Proseguono gli appuntamenti con la rubrica di approfondimento curata da Michele Muratori, capogruppo di Libera, dedicata all’analisi dell’attualità politica, delle principali sfide istituzionali e dei temi di maggiore interesse per la Repubblica di San Marino.
Le chiamano Rose di Sarajevo, ma chiunque abbia camminato lungo quel viale dove si incontrano le storie e le eredità di una città millenaria sa che quei segni rossi impressi sulla pietra non hanno nulla a che vedere con l’eleganza della natura.
Sono le cicatrici lasciate dai colpi di mortaio, esplosioni che hanno lacerato la terra e che i cittadini hanno scelto di colmare con una resina densa, del colore del sangue rappreso. Ogni petalo tracciato su quelle strade segna il punto esatto in cui una vita è stata spezzata mentre cercava un secchio d’acqua, un pezzo di pane al mercato o semplicemente la sopravvivenza. Sono la testimonianza incisa sulla pietra di un incubo durato millequattrocentoventicinque giorni, il marchio indelebile dell’assedio più lungo della storia moderna.
Una violenza rovesciata su una città che era stata il cuore battente e tollerante dei Balcani, un luogo unico in Europa dove moschee, chiese ortodosse, cattedrali cattoliche e antiche sinagoghe sorgevano a pochi metri l’una dall’altra. Soltanto qualche anno prima, nel 1984, la città celebrava l’incontro tra i popoli ospitando le Olimpiadi invernali, mostrando al mondo il volto migliore della convivenza. Neanche un decennio dopo, proprio lungo quelle stesse piste del bob sul monte Trebević, costruite per la festa dello sport, si posizionarono le artiglierie e le trincee dei cecchini, trasformando le curve fatte di cemento armato in un avamposto mortale, puntato direttamente sulla popolazione in basso.
Per chi negli anni Novanta era solo un bambino dall’altra parte dell’Adriatico, quella guerra arrivava ogni sera dentro il televisore del salotto. Guardavamo quelle immagini con lo sguardo pulito dell’infanzia, incapaci di comprendere perché un mare così vicino, lo stesso su cui giocavamo d’estate, separasse la nostra serenità dall’inferno. C’era uno sgomento sottile nel sapere che, a poca distanza in linea d’aria, altri bambini imparavano a distinguere il fischio di un mortaio prima ancora di andare a scuola.
I numeri di quel dramma raccontano una strategia di sterminio calcolata al millimetro. Tra il 1992 e il 1996, sulle strade di Sarajevo è caduta una media di oltre trecento colpi di artiglieria al giorno, con picchi folli di quasi quattromila granate in sole ventiquattro ore. Più di undicimila persone sono morte in città, tra cui milleseicento bambini. A muovere quella macchina da guerra c’era il disegno politico di Slobodan Milošević a Belgrado, eseguito sul campo da Ratko Mladić, comandante supremo dell’Esercito della Repubblica Serbia di Bosnia ed Erzegovina, il generale che ordinava ai suoi uomini di sparare sui quartieri popolari con il solo scopo di piegare la mente dei civili.
L’abisso più profondo di quell’alleanza tra il cinismo strategico di Milošević e la spietatezza operativa del suo generale si è consumato nel luglio del 1995 a Srebrenica, il primo genocidio riconosciuto in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale. Le telecamere dell’epoca ripresero Mladić mentre camminava tra la folla terrorizzata dei profughi. Con un sorriso falso e rassicurante, accarezzava la testa dei bambini bosniaci musulmani, distribuiva caramelle e diceva loro di non aver paura, che non sarebbe successo nulla. Poche ore dopo quei gesti d’ipocrisia, mentre donne e piccoli venivano caricati sugli autobus e deportati, gli uomini e i ragazzi tra i dodici e gli ottant’anni venivano separati dalle famiglie. In poco più di una settimana ne furono giustiziati oltre ottomila, poi gettati con i bulldozer in centinaia di fosse comuni per cancellare le tracce del massacro.
Prima ancora che la giustizia dell’Aja pronunciasse le sue sentenze, una condanna tremenda era già arrivata dentro la casa del generale. Nel marzo del 1994, la figlia Ana, una ragazza di ventitré anni cresciuta nel mito del padre eroe, scoprì la realtà dei massacri durante un viaggio a Mosca. Sopraffatta dal peso insostenibile di quella scoperta, Ana rientrò a Belgrado, prese la pistola Zastava preferita del padre, la stessa con cui lui le aveva insegnato a sparare, e si tolse la vita. Un gesto disperato che fu un grido di ripudio tragico, l’incapacità di sopravvivere alla mostruosità del proprio sangue.
Anni dopo, al Tribunale Penale Internazionale, Mladić si è presentato senza un’ombra di pentimento, sbeffeggiando i giudici e le madri delle vittime. La condanna all’ergastolo per genocidio ha chiuso il conto giudiziario, ma la vera risposta alla sua morsa d’acciaio rimane scritta nella terra di Sarajevo. Negli anni dell’assedio, la salvezza della città non arrivò dai tavoli della diplomazia, ma dal fango. Scavato a mano nel buio, un tunnel lungo ottocento metri passò sotto la pista dell’aeroporto, collegando la città al mondo libero. Alto poco più di un metro e mezzo, attraversato da armi, cibo e feriti, quel passaggio fu la vena giugulare che tenne in vita la capitale e la sua dignità.
Srebrenica, al contrario, ha lasciato un’ombra indelebile anche sull’architettura della sicurezza occidentale. La proclamazione dell’enclave come area protetta dalle Nazioni Unite si rivelò un’illusione drammatica. Il battaglione dei caschi blu olandesi, il Dutchbat III, sottorganizzato, privo di un chiaro mandato d’ingaggio e abbandonato dalla catena di comando senza copertura aerea, assistette passivamente al disarmo della popolazione e alla consegna delle vittime ai carnefici. Un cedimento istituzionale ed etico che, anni dopo, portò alle dimissioni dell’intero governo dei Paesi Bassi e alle storiche sentenze della Corte Suprema olandese sulla responsabilità civile dello Stato.
La vicenda di Ratko Mladić e la parabola del regime di Milošević travalicano le singole figure criminali per diventare una lezione storiografica ed etica sulle derive del nazionalismo etnico. La morte del generale nel buio di una cella all’Aja, avvenuta pochi giorni fa senza un solo cenno di pentimento, chiude l’ultimo capitolo terreno di un uomo che pensava di farsi storia attraverso la violenza. Ma la sua scomparsa ci lascia una lezione precisa e amara. Ci insegna che la giustizia umana, per quanto fondamentale, arriva spesso fuori tempo massimo per sanare i vuoti lasciati dal terrore. Ci ricorda che i mostri della storia non nascono giganti, ma vengono alimentati dal silenzio, dalle complicità politiche e dal cedimento etico delle istituzioni internazionali. Oltre la fine biologica dei carnefici, oltre le macerie e il silenzio dei tribunali, quelle macchie di resina rosse sull’asfalto continuano a parlarci. Le Rose di Sarajevo non sono fiori e non sono pietà, ma il rifiuto ostinato di dimenticare. Restano lì a ricordare al mondo che se i tiranni prima o poi cadono consumati dalle proprie colpe, la dignità di chi è sopravvissuto all’inferno continua a fiorire sulle cicatrici della storia.
