L’accordo di associazione tra San Marino e Unione Europea sembra ormai cosa fatta, con la firma attesa per settembre. Ma in molti dimenticano sempre che si tratta di un punto di partenza, non di arrivo. L’accordo in sé porterà sicuramente dei benefici, ma niente casca dal cielo: le opportunità vanno individuate, costruite, giocate bene. E tra le tante che si aprono, c’è una che come sammarinesi ci tocca da vicino, perché richiama un tema storico del Paese, rivisitato in chiave moderna: il gioco online.
Facciamo un passo indietro. Dal 1945 al 1957 San Marino fu guidata da una coalizione fra socialisti e comunisti, l’unico caso dell’Europa occidentale: un’anomalia che l’Italia, in piena Guerra Fredda, tollerò a fatica. Per tenere in piedi i conti pubblici sotto un embargo di fatto, quel governo tentò più mosse audaci: introdusse il divorzio quando in Italia era ancora un tabù, e nel 1949 aprì il Kursaal, il suo primo casinò. Turisti, incassi, un piccolo Stato che si ritagliava un pezzo di mercato del gioco. L’Italia non gradì affatto: il governo Scelba impose un blocco doganale ai confini per costringerci a chiuderlo, e nel 1951, dopo appena 17 mesi, San Marino alzò bandiera bianca. Non è un caso che quel governo fosse la radice diretta del PSD di oggi: un esecutivo che aveva osato, controcorrente, ma con audacia.
Come sappiamo, il progetto fallì per colpa dell’Italia. È uno dei tanti esempi in cui non avere accordi internazionali ha significato, per decenni, dipendere da ciò che l’Italia decideva di volta in volta, senza alcuna cornice giuridica a cui appellarci. Con l’accordo di associazione qualcosa cambia: San Marino ottiene certezza del diritto e accesso garantito al mercato unico, non più la totale discrezionalità che permise a Roma di strangolare il Kursaal in poco più di un anno.
Ed è qui che il tema torna attuale, guardando a chi in Europa ha fatto del gioco regolamentato un pilastro industriale: Malta.
Malta è stata il primo Stato membro UE a regolamentare il gioco a distanza, con le Remote Gaming Regulations del 2004. La Malta Gaming Authority oggi opera sotto il Gaming Act del 2018. I numeri parlano chiaro: a fine 2024 risultavano 315 società titolari di 323 licenze; stime più recenti parlano di oltre 500 operatori attivi, pari a più del 10% di tutte le piattaforme di gioco online del mondo. Il settore genera circa 1,39 miliardi di euro di valore aggiunto, quasi il 12% dell’intera economia maltese. Non un dettaglio: un pilastro. Nel 2025 l’MGA ha comunque comminato sanzioni per oltre 2,8 milioni di euro e sospeso quattro licenze, segno di una vigilanza che si è fatta più severa, ma questo non ha scalfito il ruolo di Malta come riferimento del settore in Europa.
E il mercato attorno a Malta non è piccolo. Il gioco online in Europa vale tra i 45 e i 50 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita annua stimata fra il 6% e il 7%. Nel frattempo il gioco illegale, quello senza licenza, vale nella sola UE oltre 90 miliardi di euro, in crescita del 14% sul 2024, con una perdita fiscale stimata in quasi 23 miliardi di euro per gli Stati membri e oltre 6.200 operatori che offrono servizi senza alcuna autorizzazione. La domanda, insomma, c’è comunque: la vera questione è chi la intercetta, con quali regole, e chi ne raccoglie i benefici fiscali ed economici.
Qui però serve onestà, non entusiasmo facile. Il gioco d’azzardo è uno dei pochi settori esplicitamente esclusi dall’armonizzazione europea: non esiste un “passaporto UE” che permetta a un operatore licenziato in un Paese di vendere automaticamente ovunque nell’Unione. Anche oggi, fra Stati membri a pieno titolo, Germania, Francia, Paesi Bassi e Spagna pretendono comunque licenze locali, a prescindere da Malta. Quindi no: l’accordo di associazione non ci regala un mercato già pronto, e sarebbe sbagliato raccontarlo così.
Quello che invece l’accordo può davvero cambiare è il contesto in cui costruiamo la nostra offerta: una reputazione internazionale meno appesantita dallo stigma di giurisdizione non collaborativa, un accesso più semplice a banche e provider di pagamento europei, oggi tallone d’Achille per chiunque voglia operare seriamente da San Marino, e una maggiore affidabilità agli occhi degli operatori internazionali nel considerarci una base credibile. Sono esattamente gli ingredienti che Malta ha saputo sfruttare per vent’anni. Non vedo perché non potremmo prendere una fetta di quel mercato a Malta, o ancora meglio intercettare la domanda che oggi nessuno regola, dato che abbiamo un’agilità ancora maggiore: possiamo scrivere una legge e un impianto regolatorio in mesi, non in anni, cosa che un grande Stato non può permettersi.
Il gioco online, oggi, è solo un esempio tra tanti. Non la ricetta, non la priorità assoluta: un tassello di un mosaico di opportunità che l’accordo apre, ma che non riempie da solo. Ci vorranno leggi, volontà politica, e la pazienza di costruire una reputazione che oggi ancora non abbiamo. È anche la prova, però, che aprirsi, e non chiudersi, è ciò che porta nuove entrate a San Marino. A differenza del passato, il controllo diretto dell’Italia sulle nostre scelte pesa sempre meno: provi pure, Roma, a mettere le frontiere online. Sta a noi, quindi, continuare a lavorare con la stessa serietà con cui abbiamo portato a casa l’accordo, per trarne davvero il meglio.
Nicholas Perpiglia
