di Gerardo Giovagnoli
L’uso della locuzione cambio climatico, al posto di riscaldamento globale, risponde ad una esigenza politica, quella dell’allora Presidente Bush di sminuire il fenomeno, farlo percepire meno preoccupante di quanto già fosse avvertito. Il suo consulente Luntz suggerì la soluzione, che purtroppo, ci accompagna ancora.
È chiaro che il dire cambio climatico al posto di riscaldamento globale sterilizza totalmente il fenomeno: il clima cambia in continuazione, o meglio, il meteo, ma non è così diffusa la differenza di orizzonte temporale tra i due concetti. Pare che gli effetti siano neutri.
Qui invece ci ritroviamo a fronteggiare un aumento medio della temperatura che, secondo la stragrande maggioranza degli scienziati (e la totalità di quelli che studiano nello specifico la materia) è di origine antropica, cioè creata dalle attività umane, soprattutto per la combustione fossile ed il metano emesso negli allevamenti, che è diverse decine di volte più climalterante per effetto serra dell’anidride carbonica.
Sono ormai 30 anni che l’ONU promuove Protocolli, Accordi globali, Obiettivi di sostenibilità, eppure il fenomeno non diminuisce. Secondo il Report ONU del 2025 “Le emissioni hanno raggiunto un nuovo picco nonostante la crescita dell’energia pulita. Le emissioni di anidride carbonica (CO2) derivanti dalla combustione di combustibili e dai processi industriali sono salite alla cifra record di 37,6 miliardi di tonnellate nel 2024, segnando un aumento dell’8,3% rispetto al 2015. Le tecnologie per l’energia pulita hanno contribuito a frenare un’ulteriore crescita, ma le emissioni globali continuano ad aumentare a fronte della crescente domanda di energia”.
(https://unstats.un.org/sdgs/report/2025/The-Sustainable-Development-Goals-Report-2025.pdf)
La temperatura media globale annua è già salita di 1,5 °C rispetto all’era pre-industriale e ci si avvicina pericolosamente ai 2 °C, soglia ritenuta catastrofica per tanti ecosistemi: non solo scioglimento della calotta artica, che accelera ulteriormente il riscaldamento, desertificazione, estinzione di specie marine, spostamenti migratori di animali, insetti, ed ultimo, per nulla ultimo, spostamenti di parti di popolazione in zone più vivibili, in un periodo già segnato dalla crisi migratoria.
Perché siamo così restii, come comunità umana nel suo complesso, a mettere in atto tutte le strategie utili a invertire il senso di marcia?
Segnalo alcuni problemi che mi hanno indotto un pensiero molto amaro, che enuncerò alla fine.
Il problema degli interessi economici
E’ sempre capitato che interessi economici fortissimi si tramutino in pressione politica purtroppo efficace, nonostante le evidenze scientifiche portassero altrove: è successo con il tabacco che ci volessero decenni a cambiare la narrazione sull’uso delle sigarette, per i combustibili fossili è molto peggio. Tutt’ora, una mano dello stato riscuote le accise sui combustibili che ricadono sul consumatore finale, ma l’altra mano concede: sempre secondo lo studio ONU già segnalato, “i sussidi ai combustibili fossili rimangono quasi tre volte superiori ai livelli del 2020 e ben al di sopra delle medie storiche. Tali sussidi sono ampiamente riconosciuti come inefficienti, in quanto distorcono i prezzi e i consumi sottraendo al contempo fondi pubblici allo sviluppo sostenibile. Inoltre, compromettono la stabilità fiscale e gli obiettivi climatici, mentre la loro rendicontazione, limitata e incoerente, ne occulta la reale portata”.
Il ritorno alla Presidenza di Trump è stato, coerentemente, accompagnato dal suo slogan “drill, baby, drill”, dove drill significa “trivella”.
Il problema della statistica
Molti commentatori, volontariamente, o per ignoranza, fanno paragoni invalidi sostenendo che la tale temperatura di tale settimana aveva già raggiunto, decenni or sono, quella di questi giorni. O che questo inverno è stato più freddo di quello precedente. L’errore è sempre lo stesso: comparare, a propria convenienza, un dato attuale con uno andato a cercare nelle infinite sequenze del passato, e magari neppure dello stesso luogo. Il tema non è quello di inferire la verità delle cose con confronti singoli, il tema è quello della sommatoria, della media a lungo termine e della sua tendenza. Anche il fenomeno opposto non aiuta: dire continuamente che si sono superati record di temperatura, mentre la vita scorre più o meno come prima, rende indifferenti al fenomeno.
