C’è una frase, nell’intervista che David McCloskey ha concesso a Gigi Paoli, che merita di essere presa sul serio più di quanto il tono da bestseller lasci intendere.
L’ex analista della CIA, oggi autore di romanzi di spionaggio tradotti in mezzo mondo, dice che le guerre ibride in Europa «sono una minaccia reale».
Non è l’iperbole di uno scrittore in cerca di trama. È la descrizione di ciò che, settimana dopo settimana, sta accadendo nelle nostre città, nei nostri aeroporti, perfino nei banchi frigo dei nostri supermercati.
Il punto di partenza dell’analisi di McCloskey è semplice: Mosca non ha bisogno di truppe per colpire l’Europa. Le basta destabilizzare, e per farlo può affidarsi a manovalanza criminale, perché un incendio o un drone si appaltano a poco prezzo.
La sua ricetta per difendersi si riassume in tre verbi: individuare, rendere pubblico, rafforzare la resilienza. Sembrano ovvi. Non lo sono affatto, e i fatti degli ultimi tre mesi lo dimostrano.
Il 7 agosto un attacco con droni all’aeroporto di Lipsia è andato vicino a trasformarsi in un disastro aereo. Berlino, dopo settimane di prudenza, il 1° settembre ha attribuito pubblicamente alla Russia quel tentativo di sabotaggio, e l’Alta rappresentante dell’Unione Kaja Kallas ha parlato senza giri di parole di terrorismo di Stato.
Nei quindici principali aeroporti tedeschi le intrusioni di droni nel primo semestre del 2026 sono state 166, contro le 101 dello stesso periodo dell’anno precedente, e soltanto Francoforte e Monaco dispongono di difese considerate adeguate.
Il 2 settembre, a Monaco, ordigni incendiari hanno colpito due aziende militari fornitrici di Kiev e sono stati arrestati due cittadini bulgari.
In Polonia è stata data alle fiamme una stazione di terra di Starlink da cui dipendevano le comunicazioni dell’esercito ucraino al fronte; nel Baltico una nave da guerra russa ha sparato razzi di avvertimento contro un elicottero militare danese.
Poi ottobre e novembre hanno spostato il bersaglio dalle caserme alla vita quotidiana. L’8 ottobre il sito della Farnesina è finito sotto un attacco DDoS attribuito al gruppo filorusso NoName057(16), contenuto senza disservizi: lo stesso gruppo che nel luglio 2025 l’operazione Eastwood di Europol ed Eurojust aveva duramente colpito, e che si è riorganizzato.
Il mese scorso, in Francia, qualcuno ha preso il controllo degli impianti di refrigerazione di circa settecento supermercati, portando le temperature da ventisette gradi sotto zero a oltre cinquanta.
Il 2 novembre lo stesso schema si è ripetuto in almeno sette Paesi europei e anche in Italia, in punti vendita di Catania e Palermo. Nessuna richiesta di riscatto: per diversi esperti, l’indizio di un sabotaggio.
E da lunedì oltre trenta voli europei sono stati coinvolti in allarmi bomba, finora tutti infondati, con un aereo partito da Roma e diretto a Praga fatto atterrare a Venezia e la procura di Busto Arsizio al lavoro sui casi di Malpensa.
La presidente del Consiglio ha detto che è presto per stabilire se questi episodi siano collegati fra loro. Fa bene a essere prudente. Ma la prudenza nell’attribuzione non può diventare indifferenza davanti allo schema.
Lo schema, del resto, si può misurare. Secondo l’elaborazione condotta da El Orden Mundial sui dati del progetto ACLED, dal febbraio 2022 al 9 ottobre 2026 i governi europei hanno attribuito alla Russia 163 incidenti riconducibili alla guerra ibrida, ai quali se ne aggiungono altri 261 sospetti che seguono lo stesso modello.
I droni ne rappresentano circa la metà, e i mesi più intensi della serie sono stati l’ultimo scorcio del 2025 e il periodo fra agosto e settembre di quest’anno.
Uno studio di GLOBSEC e dell’ICCT ha individuato 131 persone residenti in Europa coinvolte in operazioni cinetiche di questo tipo, almeno 35 delle quali con precedenti penali.
