Diciassette leggi in sedici giorni: la sessione di settembre dirà se il Palazzo mette prima la riforma della famiglia che cinquantacinque madri aspettano da mesi o il regolamento che ha scritto per sé.
Il Consiglio Grande e Generale riapre lunedì 7 settembre e chiude mercoledì 23, con una sessione a tappe spalmata su sedici giorni — 7-9, 15-18, 21-23 — diciassette progetti di legge in elenco e l’elezione dei Capitani Reggenti per il semestre 1° ottobre-1° aprile fissata nel pomeriggio del 15, con le candidature già formalizzate e nessun colpo di scena in vista.
Dentro quell’elenco ci sono due dossier che si guardano allo specchio: la riforma della famiglia in seconda lettura, che cinquantacinque madri di bambini nati o attesi nel 2026 chiedono da agosto di approvare subito, e la modifica del regolamento consiliare voluta dalla maggioranza, calendarizzata per venerdì 18 settembre. La prima riguarda il Paese, la seconda riguarda il Palazzo. Sedici giorni per vedere quale delle due arriva prima, e in che condizioni.
C’è un momento, ogni anno, in cui la politica sammarinese si toglie il costume delle vacanze e si accorge di avere ancora addosso, intatti, tutti i problemi che si era illusa di aver lasciato sotto l’ombrellone.
Quest’anno il momento arriva con una puntualità quasi teatrale, e con il consueto contorno: la piccola commedia delle cause tra compagni di partito diventati avversari.
Tocca a Michela Pelliccioni, uscita da Domani – Motus Liberi nel luglio 2025 e rimasta in Aula da indipendente, citata in giudizio dal suo ex partito. Non per aver cambiato idea — sarebbe troppo semplice, e non sarebbe vero: la causa è civile e riguarda l’inadempimento di una clausola statutaria, quella che impone al consigliere uscente di lasciare il seggio, con richiesta di restituzione di gettoni e somme fino a cinquantamila euro.
Il dettaglio che nessun romanziere avrebbe osato: quella clausola fu introdotta nell’assemblea del 2022 alla quale Pelliccioni era presente, e che secondo gli atti votò a favore.
Prima udienza il 24 settembre, il giorno dopo la chiusura dei lavori consiliari. Un epilogo scritto apposta.
Il Palazzo che si occupa di sé stesso è mestiere antico, forse il più antico di tutti. Il problema è quando lo fa mentre qualcun altro aspetta ancora una risposta.
La riforma della famiglia, va detto con precisione, non l’hanno scritta le madri: è un progetto di legge del Governo, licenziato dalla Commissione competente tra aprile e maggio. Le madri hanno solo chiesto che arrivasse in Aula prima che i loro figli imparassero a camminare.
La misura al centro di tutto è l’estensione del congedo di tre mesi all’80% dopo i centocinquanta giorni attuali — oggi prolungare si può, ma con il reddito ridotto al 40%, cioè con una libertà di scelta che esiste solo sulla carta e non nel conto corrente.
La risposta, in parte, è già arrivata ad agosto: la Segreteria competente ha garantito l’approvazione definitiva a settembre e ha chiarito che non ci sarà retroattività in senso proprio, salvo il riconoscimento dell’aspettativa post partum ai fini della progressione di carriera.
Tradotto: beneficerà delle nuove tutele chi avrà i requisiti al momento dell’entrata in vigore. Le altre hanno partorito nell’anno sbagliato.
Il regolamento, invece, la maggioranza l’ha immaginato per sé stessa: funzione redigente alle commissioni permanenti — che discuteranno e voteranno articoli ed emendamenti, lasciando all’Aula il dibattito generale e il voto finale — e contenimento dei tempi di parola. Un’ottima idea, probabilmente.
Le opposizioni la chiamano bavaglio e sostengono che il vero obiettivo sia togliere voce a chi è in minoranza.
A luglio la partita si è già sgonfiata una prima volta: la maggioranza ha accettato di limitare l’intervento a pochi aspetti puntuali entro settembre, rinviando la riforma organica alla Commissione per le riforme istituzionali fino a marzo 2027. Resta il fatto che è la politica a scrivere le regole della propria pazienza, mentre chiede alle cittadine di avere ancora un po’ della loro.
Non c’è nulla di scandaloso in un Palazzo che si occupa di sé stesso.
Il problema è l’ordine con cui lo fa.
Da qui al 23 settembre si vedrà se la politica sammarinese sa distinguere, nelle proprie priorità, tra ciò che interessa il Paese e ciò che interessa soltanto chi lo governa — e se il calendario, per una volta, dirà quello che i comunicati non dicono.
La storia di solito risponde con un certo ritardo. Questa sessione promette di rispondere entro sedici giorni.
