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Attualità

Il contributo casa da 250 euro al mese è una misura giusta che rischia di trasformarsi in uno sconto per chi affitta: senza un tetto ai canoni, quei soldi finiscono al proprietario e il mercato se li riprende in dodici mesi

Il progetto di legge sull’edilizia sociale presentato il 27 agosto dalla Segreteria con delega alla Cooperazione arriva in prima lettura nella sessione consiliare che si apre il 7 settembre, al comma 21.

Prevede l’assegnazione temporanea di alloggi dell’Eccellentissima Camera a chi si trova in comprovato fabbisogno abitativo e, quando alloggi pubblici non ce ne siano, un contributo di 250 euro al mese per dodici mesi rinnovabili, versato direttamente al proprietario, per affitti che non superino i 750 euro.

Requisiti stretti: cittadinanza o cinque anni di residenza effettiva, nessun immobile di proprietà nemmeno all’estero, reddito netto familiare non oltre 16mila euro, 20mila per restare dentro il secondo anno.

È una buona notizia, ed è la prima volta che lo Stato mette nero su bianco che l’emergenza casa esiste. Il problema comincia esattamente lì dove finisce l’articolo di legge.

Perché quel contributo non va all’inquilino: va al proprietario.

Il che, dal punto di vista dei controlli, è sensato — nessuno può spenderlo altrove.

Dal punto di vista del mercato, però, significa che lo Stato entra come pagatore in una trattativa privata, e in un Paese di 34mila abitanti con poche centinaia di immobili in locazione la notizia gira in una settimana.

La domanda che nessuno ha ancora fatto in Aula è semplice: cosa impedisce a un affitto oggi da 550 euro di diventare domani un affitto da 750?

Il tetto dei 750 non è un limite ai canoni, è un limite all’accesso al beneficio.

Fissato quel numero, il mercato ha ricevuto un’indicazione, non un freno.

È il paradosso classico dei sussidi all’affitto, documentato ovunque siano stati introdotti senza contrappesi: una parte del contributo non arriva mai alla famiglia, si scarica sul prezzo. Non serve malafede, basta l’aritmetica di chi affitta.

E il rischio, qui, è duplice: chi rientra nei parametri ottiene un aiuto parzialmente eroso, chi resta appena fuori — e sono molti, con soglie a 16mila euro netti — si ritrova a competere in un mercato appena diventato più caro. Il beneficio a pochi diventa un costo per tutti gli altri.

C’è poi la clausola che meriterebbe il dibattito più serio: le risorse valgono fino a esaurimento del capitolo di spesa, e chi resta escluso può ripresentare domanda l’anno dopo. Tradotto: un diritto che dipende dalla data di protocollo.

Per una misura che si rivolge a chi ha gravi necessità economiche o condizioni fisiche che impongono una sistemazione immediata, la logica dello sportello a esaurimento è la più difficile da spiegare a chi arriva secondo.

Nessuna di queste obiezioni è un motivo per bocciare il provvedimento.

Sono i motivi per cui esiste la prima lettura.

In Aula si può ancora agganciare il contributo a un canone di riferimento e non a un massimale, prevedere che l’importo si applichi solo a contratti già in essere o registrati a un prezzo verificabile, introdurre un monitoraggio dei canoni prima e dopo l’entrata in vigore.

Sono correttivi tecnici, non ideologici, e costano una discussione.

Lo Stato ha deciso di pagare parte dell’affitto ai suoi cittadini più fragili: è una scelta di civiltà.

Resta da decidere se quei tremila euro l’anno finiranno nelle famiglie o nei contratti.

Da qui al 23 settembre c’è tutto il tempo per non scoprirlo troppo tardi.

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