È la conferma empirica dell’intuizione di McCloskey: la manovalanza del sabotaggio si recluta tra i piccoli criminali, si paga in criptovalute, si rende sacrificabile e, soprattutto, difficilmente riconducibile al mandante.
Qui sta il nodo politico. La guerra ibrida vive sotto la soglia: abbastanza grave da ferire, mai abbastanza chiara da far scattare l’articolo 5 del Trattato atlantico.
Costringe i governi a un dilemma permanente fra reagire, rischiando l’escalation, e minimizzare, rischiando l’assuefazione.
Produce un’asimmetria economica quasi grottesca, perché obbliga a scegliere se abbattere con missili costosissimi droni che valgono poche migliaia di euro o tollerarne la presenza.
Ogni singolo episodio è piccolo. È la somma che pesa. E il bersaglio vero non è l’aeroporto né il supermercato: è la fiducia.
La fiducia del cittadino nel fatto che lo Stato sa che cosa sta accadendo, che è disposto a dirlo, che è in grado di proteggerlo.
Non è allarmismo. L’intelligence statunitense, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, ritiene ormai possibile che Putin voglia mettere alla prova l’Alleanza con un’incursione limitata entro il 2029, e il capo dei servizi cechi ha parlato di un rischio misurabile in mesi, non in anni.
Anche McCloskey, nell’intervista, non esclude un allargamento del conflitto. La logica è chiara: se il fronte in Ucraina non si sposta, Mosca prova a spostare le opinioni pubbliche europee.
E San Marino? Sarebbe un errore pensare che le dimensioni ci mettano al riparo. Non siamo membri della NATO e coltiviamo una tradizione di neutralità che rivendichiamo con orgoglio, ma viviamo dentro la stessa rete.
Le nostre infrastrutture digitali, energetiche e logistiche sono intrecciate con quelle italiane; i sistemi bancari, sanitari e della pubblica amministrazione sono esposti agli stessi controller, agli stessi server, agli stessi attacchi a basso costo che hanno svuotato i banchi frigo di Bruxelles e di Catania.
Un attacco che per un ministero italiano si risolve in un disturbo contenuto, per una piccola amministrazione può significare la paralisi.
E nel 2022 la Repubblica scelse di allinearsi alle misure restrittive europee contro Mosca: una scelta giusta, che però ci colloca, agli occhi di chi conduce queste campagne, dalla stessa parte del campo.
La risposta, allora, non può essere né la paura né la scrollata di spalle. Deve essere declinata a misura di uno Stato piccolo.
Significa trattare la sicurezza informatica come una politica pubblica e non come un capitolo tecnico del bilancio, con risorse dedicate, personale formato ed esercitazioni periodiche.
Significa fare del percorso dell’Accordo di associazione con l’Unione europea anche un canale di cooperazione sulla cybersicurezza e sulla protezione delle infrastrutture critiche, perché nessuno si difende da solo, e un microstato meno di chiunque altro.
Significa rafforzare il coordinamento con le autorità italiane competenti, a partire dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.
E significa, soprattutto, trasparenza: comunicare con tempestività gli incidenti, spiegare che cosa è accaduto, non lasciare quel vuoto che la disinformazione è sempre pronta a riempire.
C’è poi un fronte che nessuna agenzia può presidiare da sola, ed è quello dell’informazione. La guerra ibrida si combatte anche nella testa delle persone, nella confusione fra il vero e il verosimile, nella stanchezza che porta a pensare che in fondo nulla sia davvero accertabile.
Un’informazione libera e verificata, capace di distinguere un fatto da un sospetto e un sospetto da una propaganda, è parte della resilienza di una comunità quanto un firewall.
È la ragione per cui un giornale indipendente esiste. Ed è una responsabilità che sentiamo nostra.
Nell’era dell’intelligenza artificiale, ricorda McCloskey, a decidere restano le persone. Vale per chi attacca e per chi si difende.
E se è vero, come sostiene, che la realtà ha ormai superato la fantasia degli scrittori di spionaggio, il compito della politica è uno solo: impedire che superi anche le istituzioni.
