Il Collegio dei Docenti della Scuola Media ha confermato la decisione: all’edizione 2026 di SportinFiera, in programma dal 18 al 20 settembre, andranno solo le classi prime. Restano a casa seconde e terze, circa seicento ragazzi su novecento. Il presidente del CONS Christian Forcellini l’ha definita una sconfitta per la tradizione della manifestazione e ha provato a riaprire il confronto; il Segretario di Stato per l’Istruzione Teodoro Lonfernini ha espresso disappunto senza entrare nel merito. La decisione resta, e le ragioni con cui è stata motivata meritano di essere guardate da vicino, perché sono il punto debole di tutta la faccenda.
La prima motivazione è organizzativa: novecento studenti insieme non permetterebbero di vivere bene la giornata, trecento sì. È un’obiezione legittima e chi gestisce una scuola sa di cosa parla.
Ma è un problema di logistica, non di principio, e i problemi di logistica hanno soluzioni: turni, fasce orarie, giorni diversi.
Tanto più che quest’anno la manifestazione è stata allungata da due a tre giornate proprio per distribuire meglio la partecipazione delle scuole. Lo strumento per far entrare tutti c’era già: è stato costruito quest’anno, e non è stato usato.
La seconda motivazione è quella che non regge affatto. Seconde e terze non ci vanno perché hanno già vissuto l’esperienza e molti di quei ragazzi hanno già fatto le proprie scelte sportive. Chiunque frequenti il mondo delle federazioni sa che è esattamente il contrario.
L’abbandono sportivo non avviene a undici anni: avviene tra i tredici e i quindici, quando arrivano il carico di studio, la noia della routine, il primo confronto con chi è più bravo, il gruppo di amici che fa altro. È in seconda e in terza media che i ragazzi mollano, non in prima.
Escludere dalla giornata di promozione sportiva proprio le classi in cui si molla significa portare la medicina a chi non è malato.
E poi c’è quella frase, “hanno già scelto”, che descrive un mondo che non esiste.
Le scelte fatte a undici anni sono le più fragili che ci siano.
Un ragazzo di quattordici che ha lasciato il calcio e non ha trovato nient’altro è esattamente il destinatario ideale di una fiera dove ci sono trenta federazioni in fila: scherma, tiro con l’arco, bocce, atletica, sport che a undici anni non aveva neanche notato.
Chi ha già scelto e sta bene dov’è ci perde mezza giornata. Chi ha smesso ci trova una seconda possibilità. Il secondo caso, in un Paese di trentaquattromila abitanti, vale molto più del primo.
Perché è questo il punto che a San Marino non si può ignorare: il nostro bacino sportivo è minuscolo.
Le federazioni che a settembre mettono i banchetti in fiera sono le stesse che poi devono costruire squadre nazionali pescando in una popolazione grande come un quartiere di Rimini. Torniamo dai Giochi del Mediterraneo con le medaglie al collo e le fotografie sui giornali, e poi togliamo seicento adolescenti dalla giornata che serve a produrre i prossimi.
Non è una contraddizione grave, ma è una contraddizione, e va detta.
Va detto anche il resto, per onestà. L’autonomia didattica del Collegio dei Docenti esiste ed è giusto che esista: nessuno può imporre a una scuola come organizzare le proprie giornate, e i docenti non sono l’ufficio eventi di nessuno. Il problema non è chi ha deciso, è che ha deciso da solo.
Se una manifestazione viene definita da tutti “evento di sistema”, non può reggersi su una comunicazione che arriva a cose fatte e su un Segretario di Stato che può solo dichiararsi dispiaciuto.
Il “non entro nel merito” è formalmente ineccepibile e sostanzialmente rivela il buco: tra Istruzione, Sport, CONS e federazioni non c’è un tavolo di programmazione, c’è uno scambio di lettere.
La soluzione, per chi la vuole, non è complicata e non costa niente.
Un calendario condiviso a inizio anno scolastico, con le fasce d’età distribuite sui tre giorni, e per seconde e terze un format diverso da quello dei più piccoli: non lo stesso giro tra i gazebo, ma prove vere, incontri con gli atleti che sono appena tornati da Taranto, gli sport che a undici anni nessuno considera. Il tempo per farlo, quest’anno, non c’è più.
Per l’edizione 2027 c’è tutto.
Portare un ragazzo di quattordici anni a vedere trenta sport non è un giorno perso di scuola.
È l’ultimo momento utile per non perderlo.
