Il 1° settembre i consiglieri Tomaso Rossini, Ilaria Bacciocchi e Maria Donatella Merlini hanno depositato un’interrogazione con quattordici quesiti al Congresso di Stato sul trattamento economico delle figure apicali della Banca Centrale della Repubblica di San Marino e sull’applicazione del tetto di 100mila euro lordi annui stabilito dalla Legge 113 del 2016.
Il punto di partenza è un numero già pubblico: nel bilancio d’esercizio 2025 dell’Istituto compare un costo complessivo di 383.975 euro riferito a due dirigenti, contro i 363.088 dell’esercizio precedente.
Gli stessi firmatari precisano che quella cifra è il costo sostenuto dall’Istituto e può comprendere contributi e oneri a carico del datore di lavoro. Che è esattamente il problema: da un dato aggregato nessuno, nemmeno in buona fede, può stabilire se una legge sia rispettata.
Conviene ricordare da dove viene quel tetto, perché nel frattempo qualcuno sembra averlo dimenticato.
Non da un emendamento notturno: dal referendum del 15 maggio 2016, quando 10.093 cittadini, il 63,63 per cento dei voti validi, chiesero un limite alle retribuzioni pubbliche.
La Legge 113 dello stesso anno lo tradusse in norma, richiamando espressamente anche Banca Centrale e le sue posizioni apicali. Chi oggi domanda se quel limite venga applicato non sta rovistando in casa d’altri: sta chiedendo conto di un voto popolare, che in una Repubblica dovrebbe essere l’atto meno negoziabile di tutti.
E qui vale la pena aggiungere una cosa che a San Marino si è persa per strada.
Le retribuzioni dei dirigenti pubblici, in questo Paese, sono state pubbliche.
La legge organica della pubblica amministrazione prevede la pubblicità dei ruoli — qualifica, anzianità, stipendio annuo lordo e netto — e nel 2012 una testata sammarinese pubblicò quegli elenchi, nome per nome, cifra per cifra.
Non ne seguì alcuna catastrofe: nessuna carriera distrutta, nessun linciaggio, nessuna emorragia di talenti.
Semplicemente si sapeva.
Quattordici anni dopo, per l’istituzione finanziaria più delicata della Repubblica, siamo passati da elenchi leggibili a una voce di bilancio che somma due persone e non consente di distinguerne nessuna.
Chiamarlo progresso richiede una certa disinvoltura.
Sia chiaro cosa non è in discussione.
Nessuno ha bisogno di sapere quanto guadagna il singolo per poterlo additare al bar, e un giornale che trasformasse questa vicenda in una caccia al nome farebbe un danno al Paese e un favore a chi preferisce che non se ne parli affatto.
La domanda non riguarda le persone, riguarda il meccanismo: una norma che nessuno può verificare non è una norma, è un’intenzione. E le intenzioni, in materia di denaro pubblico, hanno una vita media notoriamente breve.
L’interrogazione, del resto, non accusa: pone un bivio, e lo pone onestamente.
Se il tetto risultasse superato senza una deroga espressa, ci sarebbe un problema di rispetto della legge.
Se invece si ritenesse che per certe funzioni servano retribuzioni più alte per attrarre professionalità adeguate — tesi legittima, tanto più con l’Accordo di associazione all’Unione europea che porterà il sistema finanziario sammarinese sotto sguardi assai più esigenti di quelli domestici — allora il problema è un altro: una regola formalmente in vigore e sostanzialmente aggirata dai fatti.
Entrambe le risposte sono difendibili.
Nessuna delle due può essere data in silenzio, perché una scelta uscita da un referendum si cambia davanti al Consiglio e ai cittadini, non nelle pieghe di un prospetto contabile.
C’è poi un dettaglio che vale più di molti comizi. Sempre nel bilancio 2025 figurano 133.136 euro complessivi per gli amministratori e 34.639 euro per i sindaci: chi amministra e chi controlla pesa, sul piano economico, sensibilmente meno di chi è amministrato e controllato.
Non è un illecito e non lo diventa a forza di ripeterlo. È però un assetto che in qualunque manuale di governance ha un nome preciso, e che in un’istituzione di vigilanza meriterebbe almeno una spiegazione.
I tre consiglieri hanno chiesto risposta scritta, corredata di atti e tabelle.
È la forma giusta: nessun teatro d’Aula, nessuna gogna, quattordici domande a cui si risponde con quattordici numeri.
La trasparenza non serve a mettere in difficoltà chi dirige: serve a togliere a chiunque il diritto di sospettare. Il modo più rapido per alimentare le voci su uno stipendio è renderlo impossibile da verificare.
Il modo più rapido per farle finire è pubblicarlo.
