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Attualità

Il referendum islandese l’ha ribaltato anche la disinformazione, con un esercito europeo che non esiste: a San Marino costerebbe molto meno

A marzo un sondaggio Gallup dava il 57% degli islandesi favorevole a riaprire i negoziati con l’Unione europea e circa il 30% contrario. Il 29 agosto ha vinto il No con il 52,8% contro il 47,2%.

In cinque mesi si sono spostati quasi trenta punti, e Repubblica racconta oggi cosa ha riempito quello spazio: accanto a ragioni economiche serie e alla difesa della sovranità sulle risorse, un clima intenso di disinformazione, con al centro la convinzione che i giovani islandesi sarebbero stati costretti ad arruolarsi in un esercito comune europeo.

Che non esiste. L’Unione non ha un esercito proprio, non ha coscrizione, non ha alcun potere di leva sui cittadini di nessuno Stato membro.

La difesa resta competenza nazionale e alle missioni europee gli Stati mandano contingenti volontariamente. Eppure il Guardian, raccogliendo le osservazioni degli accademici islandesi, ha registrato una frase diventata slogan: non voglio che mio figlio finisca nell’esercito europeo. Ha circolato soprattutto tra gli elettori meno esposti al dibattito politico, cioè quelli che decidono i referendum tirati.

E qui viene la parte che dovrebbe togliere il sonno a chi fa questo mestiere.

L’Islanda non era sguarnita. La ministra degli Esteri aveva avvertito per mesi del rischio di un “momento Brexit”, parlando apertamente di disinformazione, interferenze straniere e contenuti generati con l’intelligenza artificiale. La polizia ha censito account falsi e siti comparsi dal nulla nelle settimane precedenti al voto. Gli osservatori internazionali avevano segnalato amplificazione artificiale sulle piattaforme. C’è un servizio pubblico solido, ci sono giornali che verificano, l’alfabetizzazione è tra le più alte d’Europa. Con tutto questo, una cosa falsa ha spostato più voti di tutte le cose vere messe insieme.

Il fronte del No, va detto, era anche molto meglio finanziato, e quel vantaggio si è visto interamente nel digitale. Non è una nota a margine: è il modello di business della disinformazione contemporanea, dove non serve convincere, serve solo saturare.

Adesso guardiamo a casa nostra, perché il referendum islandese qui viene citato da due giorni come se fosse la nostra storia. Non lo è. Ma un pezzo di quella storia lo è eccome.

Nella ricerca dell’Università di San Marino presentata a maggio, su oltre millequattrocento intervistati, il 50,1% non sapeva che con l’Accordo di associazione i sammarinesi non diventano cittadini europei. Metà del Paese. E il dato non l’ha rilanciato il fronte favorevole per fare polemica: l’hanno messo in evidenza i Capifamiglia, cioè chi l’Accordo lo contesta. Su quel punto avevano perfettamente ragione.

Nello stesso Paese si continua a discutere se “entrare in Europa” convenga o meno.

Non è mai stato sul tavolo. Nel 2012 la Commissione europea scartò l’adesione dei microstati osservando che le istituzioni dell’Unione non sono adattate a Paesi di queste dimensioni, e da lì nacque il mandato per un accordo di associazione. Il documento informativo della nostra Segreteria Esteri lo scrive in maiuscolo: associazione e non adesione. Chi oggi dice no all’ingresso di San Marino nell’Unione europea sta votando contro una cosa che nessuno gli ha proposto, e lo fa con la stessa convinzione con cui un padre islandese difendeva il figlio da una leva che non esiste.

Ecco: l’avversario di un giornale non è la tesi opposta. È il fatto falso, e la sua forma più elegante, che è l’omissione. Perché per ingannare qualcuno non serve mentire. Basta scegliere con cura cosa raccontare e cosa lasciare fuori, citare il pezzo di verità che serve alla propria tesi e tacere quello che la indebolisce, e poi lasciare che sia il lettore a completare il quadro sbagliato da solo. È più sicuro, è più difficile da contestare, e funziona meglio.

Non lo fanno solo gli account anonimi. Lo fa, spesso, chi l’informazione la fa di mestiere — e questo giornale non ha nessun titolo per chiamarsi fuori, visto che la tentazione di scegliere i fatti comodi è quotidiana e riguarda tutti. La differenza tra un giornale e un volantino sta esattamente lì: un giornale può avere una linea, ma non può avere fatti propri.

Che poi è il motivo per cui vale la pena mettere per iscritto le obiezioni serie all’Accordo, invece di lasciarle a chi le grida male.

Ce ne sono, e stanno nel testo: San Marino diventerà rule taker, dovrà adeguarsi automaticamente all’evoluzione del diritto del mercato interno senza partecipare a scriverlo; la Corte di Giustizia diventa il giudice delle controversie; c’è un sistema di quote sui permessi di soggiorno rivedibile ogni dieci anni; ci sono costi amministrativi e autorità nuove da creare; e l’allineamento alle posizioni europee di politica estera, pur non essendo un obbligo dell’associazione, è già prassi. Su questo si può litigare per anni ed è sano farlo. Chi ha argomenti veri non ha bisogno di quelli falsi.

L’Islanda non ci ha insegnato che il popolo deve poter decidere.

Quello lo sapevamo. Ci ha insegnato che trenta punti si spostano in cinque mesi con una cosa che non è vera, dentro un Paese attrezzato per accorgersene. Qui costerebbe molto meno: poche decine di migliaia di elettori, nessun fact-checking, nessuno che vigili sulle campagne online, un dibattito che vive dentro quattro gruppi Facebook e due pagine Instagram.

Il rischio, se un giorno si voterà, non è che vinca il No. È che vinca qualcuno — chiunque — su un fatto che non era vero.

E che il giorno dopo tocchi a noi spiegarlo, quando ormai non serve più a niente.