La sentenza di primo grado sul caso Banca CIS, con otto condanne per associazione a delinquere, riapre anche il confronto sulle responsabilità politiche di quegli anni. A intervenire è il movimento RETE, che rivendica le denunce portate avanti in passato e chiede di fare chiarezza sul ruolo di chi, a suo giudizio, avrebbe sostenuto o difeso il sistema di potere finito al centro dell’inchiesta.
“Ci sono sentenze che assumono un significato che va ben oltre le aule di tribunale. Quella pronunciata il 5 novembre 2026 nel processo Banca CIS è una di queste”, si legge nel comunicato del movimento, che ricorda come il Tribunale abbia riconosciuto in primo grado l’esistenza di un’associazione a delinquere, pronunciando otto condanne.
Le pene vanno dai 5 anni e 6 mesi inflitti a Daniele Guidi, ex amministratore delegato di Banca CIS, ai 5 anni e 2 mesi per associazione a delinquere a Francesco Confuorti, la cui pena complessiva arriva a 8 anni per effetto del cumulo giuridico con la condanna per riciclaggio.
Quattro anni per Marino Grandoni, ex azionista di riferimento della banca, e 4 anni e 4 mesi ciascuno per Lorenzo Savorelli, Roberto Moretti, Filippo Siotto e Ugo Granata, tutti con precedenti incarichi in Banca Centrale.
Condannato a 4 anni e 2 mesi anche Alberto Buriani, commissario della Legge sospeso dal servizio.
Per RETE, la decisione del Tribunale rappresenta un passaggio importante anche sul piano politico. “Questa sentenza getta una luce nuova su una stagione politica in cui RETE ha denunciato e contrastato un sistema di potere che oggi trova importanti riscontri nelle decisioni della magistratura”.
Il movimento ripercorre quindi gli anni delle proprie denunce e delle polemiche che ne seguirono. “Quelle battaglie le abbiamo fatte quando era molto più facile voltarsi dall’altra parte.
Quando venivamo derisi, isolati, attaccati e accusati di essere visionari, complottisti, irresponsabili.
Quando Confuorti veniva raccontato come una nostra ossessione e denunciare certi intrecci significava diventare il bersaglio di una campagna di delegittimazione politica e personale”.
RETE sostiene di aver pagato un prezzo politico e giudiziario per quelle posizioni, senza tuttavia aver rinunciato alle proprie battaglie. “RETE ha pagato un prezzo enorme: ha affrontato attacchi e procedimenti giudiziari, ha resistito a tentativi di isolamento e delegittimazione. Eppure non ha arretrato”.
Il punto centrale dell’intervento riguarda però le responsabilità dell’allora governo e della maggioranza. “Resta però una questione che non può essere archiviata insieme alla sentenza: le responsabilità politiche di quel governo e di quella maggioranza che, in quegli anni, hanno avallato, sostenuto o difeso l’operato del gruppo di potere oggi al centro di queste condanne”.
Da qui una serie di interrogativi rivolti alla politica sammarinese.
“Chi ha garantito copertura politica? Chi ha minimizzato le denunce? Chi ha contribuito a delegittimare chi chiedeva chiarezza?
Chi ha preferito difendere certi equilibri anziché interrogarsi su ciò che stava accadendo? Sono domande a cui la politica deve ancora rispondere. Una sentenza non cancella le responsabilità politiche, né restituisce al Paese gli anni perduti, i danni subiti e la fiducia compromessa nelle istituzioni”.
Il movimento precisa di non voler trasformare le condanne in una rivincita personale, ma insiste sulla necessità di ricostruire quanto accaduto. “Oggi non rivendichiamo una vittoria personale né chiediamo vendette.
Abbiamo però il dovere politico e morale di ricordare da che parte stavamo quando scegliere era più difficile: dalla parte del Paese.
Abbiamo pagato un prezzo per non aver accettato che il silenzio diventasse la regola e che chi chiedeva trasparenza fosse trattato come un nemico”.
La richiesta è quella di fare piena luce su quella stagione, senza tralasciare le responsabilità di chi aveva incarichi politici e istituzionali. “Le condanne di oggi non cancellano ciò che abbiamo subìto, ma rendono ancora più importante ricostruire quella stagione senza omissioni né mistificazioni.
La storia non si riscrive delegittimando chi ha avuto il coraggio di denunciare.
E lo Stato di diritto non si difende soltanto a parole: si difende stando dalla parte della legalità, anche quando questo costa consenso, potere e convenienza politica”.
Infine, RETE allarga la propria critica alla situazione attuale, sostenendo che i rapporti tra politica e affari continuino a rappresentare un problema per San Marino. “Purtroppo, però, le dinamiche di potere non sono cambiate: il connubio tra affari e politica è ancora ben presente, così come gli intrallazzi e gli affari sporchi. Temiamo che questa vicenda abbia insegnato poco al nostro Paese”.
