Cittadini di altri Castelli che scaricano dove nessuno chiede conto, aziende che usano i cassonetti urbani al posto delle filiere autorizzate, una riforma del sistema lasciata a metà dal Governo nel 2020. A pagarne il prezzo sono le bollette di tutti e la salute pubblica di chi vive accanto alle isole ecologiche. Un equilibrio che la Repubblica non può più permettersi di mantenere.
A San Marino la raccolta differenziata non funziona. Non è un’opinione: è il dato che AASS ha pubblicato a fine 2025, nei primi sei mesi dell’anno la differenziata complessiva si è fermata al 45,9%. Ben sotto il 70% che la Repubblica ha sottoscritto negli accordi con le regioni limitrofe per lo smaltimento dei propri rifiuti. Sotto la maggior parte dei piccoli Stati europei. Sotto il livello che, ogni dichiarazione politica degli ultimi dieci anni, ha indicato come obiettivo raggiungibile.
Due Repubbliche che convivono
C’è una San Marino che ricicla bene. È quella che, nei centri storici di Città e Borgo Maggiore e nei sei Castelli minori, da anni vive la disciplina del porta a porta: orari fissi, frazioni separate per giorno, controllo implicito sul singolo conferimento. Funziona perché chi sbaglia è identificabile e chi rispetta le regole lo sa.
E c’è un’altra San Marino, quella dei tre Castelli più grandi, che invece è ancora ferma al modello del cassonetto stradale aperto. Un contenitore senza chiave, accessibile a chiunque, in cui finiscono indistintamente i rifiuti dei residenti, dei lavoratori di passaggio, e — questo è il punto — anche dei cittadini degli altri Castelli che, per evitare la disciplina del porta a porta, scaricano qui i propri sacchi. A questo si aggiungono i conferimenti irregolari di alcune attività commerciali, che invece di seguire le filiere autorizzate per i rifiuti aziendali infilano nei cassonetti urbani imballaggi e residui di lavorazione.
Il risultato è una migrazione invisibile dei rifiuti, che fa dei tre Castelli serviti a cassonetto la valvola di sfogo dell’intero territorio. E i numeri lo certificano: anche chi prima differenziava bene sta progressivamente trovando più comodo portare i rifiuti dove nessuno chiede conto.
Le immagini di Ordelaffi: prova, non aneddoto
Le isole ecologiche di Borgo Maggiore restituiscono ogni settimana la stessa scena. In Via Giorgio Ordelaffi — strada che attraversa una zona ad alta densità istituzionale, accanto alla sede dell’AASS, alla Gendarmeria, a uffici amministrativi e a poche centinaia di metri da un plesso scolastico — i cartoni escono dai contenitori della carta, i sacchi neri si accumulano a terra, gli scatoloni di prodotti commerciali restano in bella vista per giorni, prima della raccolta successiva.
Non è una microdiscarica casuale: è ciò che il modello produce quando i numeri raccontati sopra incontrano la geografia reale del Castello. È, in altre parole, esattamente quello che ci si deve aspettare quando si decide di lasciare un sistema così com’è.
Il rischio che cresce con il degrado
Va richiamato senza giri di parole. Sacchi a terra, residui di umido esposti per giorni, cartoni che ammuffiscono al sole sono le condizioni perfette per attirare ratti, gabbiani, insetti. Significa rischio igienico-sanitario concreto per i palazzi residenziali a pochi metri e per la scuola di Borgo Maggiore poco più sopra. Significa la possibilità — non remota, in scenari di questo tipo — che un’infestazione si propaghi negli edifici vicini, con conseguenze che vanno dal disagio quotidiano alla chiusura forzata di locali sensibili.
Il paradosso AASS
L’Azienda è consapevole del problema. In una nota istituzionale parla esplicitamente di un fenomeno “all’ordine del giorno” nel territorio della Repubblica e di “ripercussioni assai pesanti: inquinamento ambientale, degrado e danno estetico, effetti sulla qualità di vita, elevati costi di igiene urbana”. Ma poi aggiunge una frase che merita una lettura attenta: l’analisi delle cause “andrebbe fatta con le lenti della psico-sociologia, dell’ecologia, della normativa, dell’economia e della comunicazione”. Per ora, dice AASS, “ci limitiamo a rendere noto quali siano dal punto di vista normativo le possibili strade percorribili”.
