Il 6 agosto 1945, alle 8:15 del mattino, la prima bomba atomica della storia cancellò una città e decine di migliaia di vite in pochi secondi. Oggi, mentre Hiroshima si ferma al suono della campana, gli arsenali nucleari tornano a crescere, i trattati sul disarmo si sgretolano e la minaccia atomica è rientrata nel linguaggio quotidiano della politica. Ricordare non è mai stato così poco retorico.
Alle 8:15 del 6 agosto 1945 il bombardiere americano Enola Gay sganciò su Hiroshima “Little Boy”, la prima bomba atomica mai usata contro esseri umani. In un lampo la città cessò di esistere: decine di migliaia di persone morirono all’istante, vaporizzate, schiacciate, bruciate, e entro la fine di quell’anno il conto arrivò a circa 140mila vittime, mentre le radiazioni continuavano a uccidere in silenzio per decenni. Tre giorni dopo toccò a Nagasaki. Sono, a oggi, le uniche due volte in cui l’arma nucleare è stata usata in guerra.
Ottantuno anni dopo, questa mattina, Hiroshima si è fermata come ogni 6 agosto: la campana della pace, il minuto di silenzio alle 8:15, le corone al cenotafio che custodisce i nomi delle vittime, un elenco che continua ad allungarsi anno dopo anno, perché degli effetti di quella bomba si muore ancora oggi. Attorno, i sopravvissuti, gli hibakusha: sono sempre di meno, la loro età media ha superato gli 85 anni, e con loro se ne sta andando l’ultima generazione che può dire “io c’ero”. Non a caso il Nobel per la Pace 2024 è andato proprio a Nihon Hidankyo, la loro organizzazione: un riconoscimento che somigliava a un passaggio di consegne, e a un avvertimento.
Perché la domanda vera, in questo anniversario, non riguarda il passato: riguarda noi. E la risposta è scomoda. Nel mondo restano circa 12mila testate nucleari, e per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda gli arsenali operativi hanno ripreso a crescere, non a diminuire: tutte le potenze atomiche stanno modernizzando i propri sistemi, mentre l’architettura dei trattati sul disarmo, costruita in mezzo secolo di fatica diplomatica, si sgretola pezzo dopo pezzo. La minaccia nucleare, che per decenni era rimasta un tabù confinato negli incubi, è tornata nel linguaggio corrente della politica: evocata a più riprese nella guerra in Ucraina, incombente sul confronto tra Stati Uniti e Iran nato proprio attorno a un programma atomico, agitata come argomento nelle crisi tra potenze. Il mondo che oggi depone corone a Hiroshima è lo stesso che investe in testate cifre record, mentre spiega ai propri cittadini che mancano i soldi per tutto il resto.
Gli hibakusha lo ripetono da ottantuno anni, con una coerenza che dovrebbe far vergognare chi li ascolta solo un giorno all’anno: l’unico modo per garantire che le armi nucleari non vengano mai più usate è che non esistano più. Non è ingenuità, è l’unica conclusione logica tratta da chi ha visto cosa succede quando esistono e vengono usate. Tutto il resto, la deterrenza, l’equilibrio del terrore, la bomba “che garantisce la pace”, è una scommessa che l’umanità rinnova ogni giorno puntando sé stessa come posta.
Ottantuno anni fa una città scoprì in un mattino d’estate cosa significa quando quella scommessa va male. Ricordarlo oggi, mentre il mondo riarma e i testimoni si spengono, non è un rito: è l’ultima forma di autodifesa che ci resta. Perché Hiroshima non è una pagina di storia. È un precedente.