Il paradosso della rana bollita e la non linearità
Quanto appena descritto porta dritto dritto all’incapacità degli individui di percepire minacce o peggioramenti quando si manifestano in modo lento e graduale, portandoli ad abituarsi a situazioni insostenibili fino al collasso. Il cosiddetto paradosso della rana bollita. Che è pure amplificato dal fatto che 2°C medi in più paiono, tutto sommato, insignificanti: la natura non funziona linearmente, un aumento di 1°C (già superato da un po’) avrebbe pochissime conseguenze sull’equilibrio ecologico, un aumento di 3°C, devastante. Per la verità basterebbe pensare alla temperatura corporea per accorgersene: sotto i 35°C siamo in ipotermia, a 37°C stiamo bene, a 39°C molto male.
Il problema della soluzione normativa
In Europa, senza il dubbio il continente che più ha fatto per mitigare l’inquinamento e ridurre le emissioni di gas serra, sono stati commessi comunque molti errori politici. E’ difficile non ammettere che la tendenza regolatoria e soprattutto sanzionatoria, siano state fallimentari. Definire regolarmente obiettivi ambiziosi, non favorire l’industria che li deve supportare, alzare le sanzioni o abbassare i limiti, poi accorgersi che lo schema non ha funzionato ed infine tornare indietro sugli obiettivi, è un comportamento schizofrenico.
Il caso del settore delle automobili è esemplare: scommessa normativa totale sulle auto elettriche dal 2015 in avanti, tra l’altro a seguito dello scandalo Volkswagen che aveva barato sulle emissioni con gli altri marchi incapaci di imporsi sull’esigenza di un accompagnamento di incentivi ai produttori europei e blocchi a quelli cinesi. Siamo al 2026 e per la gran parte dei paesi della UE, le elettriche sono una stretta minoranza, mentre sono molto più vendute le ibride, che comunque per lo più consumano fossili e con una preminenza, in ogni caso, di marchi extraeuropei, che siano cinesi, coreani, giapponesi o la Tesla.
Mettere regole e aspettarsi che il mercato si orienti da solo alle soluzioni “verdi” in assenza di politiche industriali coordinate, incentivi ingenti alla ricerca scientifica, ed una sapiente dose di dazi, ha determinato il fatto che abbiamo perso “due piccioni con una fava”: non abbiamo più la supremazia tecnologica sull’ultimo settore dei consumi generali, l’automotive, e non abbiamo affatto ottenuto gli obiettivi di riduzione CO2 annunciati. Un disastro.
La mancanza del fattore “desiderio”
L’idea che attraverso le sole penalità, o il senso di colpa, o l’associazione al radical chic, si potessero cambiare i comportamenti consolidati delle persone è stato un errore, credo, irreparabile, almeno nel breve tempo.
L’effetto Greta (Thunberg) non funziona: non ne ha colpa chiaramente lei. Il problema è la logica dei media: un giorno sei la salvatrice del mondo, quello dopo sei una ragazzina viziata. E come descritto prima è inefficace accusare mezzo mondo, quando poi la percezione degli errori compiuti non c’è.
La rivoluzione verde doveva essere abbracciata non perché in sua assenza arriva una catastrofe che non viene percepita, o perché esiste la “decrescita felice”, altro slogan controproducente.
La rivoluzione verde doveva essere dipinta come il nuovo settore di sviluppo, quello del futuro, quello che avrebbe determinato la nascita di milioni di posti di lavoro in ambiti nei quali i giovani studiano e troveranno realizzazione e, contemporaneamente, portato la soluzione ad un problema in prospettiva gravissimo, con l’ulteriore vantaggio, che doveva essere l’elemento definitivo, di liberarsi definitivamente dalla schiavitù dei combustibili fossili, la loro provenienza da luoghi che sono sempre in guerra, i loro effetti inquinanti e pure il costo, che è basso, ma non quando quello delle rinnovabili visto che sole, vento e acqua sono invece gratuiti.
L’amara conclusione
Tenuto in considerazione tutto questo non vedo come la comunità internazionale nel suo complesso possa centrare gli obiettivi voluti, tramite la lenta transizione verso la produzione di energia verde, assieme all’utilizzo di veicoli elettrici (la cui energia però non deve venire dai fossili e, in ogni caso rimane una domanda: ma le navi e gli aerei?) ed al risparmio energetico (che viene citato pochissimo, il negawattora risparmiato vale più di un wattora prodotto).
Siamo ad un punto già troppo avanzato rispetto al riscaldamento globale ed alla sovra emissione di CO2, con la maggior parte dei governi che non prende la questione di petto, troppi errori fatti pure dalla UE.
Rimane, a mio parere, una unica soluzione veramente efficace: quella tecnologica. Non che non si debba continuare sulla strada intrapresa di abbandono del fossile, di contenimento dei consumi, di cambiamento dei comportamenti. Ma per invertire velocemente la rotta è necessario che in poco tempo si trovi una soluzione alla produzione dell’energia come quella promessa dalla fusione nucleare, ovvero tantissima energia da pochissima massa, senza il problema della materia radioattiva ed usando l’idrogeno che è abbondante ovunque, assieme alla creazione di macchine in grado di assorbire grandi volumi di anidride carbonica.





