Bastano tre secondi di un vocale WhatsApp per copiare la voce di un figlio con l’intelligenza artificiale. A Roma una banda ha raccolto oltre 900.000 euro così, quasi tutti da anziani. Nessuna tecnologia può proteggervi: una vecchia abitudine sì — riattaccare e richiamare al numero di sempre.
Il telefono squilla. Una madre risponde e sente la voce della figlia, in lacrime: «Mamma, ho avuto un incidente». Poi la linea passa a un uomo che si presenta come avvocato: c’è bisogno di soldi, subito, per sistemare le cose. Nel giro di poche ore la signora — 84 anni, provincia di Treviso — consegna trentamila euro e l’oro di famiglia a uno sconosciuto passato a ritirarli a domicilio.
La figlia stava benissimo. Non aveva avuto nessun incidente. E soprattutto: non aveva mai fatto quella telefonata. La voce che la madre ha riconosciuto — sua figlia, la voce che conosceva da cinquant’anni — era stata fabbricata al computer con l’intelligenza artificiale.
Fermatevi un secondo su questo punto, perché è qui che cambia tutto. Per tutta la vita ci hanno insegnato a diffidare degli sconosciuti. Nessuno ci ha mai preparato a diffidare della voce dei nostri figli.
Non è un caso isolato e non è fantascienza. A Roma, pochi mesi fa, i Carabinieri hanno denunciato 44 persone per una serie di truffe telefoniche costruite proprio così: numeri di telefono falsificati per sembrare quelli della banca o delle forze dell’ordine, e voci di parenti ricreate con l’intelligenza artificiale. Bottino: oltre 900.000 euro tra contanti, oro e gioielli, raccolti in pochi mesi, quasi tutti da persone anziane. E le truffe agli over 65, in Italia, sono decine di migliaia ogni anno, in crescita costante.
«Ma come fanno ad avere la voce di mio figlio?» È la domanda giusta, e la risposta è la parte che fa più impressione: gliela abbiamo data noi. Secondo un rapporto della società di sicurezza McAfee, bastano circa tre secondi di audio per ottenere un clone somigliante di una voce. Tre secondi. Un vocale WhatsApp girato nel gruppo di famiglia. Un video degli auguri alla festa di compleanno. Un filmato su Facebook. Perfino una telefonata muta — quelle in cui rispondete «pronto? pronto?» e nessuno parla — a volte serve solo a registrare quel «pronto». La materia prima per clonarci la voce è sparsa dappertutto, e non possiamo più ritirarla.
E adesso il motivo per cui questo articolo esce su un giornale sammarinese e non altrove. Chi segue questa serie ricorderà la frase che abbiamo provato a pensionare qualche settimana fa: «tanto a noi chi vuoi che ci pensi». Ecco, per questa truffa vale al contrario e al quadrato. San Marino è il posto ideale per il trucco della voce: siamo una comunità dove la fiducia è di casa, dove alla voce di un familiare non si chiede il documento, e dove — parliamoci chiaro — di nonni con qualche risparmio da parte ce ne sono parecchi. I truffatori non guardano la cartina per compassione. La guardano per lavoro.
Ora, la parte importante. Contro questa truffa non esiste una protezione tecnologica: nessun antivirus vi avvisa che la voce dall’altra parte è finta, e nemmeno il numero sul display fa fede, perché anche quello si può falsificare — la chiamata può sembrare arrivare dal numero vero di vostro figlio, della banca, perfino della Gendarmeria.
Ma se la tecnologia non può niente, una vecchia abitudine può tutto. Ed è una sola, da imparare a memoria:
Si riattacca. E si richiama — al numero di sempre, quello salvato in rubrica.
Tutto qui. Qualunque telefonata arrivi con una richiesta urgente di soldi — un incidente, un guaio con la legge, un avvocato, un conto da proteggere, un pacco da sbloccare — la risposta è sempre la stessa: «scusa, ti richiamo io». Si chiude, si respira, e si compone il numero che avete sempre avuto. Se era davvero vostro figlio, risponde vostro figlio, e avrete perso trenta secondi. Se non era lui, avete appena salvato i risparmi di una vita.
Notate una cosa: il trucco della truffa sta tutto nel non darvi il tempo. Il pianto, l’urgenza, l’avvocato che incalza, il «non dirlo a nessuno» servono a una cosa sola: impedirvi di fare quel gesto da trenta secondi. Chi vi mette fretta al telefono, per definizione, non sta lavorando nel vostro interesse. Vostro figlio, quello vero, non si offende se lo richiamate. Il truffatore sì — ed è l’unico modo che avete per distinguerli.
Un’ultima cosa, la più importante di tutte. Se avete letto fin qui, l’articolo non è finito: manca la parte che tocca a voi. Questa sera, o domenica a pranzo, raccontate questa storia a tavola — ai genitori, ai nonni, ai figli. Non mandategli il link e basta: raccontatela a voce, che è il modo in cui dalle nostre parti le cose si ricordano. E chiudete con la regola: qualunque cosa senta al telefono, riattacca e richiama.
Perché la telefonata, prima o poi, arriverà anche qui. La differenza tra un aneddoto da raccontare al bar e trentamila euro spariti sono trenta secondi. Regalateli a chi volete bene, stasera.
Chi scrive si occupa di sicurezza informatica per aziende e famiglie del territorio. Su questi temi — come riconoscere le nuove truffe e come difendersi, in pratica — torneremo presto con un’iniziativa dedicata a chi vive in Repubblica.





