’attività economica a San Marino è stabilito in modo tale che l’aumento annuo netto del numero di tali cittadini economicamente attivi soggiornanti a San Marino non sia inferiore al 3 % del loro numero rispetto al 1º gennaio dell’anno precedente.
- Permessi di soggiorno di breve durata
Le autorità di San Marino rilasciano permessi di soggiorno della durata di dodici mesi o inferiore ai cittadini di Stati membri dell’UE che esercitano un’attività economica. I cittadini degli stati membri dell’UE in possesso di un permesso di soggiorno di breve durata e che esercitano un’attività economica devo essere inseriti nel contingente di cui al paragrafo 1.
- Diritto di soggiorno delle persone che non esercitano un’attività economica
Un contingente supplementare pari all’1 % del contingente di base di cui al punto 1 è riservato a cittadini degli Stati membri dell’UE che intendono stabilirsi a San Marino.
Le percentuali indicate, applicate ad i numeri attuali, forniscono delle cifre inferiori a quelle delle concessioni di residenze che già attualmente vengono concesse, attestabili nel centinaio per i punti 1 e 2.
Non sarà quindi l’Accordo, o l’UE, a fornire imposizioni, semmai potrebbe essere il suo effetto sperato, quello di un forte sviluppo economico, a creare la richiesta di maggiori residenze.
Senza dubbio la residenza rappresenta una concessione molto più allettante per lo straniero, ma anche molto più incidente per lo Stato: l’assistenza socio-sanitaria e le condizioni pensionistiche del residente costano di più di quelle del frontaliere.
Lo vediamo già ora con il sistema di concessione delle residenze elettive, atipiche o per pensionati che: un assetto che anche alla luce dell’Accordo di associazione sarebbe bene rivedere da capo.
I residenti non Europei
A questo punto è di nuovo utile, compulsare i dati sull’andamento dei residenti non provenienti dall’Unione Europea: Andorra ha raddoppiato il loro numero in 15 anni, raggiungendo i 6900 circa, ovvero l’8% circa della popolazione, per il Liechtenstein il raddoppio è avvenuto in un periodo molto più lungo, di circa 40 anni ed ora gli extra-UE sono circa il 4% della popolazione, per Malta la situazione è molto più radicale, visto che il raddoppio è avvenuto in soli 3 anni, ed andando indietro di 3 ancora viene dimezzato di nuovo, ed ora gli oltre 140.000 residenti non UE rappresentano circa il 25% del totale, mentre Monaco li ha raddoppiati in circa 20 anni ed ora rappresentano circa il 12%.

A San Marino, anche tenendo conto di tutti i residenti di nazionalità non sammarinesi e non italiana, quindi non solo gli europei, il loro numero rappresenta meno del 2,5% ed è raddoppiato in oltre 20 anni.
Anche in questo caso siamo il Paese più stabile: non cresciamo velocemente come residenti sammarinesi e nemmeno come residenti extra-UE.
Una (non) conclusione
Questa serie di considerazioni chiaramente non è esaustiva, né portatrice di soluzioni ai problemi segnalati. Esse spero possano piuttosto servire per aprire una discussione, che si fa impellente, sul come impostare un nuovo equilibrio sociale ed economico nel momento in cui la demografia del Paese pare non sorreggere più un sistema di sicurezza sociale come lo abbiamo vissuto per una trentina d’anni.
Tenuto fermo il principio di universalità dei servizi e delle pensioni, sia sostenibili che dignitose, ritengo sia giunto il momento di guardare in faccia i dati e ragionare con calma ma anche con assoluto realismo a quale siano le direttive da seguire, soprattutto in considerazione delle grandi evoluzioni che porterà l’Accordo di associazione.
PS: I dati sulle statistiche sammarinesi sono stati forniti dai gentilissimi professionisti dell’Ufficio Statistica, che ringrazio molto per le elaborazioni effettuate su mia richiesta. Quelli relativi agli altri piccoli stati sono provenienti da fonti pubbliche ufficiali e graficati con l’IA.