L’ammissione è duplice. Da un lato l’Azienda riconosce che il fenomeno è sistemico. Dall’altro circoscrive il proprio ruolo al richiamo normativo, rimandando ad altri l’analisi delle cause e la progettazione delle soluzioni. Una posizione comprensibile sul piano della prudenza istituzionale. Ma che lascia aperta una domanda: chi, se non l’ente pubblico che gestisce direttamente la raccolta, ha la titolarità di proporre alla Segreteria di Stato e al Congresso le scelte di sistema necessarie? La responsabilità dell’AASS non si esaurisce nel registrare il problema. Si estende al guidarne la soluzione.
Il conto lo paga la collettività
Perché c’è un dato che il dibattito pubblico sembra non mettere mai a fuoco con la chiarezza necessaria: ogni punto percentuale di differenziata in meno è denaro pubblico bruciato. Il meccanismo è semplice e poco discutibile. I rifiuti indifferenziati, una volta raccolti, attraversano il confine e vengono conferiti agli impianti emiliano-romagnoli — in primo luogo all’inceneritore di Raibano — sulla base dell’accordo bilaterale del 2018. Ogni tonnellata costa: trasporto, smaltimento, tariffa di conferimento. Costi che gravano integralmente sul bilancio dello Stato, perché lo smaltimento dei rifiuti urbani è un servizio pubblico finanziato dalla collettività.
I rifiuti differenziati, al contrario, hanno una destinazione molto più virtuosa. Carta, vetro, metalli, plastica avviati a recupero non sono costi puri: in molti casi sono materie prime che hanno un valore di mercato. Recuperare correttamente significa abbattere i costi di smaltimento e, per alcune frazioni, generare ricavi che compensano almeno in parte le spese di raccolta. È la logica industriale che giustifica gli investimenti che tutti i Paesi europei stanno facendo sui sistemi di raccolta più efficienti.
Tradotto sul piano dei numeri sammarinesi: ogni tonnellata di rifiuto indifferenziato in eccesso — quella che con un buon sistema di raccolta sarebbe finita correttamente nelle frazioni differenziate — costa allo Stato due volte. Una volta perché va smaltita pagando il conferimento. Due volte perché il valore della materia prima recuperabile viene perso. Moltiplicato per le migliaia di tonnellate prodotte ogni anno dai tre Castelli serviti a cassonetti aperti, e per la differenza tra il 30,1% di differenziata che oggi raggiungono e il 61,8% che raggiungono i Castelli con il porta a porta, l’ordine di grandezza dello spreco è significativo. È denaro che esce dalle casse dello Stato e che, in un sistema fiscale come quello sammarinese, ricade prima o poi sulla bolletta dei cittadini — la stessa bolletta in cui, per inciso, la tariffa per la raccolta dei rifiuti è già esplicitamente inclusa, agganciata al consumo elettrico di ciascuna utenza.
C’è un modo elegante di dirlo: il sistema attuale costringe i cittadini virtuosi a pagare per gli sprechi prodotti da quelli che virtuosi non sono — e per le inefficienze di un modello che la Repubblica ha smesso di aggiornare. Il porta a porta, dove è attivo, fa risparmiare. Il cassonetto stradale aperto, dove è ancora attivo, fa pagare. Non è una valutazione morale: è un’evidenza contabile.
L’occasione mancata del 2020
E la soluzione, sul piano strutturale, esisteva. Il progetto di estensione del porta a porta a tutto il territorio era pronto nel 2020, dopo mesi di lavoro AASS. Poi si è fermato tutto. Da allora, ogni semestre, i numeri della differenziata raccontano sempre la stessa storia.
La scelta che la Repubblica continua a rinviare
In fondo, la domanda è una sola. Per quanto tempo ancora la Repubblica accetterà un sistema che certifica, ogni semestre, di funzionare poco più della metà di quanto dovrebbe? Per quanto tempo ancora si chiederà al cittadino di “essere più civile” senza affrontare il fatto che, nella sua architettura attuale, il sistema premia chi lo aggira e penalizza chi lo rispetta?
L’inciviltà esiste, e va sanzionata. Ma uno Stato moderno non si limita a contare gli incivili: progetta sistemi che riducono lo spazio per l’inciviltà. La scelta del 2020, presa e poi accantonata, va rimessa sul tavolo. Le immagini delle isole ecologiche traboccanti, in fondo, non aggiungono nulla a quello che i dati dicono già da soli. Sono solo un promemoria visivo che la Repubblica si è dimenticata di leggere.





