Il campione paralimpico si è spento la sera del 1° maggio, all’età di 59 anni. Una vita scandita da tre incidenti devastanti e da altrettante rinascite, che hanno fatto di lui il simbolo più puro del paralimpismo italiano e di una grammatica della speranza che non scadeva mai nella retorica.
Aveva 59 anni, ne avrebbe compiuti 60 il prossimo 23 ottobre. Alessandro “Alex” Zanardi si è spento serenamente nella serata del 1° maggio, circondato dalla moglie Daniela e dal figlio Niccolò — l’annuncio è arrivato ieri mattina dalla famiglia, con la richiesta di riservatezza per le esequie e per il dolore privato.
La sua biografia sportiva è arcinota e bastano poche righe per ricordarla. Bolognese del 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, debutta in Formula 1 nel 1991 con la Jordan, gareggia poi per Minardi, Lotus e Williams. Si trasferisce negli Stati Uniti per il campionato Champ Car. Il 15 settembre 2001, sul circuito tedesco del Lausitzring, un incidente devastante: la sua monoposto, ferma sulla pista, viene centrata a oltre 300 chilometri orari. Le gambe vengono amputate sul colpo. Sopravvive con un litro di sangue in corpo. Alle Paralimpiadi di Londra 2012 e Rio 2016 vince quattro ori e due argenti nel paraciclismo. Nel 2020, durante una gara benefica in handbike sulla Statale 146 a Pienza, un altro scontro con un camion lo riporta in coma. Da allora la sua vita si era ritirata negli affetti familiari.
Cosa resta, oltre i record
Ricordare Zanardi solo per i risultati sarebbe però riduttivo, ed è una delle ragioni per cui in queste ore la sua scomparsa sta provocando un’eco emotiva che attraversa l’Italia molto al di là del perimetro sportivo. Zanardi è stato il volto pubblico di un’idea — la “teoria dei cinque secondi in più”, come l’aveva chiamata lui — secondo la quale ogni momento difficile può essere ribaltato se ci si concede il tempo di guardarlo da una prospettiva diversa. Era un’idea raccontata con leggerezza, autoironia e quel sorriso contagioso che oggi tornano in tutti i necrologi.
Non era retorica e non era buonismo. Era il modo in cui un uomo sopravvissuto a tre tragedie aveva trovato la forma per restituire al mondo un pezzo di se stesso. E in un Paese che nel paralimpismo ha trovato negli ultimi anni una delle proprie identità sportive più forti, il suo ruolo di tutor — pubblico e privato, dichiarato e nascosto — verso una generazione di atleti come Bebe Vio è probabilmente il lascito più duraturo.
Anche San Marino lo ricorda
Anche dal Titano arrivano i messaggi di cordoglio. Lo sport sammarinese, particolarmente attivo sul fronte paralimpico negli ultimi anni con il Comitato Olimpico Nazionale Sammarinese e con eventi come “Atletica X Tutti”, ha riconosciuto in Zanardi una figura di riferimento. Le storie di forza che attraversano le frontiere non hanno bisogno di passaporto, e la lezione di Alex — quella di trasformare il limite in opportunità, come lo stesso Ministro Abodi ha ricordato in queste ore — è stata patrimonio comune dell’intero movimento sportivo italo-sammarinese.
Resta, oltre i record e oltre le medaglie, il sorriso. Quello che, come hanno scritto in molti oggi, “chiunque lo abbia visto anche una sola volta non potrà mai dimenticare”.





